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Secondo giro di giostra per la tanto amata/odiata serie A, ed eccomi qui per la seconda volta consecutiva con l’appuntamento “7 cose 7” su ciò che più mi è piaciuto di questo weekend lungo, ma non troppo. Sì perché sarà pure iniziato venerdì sera ma stranamente non è sfociato nel lunedì, un lunedì troppo impegnato a tenere aperte le porte del calciomercato, pronto ad accogliere, ancora una volta, vecchie fiamme e nomi più o meno sconosciuti tranne che hai fanatici del Fantacalcio (tranquilli sta per tornare anche quel super momento lì).

Ma quindi, cosa mi ha lasciato questa 2ª giornata di serie A?

Ancora una volta mi affido all’ordine sparso, agli appunti nelle note del telefono e ai post salvati su Instagram: e via con la classifica non classifica che mi piace tanto.

Serie A, 7 cose 7

  1. La Cremonese prima in classifica. Non so quanto fosse quotato dai bookmaker il punteggio pieno dopo due giornate, fatto sta che le favolette delle piccole che si travestono da grandi mi piacciono molto. Chi lo dice che il campionato debba per forza vincerlo il Napoli, l’Inter, il Milan o la Juventus? Magari lo vince la Cremonese e no, non sono folle a pensarlo, sono solo una tifosa appassionata che sa usare l’empatia e mettersi nei panni anche di chi deve credere nei miracoli per sperare che certi desideri si avverano. This is football.
  2. A proposito di favolette cito nuovamente il Pisa. Come detto 34 anni dopo è serie A, ma 34 anni e una settimana dopo è di nuovo casa. La squadra nerazzurra gioca al Romeo Anconetani la sfida con la Roma e lo fa sotto gli occhi attenti e increduli anche di chi non ha mai visto sventolare così in alto quei colori.
  3. La Ragione di Stato. La cito oggi ma varrà sempre perché non c’è settimana in cui non ci delizi con le sue perle. La pagina social che regala sfottò sul mondo del calcio e altre sciocchezze, mi spacca letteralmente in due dal ridere, ma credo che le vette di prese in giro più acute riesca a raggiungerle solo in due versioni, la seconda mette nel mirino Massimiliano Allegri. Quindi, figuratevi con il ritorno in Italia di Adrien Rabiot “Un fantino non abbandona mai il suo cavallo”. Adorooooo!
  4. Mimmo Berardi, 621 giorni dopo. L’attaccante del Sassuolo torna al gol nelle massima serie dopo il lungo infortunio, dopo l’inferno serie B, lo fa dal dischetto e con tanto amaro in bocca, non basta per strappare punti quella rete, ma sicuramente sa tanto di liberazione. Ed è anche un segno di riconoscimento verso una bandiera che avrebbe sempre potuto andare altrove, ma che alla fine, forse anche per una serie di circostanze, ha sempre seguito il cuore.
  5. Il sorriso di Dusan Vlahovic. Quando segna? Naaaaaa. Quando a fine partita, ai microfoni dei media, si gode il complimentone del compagno Thuram “Lui è uno degli attaccanti più forti al mondo, è un leader per noi”. Se avesse potuto abbracciarlo forte in quel preciso istante, facendo gli occhietti piccoli piccoli un po’ come quando i bambini ti corrono in contro e ti dicono “Ti voglio bene tanto così”, lo avrebbe fatto. Ed intanto due gol (decisivi) in due partite.
  6. L’accoglienza riservata a Jamie Vardy. L’uomo dell’indimenticabile miracolo Leicester, è sbarcato alla Cremonese un po’ come il Messia in patria. Poca pressione Jamie, ma ricordati che stai arrivando in una squadra prima in classifica. 😉
  7. Dybala – Buffon, uno scambio di maglia “romanticissimo”. Al termine della partita Pisa – Roma, Paulo e Luis Thomas, figlio di Gigi, si sono salutati con il più classico degli scambi di maglia. Ma qui c’era molto di più. Vederla lì, posata sulle spalle dell’argentino, ha rievocato un quinquennio di ricordi in cui la Juventus non solo guardava tutti dall’alto, lo faceva grazie ai riflessi dell’uno e le magie di un sinistro prelibato dell’altro. Troppi ricordi, non ce la faccio ❤️ ps. la vedete la foto che ho pubblicato? E lo vedete quel ragazzo con la pettorina? È un mio amico, si chiama Paolo, ora vedete anche il mio livello di invidia? Ecco sì, tanto così 😡

Ora c’è la sosta, ma grazie Serie A, non deludi mai chi sa ancora guardare il calcio con occhi leggeri e romantici.

Foto IG @tommasoturci

7 cose 7 – 1ª giornata

È una fine d’estate bollente, non tanto per quanto riguarda le condizioni meteo, piuttosto per una fitta agenda di impegni sportivi che stanno già tirando scemi tutti gli appassionati come me. E allora siccome non bastava la serie A, non bastava il Mondiale di volley femminile, non basta il mondiale di volley maschile e quello di atletica prossimi al via, c’era bisogno anche dell’Europeo di basket maschile.

Ed ovviamente non dimentico gli Us Open, poi arriverà il Gp di Monza, inizia la Champions League, prosegue la serie A Women’s Cup, non c’è pace dai. Gli amici capiranno, e se non capiranno s’invitano a casa, non c’è altra soluzione.

Intanto Pozzecco e i suoi ragazzi hanno già messo in cascina la prima sfida di quest’Europeo. Un’Italia inferiore ma che non lascia il cuore a casa, perde con la Grecia di un super Antetokounmpo (75-66), mettendo a referto una prestazione dignitosa ma nulla più. Non che la Grecia fosse ostacolo semplice, sia chiaro. Ora testa alla Georgia, Bosnia-Erzegovina, Spagna campione in carica e Cipro, poi so vedrà, sono qui per analisi tecniche che non mi competono e di cui non sono all’altezza. C’è da arrivare tra le prime 4 per staccare il pass per gli ottavi, c’è da metterci qualcosa in più per chi quest’Europeo di basket lo guarderà da casa in attesa di un delicato trapianto di midollo.

Inutile girarci attorno, la storia di Achille Polonara è un colpo al cuore per chiunque. Il mio personalissimo fermo immagine è su quel fotogramma in cui torna a casa, dopo le prime terapie, ed abbraccia i suoi figli, in uno scambio d’amore che sa di purezza ed energia.

E così, mentre la Rai si è giocata il jolly optando per la trasmissione di tutte le partite dell’Italia su Rai 2, in diretta, persino in prima serata quando capita, proprio Polonara ha alzato la posta in palio, chiedendo alla vigilia una marcia in più ai suoi compagni di mille battaglie, ha chiamato il suo amico Spissu e recitato un paio di frasi che ad occhio e croce saranno andate così.

“Ehi Marco, mi è venuta un’idea”.
“Quale idea?”
“Tu ci tieni tanto al tuo numero 0?”
“Lo sai Achi, lo zero rappresenta il mio inizio, il mio volercela fare quando mi dicevano che ero bravo ma troppo basso e alla fine guarda dove sono arrivato…”
“Ok, ok, però pensavo, se ti va, visto che a me manca tanto non essere lì, ecco…si insomma, potresti giocare con il 33, potresti giocare con il mio numero, che dici?”.

Come è andata a finire lo abbiamo già visto ieri sera, o forse più che a finire a cominciare perché qui siamo alle prese con un campionato europeo di basket che necessita di una mezza impresa per vedere salire l’Italia sul podio ma che presumibilmente ha ancora molto da dire.

Alla fine lo 0 è soltanto un numerodirà SpissuIl 33, invece, è un simbolo. Me lo ha chiesto Achille di indossarlo. È stato impossibile dirgli di no. Con me, in campo, ci sarà anche lui.

Il ko in partenza può lascia pure presagire spedizioni nefaste o più semplicemente brevi, ma è pieno così lo sport d’imprese impossibili…lo sport come la vita, che ti gioca brutti scherzi ma che poi, se ci credi, ti dona una seconda possibilità. E adesso sta a voi ragazzi, sta a te Marco Spissu, sta a te Achille Polonara: c’è ancora tempo, c’è ancora vita, fateci sognare, siamo qui per questo…è una delle cose che ci riesce meglio.

Foto Raiplay

Alessandro Florenzi, 34 anni, dà l’addio al calcio. Nell’epoca del mordi e fuggi e dei grandi proclami per balzare agli onori della cronaca, lui lo ha fatto sì usufruendo dei più comuni social network, ma ha pur scelto la via della normalità.

Un messaggio semplice, fatto di gratitudine, umanità ed una manciata di parole, unito ad un video che dice molto, che sa di ritorno alle origine, con la sfida ai ragazzini di quartiere sul campetto dietro casa.

Alessandro Florenzi è un giocatore che non ha solo vestito la maglia della sua Roma, l’ha indossata come una seconda pelle, ne ha fatto vanto e ragione di vita, sgomitando tra i giganti della sua era, quelli di cui si parlava tanto e che, talvolta, performavano persino meno. Perché lui non si è mai tirato indietro, non si è mai risparmiato, non ha mai accantonato la sua “romanità” in favore di telecamera, non ha mai smesso nemmeno i panni del nipote. Celebre la sua corsa in tribuna ad abbracciare nonna Aurora dopo il gol con il Cagliari. Era il 2014.

Ma tutta quell’umanità io l’ho rivista anche nelle mani sul volto dopo un arcobaleno piovuto dal centrocampo. È il 16 settembre 2015, la partita di Champions League Roma – Barcellona. Alessandro Florenzi recupera un pallone nella sua metà campo, s’invola sul lato destro, alza la testa, il portiere è un po’ fuori dai pali e lui si lascia guidare dall’istinto, dal coraggio di credere che anche i giocatori normali possano fare qualcosa di speciale. Il resto è storia, un’esultanza soffocata dagli abbracci dei compagni, da un Olimpico che urla ma non ci crede, probabilmente anche dal battito accelerato di nonna Aurora che non è lì quella sera ma è come se lo fosse. Lei c’è sempre stata, dal primo giorno.

E poco importa che poi siano arrivate le esperienze con Valencia, Psg e Milan, e poco importa che l’unico scudetto della sua carriera sia stato vinto proprio con la casacca rossonera, certo importa di più il titolo di Campione Europeo, ma a Roma possono dire che Florenzi sia passato di là ed abbia lasciato il segno, che il numero 24 abbia realizzato il suo sogno di bambino, difendendolo quando il ginocchio faceva crack, avviandosi sulla strada giusta, mano nella mano, occhi negli occhi, con il suo migliore amico, quel pallone che rotola, medicina e cura, magia e divertimento.

E pensare che fino a qualche anno fa quando mi dicevano “c’è un centrocampista italiano che ti piace particolarmente?”, io non avevo dubbi rispondevo sempre Florenzi perché “Dove lo metti sta, e sta bene”.

In un mondo in cui si va sempre a caccia dell’originalità e dell’estro che eleva, la vera impresa è essere normali.

E allora buona vita Alessandro Florenzi, campione “normale” ma che forse così tanto “normale” non lo è mai stato.

QUI IL VIDEO DI ADDIO

Questo il suo messaggio d’addio.

“Grazie di tutto, amico mio ⚽️❤️. Mi hai insegnato ad amare tutti i tifosi, dal primo all’ultimo senza eccezione. Ognuno di voi mi ha spinto a migliorare e ognuno di voi mi ha aiutato a risollevarmi dalle cadute che fanno parte di questo sport come della vita: vi sono davvero grato. Voglio ringraziare ogni compagno, allenatore, componente dello staff e dirigente, tutti nessuno escluso: giorno dopo giorno il vostro supporto e la vostra professionalità mi hanno permesso di crescere come uomo e come calciatore. Ringrazio te, Ale, per aver visto qualcosa di speciale in quel piccoletto in mezzo al campo 17 anni fa. Tu e la famiglia della WSA siete stati, siete e sarete sempre una parte essenziale della mia vita, non solo calcistica. Voglio ringraziare infine tutti coloro che mi hanno accompagnato in questo lungo viaggio, in particolare tutte le persone che lavorano silenziose dietro le quinte: ognuno di voi ha lasciato un segno dentro di me. Senza di voi non sarei la persona che sono oggi. Grazie ancora, amico mio: oggi ci salutiamo ma tu farai sempre parte di me

Foto e Video profilo IG Florenzi

È tornata la serie A, tanto attesa, quasi spavalda, nel bel mezzo di un agosto fatto delle solite premesse: quest’anno non mi incazzo, quest’anno tifo meno, al diavolo gli abbonamenti tv, lo stadio solo in un big match, ed il Fantacalcio vediamo eh…che mi posso farmi il sangue amaro per quel terzino preso a 1 di cui non riesco nemmeno a pronunciare il nome…

…e poi invece.

Sabato 23 agosto, con il mare che non si scorge più nemmeno fuori dalla finestra, con il primo aperitivo del rientro già rimandato a data da destinarsi e con la app nuova e superflga già scaricata nell’ultima versione, telecomando in mano e via, a comandare. Su cosa, poi, non è dato sapersi, forse sul nostro subconscio che gira e rigira sempre là va a finire, di fronte a quei “22 scemi” che rincorrono un pallone e di cui proprio non si può fare a meno. Insomma, è sempre la stessa storia, ma questa storia a noi “malati di calcio” piace proprio così com’è.

E dunque, smessi gli abiti da turista, arrivano quelli da giocatore/allenatore/fisioterapista/presentatore/direttore sportivo/fantacalcista/esperto marketing/tuttologo, declinati rigorosamente al maschile. E anche tifoso, sia chiaro.

Ma cosa ci lascia questa 1ª giornata? Questi 90 minuti più recupero moltiplicati per 10, tante sono le partite di serie A? Vediamo se riuscirò ad essere costante ma mi piacerebbe, dopo ogni turno, raccontare le 7 cose che, per un motivo o per un altro, mi hanno colpito di più.

7 cose 7 su questa prima giornata di serie A in ordine rigorosamente sparso perché innanzitutto non è una gara, in secondo luogo amo il caos (perché il numero 7 non ve lo sto nemmeno a dire 😉)

Serie A, 7 cose 7

  1. La fascia da capitanA. Il calcio femminile è ripartito dalla serie A Women’s Cup, è ripartito da un gol di Cristiana Girelli, è ripartito da una novità assoluta. Non più la C maiuscola al braccio, ma la fascia da capitanA, un segnale importante verso una passione universale.
  2. La garra di Mina e Kean. Intervento deciso del primo (ma questa non è una novità) che non si risparmia nell’esultanza tutta muscoli e la risposta di Kean che si rialza e flexa (e anche questa non è una novità). Ne avevamo bisogno? Non lo so, ma mi ha fatto sorridere. E comunque finché c’è sportività va bene tutto.
  3. La crossbar challenge di Udinese – Verona: tre traverse in meno di 30 minuti, Giovane da un lato, Zarraga e Kamara dall’altro, ma nemmeno io e le mie compagne a fine allenamento 😂
  4. Il ritorno del Pisa in serie A. 34 anni dopo ed un esordio che stoppa addirittura una big come l’Atalanta (1-1 il finale). Ma non è il risultato che conta, è la storia di un club che ha vissuto mille vicissitudini e che ci ha messo 34 anni per risalire sul grande palcoscenico.
  5. La rovesciata di Bonazzoli in Milan – Cremonese. Impossibile non citarla. Chapeau.
  6. Il bellissimo saluto e cenno di intesa tra i fratelli Thuram. Khephren, centrocampista della Juve, va a San Siro insieme a papà Lilian per vedere Marcus in occasione di Inter – Torino. L’attaccante mette a referto una doppietta e per due volte si gira verso la “sua” tribuna d’onore. Ma sul secondo gol c’è un pollice in su, un orgoglio che passa nelle vene, un incrocio di sguardi velati: “Sono felice sia qui, è il mio fratello piccolo e lo amo da morire” dirà Marcus ai microfoni al termine, spegnendo polemiche effimere e tristi verso chi riteneva inopportuno il comportamento del bianconero. Ma una volta che c’è ancora un po’ d’amore che circola nell’aria, per quale motivo dovremmo farne a meno?
  7. Nico Paz. Ultimo ma non ultimo. Che roba pregiata quel mancino lì, quella spensieratezza, l’eleganza nei movimenti, la visione di gioco, la personalità. Lo scorso anno ha preso per mano la mia squadra del Fantacalcio e l’ha condotta alla vittoria, ma concedetemelo senza alcuna superbia, lo avevo visto quel tocco così diverso dagli altri. E in un’epoca in cui prevalgono sempre i milioni, mi auguro tanto che la volontà ferrea del Como di tenerselo stretto ancora per un po’, resti appunto ferrea: ho bisogno, abbiamo bisogno, di ammirare talenti così direttamente a casa nostra.

Bentornata serie A.

Foto serie A women IG

Jannik Sinner si ritira dalla finale di Cincinnati dopo 20 minuti. Abbandona il cemento, cede il trono all’extraterrestre Carlos Alcaraz e poi si accomoda sconsolato in panchina, non provando nemmeno a nascondere le lacrime che gli rigano il viso e che gli annacquano gli occhi, ma che forse più di tutto, ancora una volta, dimostrano la sua umanità.

“Sono entrato in campo solo per i tifosi, mi spiace perchè magari il lunedì devono lavorare e fare altro”.

Jannik Sinner è un ragazzo che piace, un atleta che è riuscito a sbaragliare la concorrenza dentro le case degli italiani, quando si parla di lui c’è uno sguardo buono persino di una 70enne come mia madre che non riesce a trattenersi nel celebrare a suo modo questo campione. E così, mentre eravamo a cena in vacanza, al tavolo con mia mamma, appunto, mia zia e mio zio, succede che alla notizia del ritiro del campione altoatesino cala un po’ di amarezza mista a compassione tenera, parte un sentito “Nooo, che peccato”, che spinge a capire la grandezza dell’uomo.

Jannik Sinner ha appena 23 anni e non spetta a me stilare l’elenco dei suoi trofei, dei record, delle prime volte, del fare ciò che nessuno fino ad oggi è riuscito a fare, ma non posso fare a meno di trovare una formula adatta a quelle emozioni irreversibili che suscita dentro ognuno di noi, italiano e non, sportivo e non. Formula rigorosamente al quadrato, sia chiaro.

E così succede che ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, ti accorgi della grande bellezza, di come si possa essere vincenti con una coppa sollevata al cielo e allo stesso modo con il capo chino e le mani che raccolgono sogni infranti, di come quella vecchina di 82 anni non possa fare a meno di seguire il suo idolo in capo al mondo e lui di abbracciarla anche dopo una maratona di tennis di un paio d’ore, sotto un sole cocente mentre i crampi gridano vendetta.

Jannik Sinner è il campione di tutti perché proprio quei “tutti” non possono fare a meno di lui, non possono fare a meno di tifarlo con ossessione o dare una sbirciatina ogni tanto, non possono fare a meno della sua tenacia su un campo da tennis o del suo imbarazzo in uno spot pubblicitario, delle sue battute semplici nei commenti post vittoria o dell’eleganza innata nell’abbracciare un avversario vinto o vincitore.

E così, di fronte a tutti coloro che lo additano bonariamente come “disumano” per la maestria dei suoi colpi, per l’inesistente arrendevolezza anche di fronte a sfide ardue, per una bacheca già stracolma di coppe e trofei, io lo trovo così dannatamente e meravigliosamente umano, bello da non sembrare vero, orgoglio di un’epoca in cui si può ancora credere in qualcosa di valore assoluto. I sogni per esempio, o gli idoli, quelli di un tempo, che segnano tutta la tua vita e che trascini con te a distanza senza il necessario bisogno di urlarlo a squarciagola, basta l’emulazione di un gesto profondo come quello di non aver paura di lasciarsi andare alle emozioni ed essere spavaldamente se stessi.

Anche stavolta, grazie Jannik Sinner.

Foto: Aaron Doster IPA Sport

Non è che io sia mai stata una grande amante del mio compleanno, e questo, figurati, pesa un po’ di più. Poi un giorno mi sono ricordata di una frase che diceva sempre mio padre: la vita inizia a 40 anni, e da lì è cambiato tutto. 
Mi sono guardata indietro per ripercorrere la pellicola della mia vita ed ho pensato: ma tutto questo quando è successo? 
Quando mi sbucciavo le ginocchia, quando mi nascondevo dietro gli occhiali, quando imparavo ad andare in bici in cortile mentre papy fingeva di tenermi da dietro, quando mi godevo la mia Basilicata in vacanza, quando festeggiavo una Champions in piazza, quando costruivo amicizie, quando il ritrovo era sempre alla biblioteca, quando mi spezzavano il cuore, quando non venivo capita o quando non riuscivo ad esprimermi, quando andavo al complimese all’oratorio, quando sceglievo la scuola superiore convinta che quello fosse solo un passaggio verso tutt’altro, quando ridevo e non riuscivo a smettere di farlo, quando lanciavo in aria una monetina e nell’esatto momento del punto più alto avevo le idee ben chiare su quale faccia volevo uscisse…
…quando mi laureavo, quando ho iniziato a riempire il cv, quando giocavo a calcio, quando cadevo, sbagliavo, mi rialzavo, riprovavo…no davvero, ma quando è successo?
Quando ho iniziato a fare valigie, a selezionare amicizie, a soffrire per le bugie o le mancate risposte, quando sorseggiavo uno spritz al tramonto, quando sentivo il peso delle responsabilità, quando andavo ai matrimoni dei miei amici, quando mi stringevo nella mia famiglia, quando mi sentivo inutile, mai al traguardo, troppo impaziente, quando non smettevo di crederci…non lo so quando sia successo, forse è successo un pezzetto per volta in ognuna di queste volte ma è successo. Ed ora lo accetto.

Ho capito che queste consapevolezze sono un regalo e che tutto ciò che ho fatto, mi ha resa quella che sono. Ammaccata, scapestrata, indomita e orgogliosa, incontentabile ma anche incontenibile, profondamente libera. Oggi se mi guardo indietro so che tante cose le avrei fatta in maniera diversa, forse me le sarei godute di più, forse sarei stata più indulgente e meno esasperante con me stessa, ma so anche che oggi è oggi e ieri era ieri. 

Ecco, se penso alla mia più grande vittoria di questi 40 anni, è non avere rimpianti. Sono qui con un’energia nuova, la cellulite, lo stesso odio per la verdura e milioni di sogni nel cassetto…i sogni, in fondo, mi hanno sempre salvata, anche quando pensavo di non farcela, soprattutto quando pensavo di non farcela. Non tutto è andato come avrei voluto, e nemmeno da oggi in poi tutto andrà come vorrò, non imparerò certo a 40 anni a mettermi il rimmel, ad essere ordinata, ad arrivare puntuale, sarò sempre quella che canta a squarciagola in macchina, che fa tre cose contemporaneamente, che mangia kg di carbonara, che manda vocali di 12 minuti e perde il filo del discorso dopo 30 secondi, ma la cosa bella è che va bene così. 

Ci ho messo 40 anni della mia vita per capire che ho un valore…quanto valgo? Questo ancora non lo so, confido nel secondo tempo della mia partita, che tanto il mio meglio lo do sempre lì, ma sono certa di non essermi mai sentita tanto consapevole. Di me, della mia bellezza, della mia forza, del mio entusiasmo, del mio non accontentarmi mai, dei mei casini, dei miei giorni zero e dei miei giorni uno. Ho attraversato il dolore, l’ho vissuto quando ho perso delle persone care, quando non riuscivo ad alzarmi dal letto, quando mi hanno presa in giro, usata, umiliata, quando hanno finto di amarmi o quando sono spariti senza darmi spiegazioni, quando mi hanno fatta sentire sbagliata o non abbastanza, in ritardo sull’orologio biologico, quando mi hanno giudicata senza sapere, quando faticavo a racimolare i soldi per andare in ferie, quando mi sono rotta una gamba, quando lavoravo gratis, quando ero sempre quella single e per questo quella con il caratteraccio o con le aspettative troppo alte, quando non riuscivo a guardarmi allo specchio, quando dicevo ciò che pensavo, quando avevo una passione troppo da uomo, quando “come si fa a mandare una donna per il big match?”, quando una mia compagna di squadra ha scelto un destino diverso…
…ma più di tutto quando ho capito che non c’era scelta…avrei fatto qualunque cosa pur di tenere mio padre ancora un po’ con me…

E allora eccolo lì il mio valore; farcela sempre, in un modo o nell’altro. Ho capito che attraversare il dolore a pieno è l’unico modo per vivere veramente, e qualche volta anche per rinascere. E sapete un’altra cosa? Che nonostante tutto questo vissuto, io mi sento leggera, così leggera che oso volare. Oggi mi guardo allo specchio e mi prendo tutto ciò che sono, la donna forte e la bambina sensibile che ci ha impiegato 40 anni per amarsi. Ecco, io da qui non torno più indietro.

E allora buon compleanno alla miglior versione di me stessa ❤️

Ci sono emozioni che vanno lasciate fluire per percepirne a pieno il reale valore. A volte non basta nemmeno una notte intera per trasformarle in un tangibile discorso, pensi e ripensi ma poi ti lasci andare alla stanchezza, gli occhi si socchiudono e tutto il meglio del mondo resta racchiuso lì. Fateci caso quando andate a nanna la sera, tutto quello che avete vissuto in quel giorno è imprigionato nei vostri occhi, è culla per le cose belle, salvagente per le cose fragili, muro per respingere le ostilità.

Stamattina quando mi sono svegliata ho pensato ai brividi sulla pelle nel non riuscire a staccare i miei occhi da quegli occhi, quelli di Nicolò Martinenghi. Non trovare le parole e vedere la colma misura di una gratitudine irreale e devastante, mi hai scombussolato i piani Nicolò. Più penso a quella gara, a quella medaglia, e più rivedo i tuoi occhi, anche attraverso gli occhialini c’era qualcosa di magico, e c’era già da sabato mattina, quando sei entrato in vasca per le qualificazioni e ti sei guardato intorno con la convinzione giusta di chi, innanzitutto, voleva godersela.

E poi i tuoi occhi prima della semifinale, e ancora gli occhi pre ultimo atto. Per non parlare dei tuoi blocchi all’arrivo, quando guardi il tabellone e ti chiedi “ma sono proprio io?”, quando li alzi al cielo a mani giunte, quando ti godi le interviste, sbirci l’arena attorno, trattieni quasi il respiro come se tutto, di quel momento, dovesse essere dentro di te. Per sempre. Gli occhi mentre abbracci mamma e papà, mentre baci la tua fidanzata. Gli occhi sul podio, ancora increduli, ma lì c’è pace anche per le orecchie, con quell’inno che risuona per la prima volta in terra francese, una cornice intorno di un pubblico che lo canta solo per te, e poi l’Italia, Varese, la tua Varese, che di fronte a qualsiasi schermo si sente d’un tratto in cima all’Olimpo trascinata da una gara magistrale di un ragazzo di 24 anni che si è fatto in anticipo il regalo di compleanno, e che ha colto l’attimo.

Carpe diem. I sogni, a volte, ci passano davanti in un millesimo di secondo, bisogna avere un cuore allenato con i riflessi pronti, altrimenti sfuggono via e non li riprendi più, e chissà poi, se ripassano.

Non è il tuo caso Nicolò Martinenghi, tu sai cosa vuol dire saltare su quel treno quando la destinazione è un viaggio verso l’infinito, tu sai davvero cogliere l’attimo ed i tuoi occhi sono l’istantanea perfetta. Ti auguro che in questi giorni a Parigi tu possa averne ancora di occhi così, azzurro velato gratitudine, mentre li strizzi un po’ ed incastri dentro il “È tutto vero”…che poi sei un generoso e quegli occhi li regali anche noi. Grazie perché ci aiuti ad essere felici. Come te, con te, più di te.

E ci perdonerai, mi perdonerai, se io invece ho lasciato aperte le fontane dell’emozione, se di fronte a quello sguardo e a quel sorriso, non ce l’ho fatta a tenere tutto dentro, lacrime dolcissime di una ricetta dai pochi ingredienti, di cui uno segreto che troppo segreto non è…io lo chiamo libertà, quel segreto, libertà di amare, di lasciarsi condurre dalla passione, libertà di piangere o no, libertà di volare, su quelle onde, dentro e fuori dall’acqua anche con te.
Grazie Nicolò Martinenghi per farmi sentire così magnificamente libera.

Foto Italia Team

LEGGI QUI – LA CERIMONIA D’APERTURA

Quattro ore incollata alla tv, e non poteva essere diversamente, Parigi 2024 chiama, i pazzi sognatori come me, rispondono presente. L’Olimpiade è l’Olimpiade, è più del sogno con la S maiuscola, è quello che non osi pensare, è l’inimmaginabile, è un mix di roba che senti dentro e per cui non hanno ancora inventato le parole, chissà che magari quest’edizione non riesca a coniarne di nuove.

Io in Parigi 2024 ci ho sperato tanto, ci ho creduto tanto, non ho bisogno di raccontare ciò che ho fatto o non ho fatto, il tempo è galantuomo dicono, speriamo anche un po’ galantdonna, aggiungo io. Se non è successo ora è perché è giusto che sia così, ma l’Olimpiade resta l’apoteosi dei miei sogni e Los Angeles 2028 non mi pare un postaccio, rinunciare è un verbo che non m’appartiene, quel sogno lo sposto solo un po’ più in là. Detto ciò parentesi chiusa, non dirò più nulla in merito, ho solo voglia di godermi Parigi 2024. E allora, si parte.

Questa cerimonia è stata molto divisiva, ho letto veramente di tutto. Io dico la mia e parlo di un crescendo di emozioni. Idea pazzescamente originale, fatta di tanti elementi che hanno fatto da filo conduttore e per di più andata in scena per la prima volta al di fuori di uno stadio. A tratti mi è sembrata dispersiva, è vero, concordo con chi parla di atleti un po’ poco coinvolti, diciamo che se ci fosse stata una passerella finale con i portabandiera a prendersi la scena ai piedi della Torre Eiffel, forse sarebbe stato qualcosa di molto simile alla perfezione.

Resta il fatto che di cose belle ce ne sono state tante: Lady Gaga ha spaccato, poi la passerella di Bebe Vio, i quadri partiti dal prevedibile Liberté, Égalité e Fraternité, salvo poi passare da un sorarité, a sottolineare come per la prima volta ai giochi ci siano atleti e atlete equamente suddivisi, i cuori nel cielo di Parigi, ma d’altronde è pur sempre la città dell’amore, e ancora artisti e trampolieri, dj e balli scatenati, un mix di modernità e tradizione, ed un messaggio di pace con Imagine magistralmente cantata da Juliette Armanet, una ex giornalista culturale, ridisegnatasi cantautrice, capace di prendere per mano la Francia ed il mondo intero con una voce sublime, condurli in un viaggio di fiori che accarezzano la pelle e disegnano arcobaleni. Il resto lo ha fatto la Senna in notturna, splendente in quei giochi di luci e d’acqua. We stand and call for peace.

E poi il finale. Quaranta minuti di gloria mentre il cielo di Parigi 2024 non vuole smettere di commuoversi, Zidane che passa la fiamma a Nadal, un Re che questa città l’ha conquistata più volte e che forma il quartetto internazionale con Serena Williams, Carl Lewis e Nadia Comaneci, ulteriore passaggio di consegne agli atleti francesi, eccellenze assolute. Da Manadou a Lavillenie, menzione particolare al ciclista centenario Charles Coste che vinse nell’inseguimento a squadre a Londra 1948, poi la chiusura è toccata alla velocista Marie-José Pérec e al judoka Teddy Riner. Le fiamme volano in cielo, il braciere è un’immensa mongolfiera che s’innalza guidata dal vento, dai sogni, dalle speranze di tutti coloro che rivolgono uno sguardo a quel bagliore, cullati dalla divina Celine Dion: torna in scena dopo 4 anni e lo fa con la strapotere di un dono in gola ancora cristallino, a dispetto di una vita che le sta giocando da tempo un brutto scherzetto.

E poi c’è l’Italia, che dire…per me le immagini impresse sono due: i tempi scenici di un team che cerca di “nascondersi” salvo poi svelarsi in alto al richiamo della Nazione, casinisti come sempre, con i sorrisi e l’energia di Tamberi – Errigo devastanti e contagiosi, e l’immagine del Presidente Sergio Mattarella, che incurante di una pioggia copiosa, correda il suo abito di una mantellina improbabile ed attende i “suoi” ragazzi, si alza in piedi e saluta, con quel sorriso che sa di garanzia assoluta ed immensa riconoscenza. Se penso a quel “Ho disobbedito al protocollo, ho partecipato per due sere di fila agli Europei di Roma, ma vi assicuro che ne è valsa la pena“, ancora mi commuovo. Che Presidente, ragazzi!

Ora, però, viene il bello: team Italia facci divertire e qualsiasi cosa accada…INSIEME.

Ho un gruppo su whatsapp che si chiama 5ªB. È la mia 5ªB di tanti anni fa. Quanti? Venti, vent’anni fa. Sbam.
Questa mattina Andrea ha scritto: “Ragazzi, 20 anni fa preparavamo la maturità, ve lo ricordate?”, “Che Ansia” la mia prima risposta.

Ero una ragazzina, mannaggia, piena di sogni e belle speranze, avevo tante idee in testa e mai una giusta, avevo sempre qualche parola di troppo, uno scherzo da combinare a qualcuno, un’allergia al diritto (anche se poi i miei diritti me li sono sempre presi tutti), ed un gelato tra le mani, mentre andavo di corsa, sempre di corsa e chissà dove. Avevo tanti dubbi ed altrettante domande senza risposta, ma una cosa la sapevo, e l’ho sempre saputa: avrei fatto la giornalista. A qualunque costo. Per me quella maturità era solo un rito di passaggio da togliermi dalle scatole quanto prima, non me la sono goduta affatto, io pensavo all’università, al test di Scienze della Comunicazione, a tutto quello che sarebbe stato poi, a voler diventare grande. L’ho sempre avuto questo difetto, guardare oltre senza godermi a fondo il momento…devo dire che vent’anni dopo qualcosa l’ho imparata. Ma sono fatta così: mi basta una finestrella per andare alla ricerca di nuovi orizzonti, per vedere le mie ambizioni disegnare in cielo voli pindarici, per colorare con toni accesi anche le figure più astratte della mia anima.

Vent’anni fa, dicevo, era tutta un’altra storia ma anche in questo doppio decennio, di storia, ne ho scritta un’altra bellissima, ed è la mia. Lo so che le storie si dovrebbero raccontare dall’inizio ma io voglio partire dalla fine, da oggi. Prometto commenti non troppo smielati ed un milione e mezzo di lacrime circa, almeno finché sono riuscita a contarle.
“Accredito?”, “Mariella Lamonica”, prego signorina si accomodi. Di fronte a me il Quirinale, alle mie spalle, senza quasi saperlo, mi stavo lasciando 20 anni di sacrifici e passione. I passi in maniera inversamente proporzionale ai battiti del mio cuore, andavano lenti, pronti ad assecondare la mia voglia di gustarmi tutto. A pieni polmoni e testa alta ho attraversato i vialetti, raccolto i saluti composti delle guardie, annusato i particolari, mi sono accomodata nei posti riservati alla stampa e ho provato a farmi largo in un vortice di emozioni che sono riuscita a tenere a bada solo per i primi 25 secondi netti, poi mi hanno travolto ed ho lasciato loro il pieno comando dei miei sorrisi, dei miei sguardi e della mia pelle.

A pochi passi dalla squadra Olimpica prossima a partire per Parigi, a pochi passi dalle parole del Presidente Malagò e del Ministro Abodi, vicina, vicinissima, al discorso encomiabile del Presidente Pancalli, rivestita ed investita dalle parole di Arianna Errigo, Gianmarco Tamberi, Luca Mazzone ed Ambra Sabatini, dentro, totalmente dentro, le parole del Presidente Sergio Mattarella che ancora una volta ha dimostrato d’essere innanzitutto un uomo d’altri tempi dall’inestimabile spessore umano, e che poi, ha quasi scherzato con la sua carica per mettersi al pari di un “tifoso elegante”, ma appassionato, mai sazio e mai domo di fronte alle storie azzurre.
Mi auguro che possiate tornare con un bus pieno zeppo di atleti medagliati ma se così non dovesse essere non toglierà nulla ai vostri percorsi, sono certo che darete il meglio di voi stessi e ci renderete orgogliosi di voi“.
Ho commesso un’infrazione alla prassi di protocollo del Quirinale tornando per la seconda serata consecutiva allo Stadio Olimpico per assistere agli Europei di atletica leggera. E ora posso dire che ne è valsa la pena“.

Ha ragione Presidente, ne è valsa la pena. Ne è valsa la pena di scrivere una storia così, come la mia, arzigogolata, stancante, incompresa ai più, fatta di sacrifici e passione, parole chiave in un percorso che ha preso la direzione dei sogni e non è più tornato indietro. La giornata di oggi me la porterò dentro e addosso per sempre. Ma la cosa più bella è che tutto ciò non è nemmeno la fine di questa storia che dura da vent’anni, ogni traguardo sarà sempre e solo l’inizio.

Ho creduto ad un sogno, ho dato retta a quella bambina sbarazzina con gli occhiali ed i capelli ricci che ho dentro, e ho fatto bene. I sogni a volte, diventano realtà.


Day 5 – Devo essere proprio noiosa quando racconto quello che vivo e come lo vivo, ma non posso nemmeno discostarmi troppo dallo sguardo che i miei occhi hanno sulla realtà, da ciò che assorbono portandolo in un’orbita parallela, quella dimensione intoccabile a chiunque ma non dal vento. Il vento è l’unico compagno di viaggio in questo pianeta oscuro, accarezza i sogni e riesce sempre a soffiare per potarli un po’più in là, e più in là è un posto bellissimo.

La prima immagine che rimembro di questa lunga giornata è una scolaresca di piccolissimi alunni vestiti di tutto punto con magliettina bianca, si mettono in fila per due e varcano lo Stadio Olimpico. Poi eccoli lì, in un pezzettino di curva che trasformano in nuvola bianca al contagioso grido di “Italia, Italia”.

La seconda immagine sono gli occhi di Sibilio: piangere alle 21.07 non dovrebbe essere permesso dalla legge. Ma se ti vesti d’argento dopo un 400 hs in cui abbatti il record italiano di Fabrizio Mori che durava da 23 anni, se oltre quel traguardo sei lacrime, storia, forze stremate, l’abbraccio con il capitano, il primo dei normali dietro l’alieno Warholm, è perché il velo sugli occhi è polvere magica che rende perfetta una serata indimenticabile.

La terza immagine sono le braccia al cielo di Nadia Battocletti e la standing ovation. Dopo 10 mila metri nemmeno l’Olimpico ce la fa a stare al proprio posto, si alza in piedi, si spella le mani, strabuzza gli occhi, Battocletti è d’oro grazie alla capacità incredibile di rendere semplici le cose difficili, è una semplicità che miete nello sguardo, nella calma con cui si presenta ai microfoni post fatiche europee, nella compostezza con cui fa il giro d’onore, nell’abbraccio con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. 

E allora eccola la quarta immagine, il Presidente. Ottantatré anni e restare svegli fino alle 23 già non è da tutti, diciamolo. Arriva quasi puntuale e si gode la serata, si prende la scena giusto il tempo dell’Inno di Mameli, poi sa che Roma, questa sera, non ha occhi che per i suoi eroi azzurri e si fa da parte con galanteria, ma non dimentica di rispondere con un inchino ad un altro inchino, non dimentica di lodare chi sta portando in alto il tricolore azzurro.

La quinta immagine è la composizione di un quadro astratto d’inestimabile valore: Gimbo Tamberi, olio su tela. 
È sempre una storia nella storia. Entra in pista e parte lo show, aizza il pubblico, strizza l’occhio alla telecamera, va alla ricerca di Mattarella e gli manda un saluto commosso, indossa la sua divisa preferita, abbraccia Lando e Sottile, ed inizia a volare. A 229 centimetri da terra il volo s’interrompe per due volte, le spalle sono già appoggiate al muro, e l’unica via di fuga è non cadere nell’affanno e aggrapparsi alla pazienza, una pazienza fatta di consapevolezze. Spalle al muro Gimbo non molla mai. Mai. Ma proprio mai. Spalle al muro è solo un modo per prendere la rincorsa e volare ancora più su, sospinto dal fiato sospeso di una curva che non ha occhi che per lui. Alla voce morire e risorgere capeggia un solo nome e no, non è quello che religiosamente parlando tutti pensano. È quello di un marchigiano che nelle difficoltà si esalta, vezzo tipico dell’italiano vero. E allora Gimbo Tamberi vola, e vola a 231, vola a 234, strabilia a 237, piazzando la miglior misura della stagione a livello mondiale. Non ci si crede. S’inventa lo show di un finto infortunio e di una molla in una scarpa, 30 secondi di panico puro in cui l’Italia trema, mentre quel matto da legare gongola. Si è di nuovo ripreso l’Europa, in attesa del mondo, in attesa dell’Olimpo, e lo ha fatto nell’unico modo che conosce, tra talento e follia.

Date un’occhiata alla luna stanotte, le donerà persino la mezza barba…da quelle parti, e solo da quelle parti, potrete trovare Gimbo Tamberi.

Buonanotte Roma

Foto European Athletics

QUI IL RIASSUNTO DEL DAY 4