Il Recap 2025, con quella “solita” eccezione che spariglia le regole
Io questo recap 2025 non volevo scriverlo, non sono nel mood giusto per guardarmi alle spalle e capire cosa ha funzionato e cosa no, cosa mi è piaciuto e cosa meno, non sono nel mood per guardare negli occhi ciò che mi ha ferito aggrappandomi al coraggio di lasciar andare, far scorrere…ma ho deciso di fare uno sforzo perché mettere ordine, nel caos, mi aiuta a prendere coscienza. E a respirare. Un po’ come quando non hai nessuna voglia di andare a correre, trovi tutte le scuse possibili, poi finalmente ti convinci e vai, nel bel mezzo dello sforzo ti maledici, ma poi torni a casa e pensi “Meno male che sono andata”.
Così ho preso il telefono e ho scrollato un po’, più che i feed social degli altri, il mio album delle foto in rigoroso ordine cronologico, rendendomi conto, scatto dopo scatto, di quante volte le cose belle ed i momenti sinceri finiscano in un angolo a riempirsi di polvere, a discapito della tristezza e delle giornate di merda, dei periodi complicati e delle cose malriuscite, nell’eterna lotta del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Ecco, perché si dà sempre più importanza a quest’ultimo? Perché non si è mai abbastanza grati per la bellezza e si sprecano imprecazioni di qualunque tipo per ciò che si è rotto e per quello che manca?
E lo chiedo a me stessa più che altro, che su questo sono un pessimo esempio. Sempre a caccia di quello che non è qui, mai contenta di ciò che sono, perfetta sconosciuta, talvolta, delle mie stesse emozioni, con gli occhi fissi sull’altrove perdendo di vista quel presente che se solo lo osservassi con attenzione saprebbe coccolarmi abbastanza da tenere insieme i pezzi, saprebbe dare luce a sorrisi nascosti al sapore di “brava” con tanto di pacca sulla spalla.
Ma torniamo al telefono, all’album delle foto, da gennaio in avanti, altrimenti sto recap 2025 si trasforma nell’ennesimo flusso di coscienza senza capo né coda. Cosa ho fatto quest’anno?
Sono tornata a Bologna.
Ho fatto progetti.
Ho guardato Sanremo.
Ho visto il mio libro nei consigli di Federico Buffa, a Sky.
Ho giocato a calcio.
Ho salvato una vita. Sì, io. Che avevo fatto il corso BLSD da poche settimane. Ho fatto il messaggio cardiaco ad un signore nel bel mezzo di una passeggiata di un sabato pomeriggio di febbraio. E lo so che poi, il signore con il marsupio, poche settimane fa non ce l’ha fatta. Ma gli ho dato una speranza e ne vado estremamente orgogliosa. Rifarei un milione di volte ciò che ho fatto.
Ho partecipato ad una serie di compleanni da cifra tonda.
Ho sorriso.
Ho fatto un tour in Sicilia conoscendo ragazze meravigliose.
Ho fatto qualche follia.
Ho mangiato schifezze.
Ho trovato il bandolo della matassa.
Ho fatto Gag.
Ho sognato in grande.
Ho pianto.
Ho raggiunto la miglior versione di me stessa, a 40 anni.
Ho festeggiato in lungo e in largo, anche al parco avventura 😉
Mi sono sentita amata.
Ho corso sulla mia strada.
Ho abbracciato il calcio dilettanti, che poi dilettanti non è, ancora una volta.
Sono stata criticata.
Sono stata apprezzata.
Ho rallentato.
E poi ho corso di nuovo.
Ho perso tempo.
Ho creduto a me. E ho fatto bene.
Ho cantato a squarciagola.
Ho stravinto il Fantacalcio.
Mi sono sentita sola.
Ho passato serate a casa a fissare il vuoto, a chiedermi perché.
Ho preso un po’ di treni per la Svizzera.
Ho pianto.
Ho comprato dei fiori e li ho regalati al mio supereroe.
Ho intervistato Cristiana Girelli. E mister Soncin. Più volte.
Mi sono commossa.
Ho fatto collegamenti in diretta.
Ho indossato l’azzurro e cantato l’inno d’Italia insieme ad altre 30 mila persone.
Ho fatto un viaggio in bus Gallarate – Ginevra, Ginevra – Gallarate. Da pazzi.
Ho sognato in grande e poi sono crollata, con quel sogno, per quel maledetto minuto ma…”Non sarà quel minuto a definirci”.
Ho conosciuto colleghi splendidi.
Ho vinto un torneo di freccette.
Sono tornata in Basilicata.
Ho giocato a Uno in spiaggia con i miei nipoti.
Ho cominciato la 20esima stagione calcistica.
Sono caduta.
Mi sono rialzata.
Ho ricominciato.
Ho presentato il mio libro, nella mia città.
Ho subito delle ingiustizie.
Ho abbracciato forte Riccardo, Lorenzo, Alice, Aurora. La mia medicina, la mia àncora.
Sono stata ghostata.
Ho visto l’Italvolley femminile diventare campione del mondo.
Ho visto l’Italvolley maschile diventare campione del mondo.
Ho vissuto nuovamente da vicino Trento e il Festival dello Sport, “adrenalina pura”.
Ho amato, incondizionatamente.
Ho visto certezze scivolarmi dalle mani.
Mi sono cibata di sport.
Ho vissuto tre concerti dal vivo uno più spettacolare dell’altro.
Mi sono presa cura di me.
Ho ascoltato.
Ho perdonato.
Ho litigato.
Ho pianto, di nuovo.
Non ho capito.
Ho fatto i conti con cambiamenti non desiderati.
Ho fatto molti sbagli.
Ho preso atto.
Ho apprezzato le piccole cose della vita.
Ho prenotato un viaggio.
Sono affondata.
Galleggio.
E finalmente sto iniziando a capire una cosa: a noi stessi è tutto concesso.
Anche quest’elenco di roba moltiplicato per tre. Anche le peggio cose, anche le ginocchia sbucciate, le decisioni prese a caso, gli errori, gli stessi, persino ripetuti un milione di volte, anche dare seconde possibilità alle persone sbagliate, e poi pentirsene, e poi rifarlo e sperare che qualcosa cambi, anche le occhiaie, i capelli arruffati, le notti in bianco, le lacrime, le urla, la rabbia. Tutto. Perché non siamo la regola, ma l’eccezione, la nostra eccezione.
Caro 2026 non ti chiedo proprio nulla, dentro di me restano intatte poche cose, come la bambina che non smette di sognare, come la donna che sono diventata a 40 anni, insieme all’onestà di potermi alzare al mattino, guardarmi allo specchio e fare i conti con l’una o con l’altra indistintamente, rimanendo sempre e per sempre fedele a me stessa.










Che bel pezzo Mary, tvb
Sara
Apprezzo tanto le tue parole, grazie mille Saretta! Anche io tvb