Da Piazza San Carlo a Crans-Montana: la notte in cui smettemmo di essere empatici
Era il 3 giugno 2017 e realizzavo un sogno: scrivere della finale di Champions League Juve – Real Madrid direttamente da Piazza San Carlo, a Torino, nel bel mezzo di una platea di 40 mila tifosi, pronti a tutto pur di godersi una grande serata. Io più quarantamila bianconeri, bellissimo già così a prescindere. Ricordo ancora l’euforia quando lessi la mail di accettazione del mio accredito stampa, ci sarebbe stata una zona riservata a noi giornalisti. E poi ricordo ancora i messaggi sprizzanti di gioia ad una mia collega, compagna di avventure, che quel giorno, fra l’altro, compiva gli anni.
Zaino in spalla e via, quello sarebbe stato il mio giorno, il nostro giorno, a tutti i costi e non me lo sarei fatta togliere da nessuno. Arrivare con largo anticipo mi fece vivere con intensità ogni istante di quell’attesa. Comprai una maglietta da un venditore ambulante e la indossai insieme ad uno strato di adrenalina che mi calzava persino meglio della t-shirt. E intanto la piazza si riempiva, si riempiva, e per ogni persona che si aggregava a quel gruppo pensavo: “Che meraviglia, siamo tantissimi”.
Poi c’erano i venditori ambulanti, “Birra e acqua fresca”, strillavano. In fondo era giugno, l’afa si faceva sentire in un contrasto perfetto con il cielo uggioso di quella sera. Per noi giornalisti il posto “riservato” altro non era che l’area della piazza antistante la platea, delimitata da delle transenne ed un nastro rosso. Ed insieme a noi fecero “accomodare” i disabili, giusto per garantire loro una visuale del maxi schermo. Al fischio d’inizio salimmo tutti sulla stessa barca, uniti più di quanto l’appiccicaticcio di quella sera praticamente estiva non raccontava. E poi iniziammo a sperare. Mandzukic risponde a Ronaldo, un buon primo tempo e via con i commenti di rito, tra “fratelli e sorelle” bianconeri. “Io fossi Allegri cambierei”, “Dobbiamo alzare il baricentro”, “Dybala patisce l’emozione della finale”, e così via. Insomma le classiche chiacchiere da bar.
Ma quanto avrei voluto raccontare il resto dell’impresa che non fu un’impresa, il resto di quei 90 minuti seppur tristi, denigratori, frustranti. Il solito film già visto, arriviamo lì e poi vincono gli altri. Avrei voluto fare i conti con gli sfottò che fanno parte del gioco e con i malumori di una piazza che capivo e avrei voluto stringere a me, ma anche farmi coccolare un po’.
Ed invece i miei racconti si spezzarono in gola. La mia bocca conobbe l’affanno, gli occhi rimasero increduli e spenti per giorni e quel rumore, quel maledetto rumore che tanto somigliava ad una mitragliatrice in tempi di Isis & co, si ingarbugliò alle mie orecchie e ricomparve per mesi, anche solo quando un camion mi passava accanto sulla strada. Me lo ricordo come fosse ora il mio sguardo perso sulla platea, fui distratta per un attimo dal silenzio di 40 mila persone che a lungo avevano sognato di condividere l’estasi di un grande successo, e che invece si trovarono aggrappate l’un l’altra per salvarsi la vita.
Afferrai lo zaino ed il braccio della mia collega, la trascinai via da lì e scappammo, lontano, veloci, perdendoci per un attimo di vista e ritrovandoci subito, rifugiandoci nel bagno di un bar insieme ad altri ragazzi che, come noi, avevano il terrore negli occhi e non osavano quasi respirare. “Arrivano, scappate, stanno sparando”. D’improvviso m’accorsi del buio e sentii gelo nelle ossa, ma anche un grande attaccamento alla vita. Non penso di essere mai stata così forte come quel giorno.
Mi scontrai con uno scenario apocalittico, un quadro dai colori grigi ed i contorni poco definiti. Gente ferita ovunque, persone a terra, voci ovattate e pianti a dirotto, mentre la dignità di quei 40 mila veniva persino sbeffeggiata di fronte al saccheggio senza scrupoli di chi, nemmeno di fronte alla pietà, aveva a che a fare con qualcosa che somigli ad un cuore.
Tornammo a casa senza un graffio. Passai la notte a guardare il soffitto. L’abbraccio con mamma e papà del mattino dopo fu la sola cosa che mi diede un po’ di conforto perché poi, mentre il cellulare impazziva ed i social erano già in un’epoca avanzata, rivedere quelle immagini in tv fu un ancor più devastante. È lì che capii realmente cosa fosse successo.
Il resto purtroppo è storia. 1600 feriti, 2 morti, e delle indagini che andarono avanti a lungo prima di mettere nero su bianco le condanne. Ma le cicatrici? Quelle che non si vedono e fanno più male? Quelle come le giustifichi a te stessa, come le curi, chi ci soffia sopra e le allevia un po’? Ho letto racconti di persone che sono rimaste in terapia per anni, altri che non sono più riusciti a stare in gruppo, altri ancora, abitanti di Torino, che hanno evitato di passare in quella piazza per un tempo indefinito.
Io ho fatto i conti con messaggi del tipo “Chi te lo ha detto di andare fino a là per una stupida partita”, i più simpaticoni “Pensavi forse di vedere la Juve vincere la Champions”, ma anche “Bastava restare a casa e non sarebbe successo”. Nessuno ha capito, nessuno ha immaginato la portata di quel dolore, nessuno ha provato un briciolo di empatia.
Tutto questo mega discorso si ricollega perfettamente alla tragedia di Crans Montana. Purtroppo, aggiungerei. Non giudicate. Non siate superficiali. Non dite “Io avrei fatto così”, “Bastava stare attenti”, “Eh ma gli smartphone”, “I genitori dov’erano”. I miei erano a casa, davanti alla tv, e avevano lasciato che la propria figlia cullasse un sogno. Ed io avevo 32 anni all’epoca, non 16, e nemmeno una birra in corpo, sapevo già scindere l’uso dall’abuso, eppure…fu tutto così difficile. Dio benedica il mio istinto, certo, ma certe cose puoi (forse) spiegarle solo quando le vivi sulla tua pelle. Ed io non augurerei nemmeno al mio peggior nemico di vivere qualcosa del genere.
Ho letto un sacco di commenti senza senso in questi giorni, spavaldi, saccenti, arroganti all’inverosimile, e che non conoscono l’empatia. Ci sono vite spezzate, speranze disilluse, giovanissimi sopravvissuti per miracolo, altri in un letto d’ospedale a fare i conti con un corpo bruciato per metà. Non prendetevela con quei genitori che forse non saranno perfetti ma stanno facendo del loro meglio, e nemmeno con chi aveva bevuto un bicchiere di troppo. È un po’ come “l’hanno stuprata”, “Eh ma aveva la minigonna, se l’è cercata”. Non funziona così.
E non dimenticatevi nemmeno di quando 16 anni li avevate voi, che almeno una volta sarete andati in 2 in motorino, o senza casco, e che frequentavate discoteche affollate per cui non vi siete mai chiesti “Saremo mica troppi qui dentro”. E non c’era nemmeno il divieto di fumo. Te pensa. Qui c’è una responsabilità enorme che ricade in toto sul Dio denaro, su chi non si è premurato di garantire la sicurezza a dei 16enni che volevano solo divertirsi a Capodanno, ed hanno offerto loro un posto fatto di materiale discutibile, vie di fuga inesistenti, pur di un tavolo aggiuntivo ed una bottiglia di Champagne in più da battere in cassa.
Io mi auguro che le indagini facciano il loro corso e che chi debba pagare, paghi. Severamente. Perché le disgrazie sono altre, le tragedie annunciate hanno un senso diverso e più profondo. Crans-Montana come Corinaldo, per non dimenticare.
E tornando al mio sogno e a quella Piazza, al rientro da Torino, quando la paura aveva iniziato a depositarsi addosso, scrissi quell’articolo fino in fondo. La chiosa diceva più o meno così:
“Non lasciatevi vincere dalla paura e dall’odio, lasciatevi vincere dall’amore.”
Nove anni dopo non è cambiato nulla.
Nemmeno il finale di questo mio modo di pensare e di credere.
Soprattutto il finale.
Foto L’Eco della Città









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