È sempre la solita storia: tu parti tra la frenesia di una nuova avventura, l’impegno di un weekend di lavoro lungo, la certezza che “tanto l’ho già vissuto, lo conosco a memoria”, e poi torni a casa con una valigia ancor più piena ed il disordine delle emozioni da rimettere in riga: il Festival dello Sport non tradisce e non perdona.
Anche se era la 9ª edizione, anche se per me era la 6ª volta, anche se non tralascerò critiche, perché è anche giusto così, alla fine viene sempre fuori un bel lavoro, tra scatti rubati, corse e affanni, nuovi colleghi aggiunti in rubrica (e non solo), e abbracci con quelli di vecchia data che magari incontri giusto quelle 2-3 volte l’anno. Poi ci sono le foto che restano, un nuovo scorcio d’estate che male non fa, l’ennesimo libro portato a casa (vuoi non comprare un libro al Festival dello Sport?), i confronti, i dialoghi, gli scleri via mail con capi esigenti, il dono dell’ubiquità che manca sempre, e una nota sullo smartphone piena di appunti e che traccia il percorso.
Ecco partiamo proprio da lì, dagli appunti, dalle frasi, dalle citazioni. Lo dico sempre che amo ascoltare per raccogliere spunti, per concentrare il senso di tutto in frasi brevi che restano, e che talvolta scompigliano. Credo che ognuno abbia il suo modo di mettere in fila le emozioni, per me sono o pugni o carezze, ma entrambe hanno lo stesso obiettivo: toccano lo stomaco. Si aggrovigliano lì, e lì restano. Sedimentano. Formano. Curano, anche. Rispondono a domande complicate, ai perché che altrimenti non troverebbero mai collocazione alcuna.
E allora il mio Festival dello Sport 2026, ancora una volta, ve lo racconto così, tra una citazione e l’altra.
Bastone e carota
Fermi tutti, ho cambiato idea. Parto prima dal bastone. Confrontandomi con colleghi ed appassionati, qualche “dunque…” su una formula un po’ stantia ci è venuto. Fermo restando che io di fronte ad una macchina organizzativa così continuo ad inchinarmi, credo non sia vietato mettere dei puntini sulle i. Non sono mancati gli ospiti, anche se poi si va tanto a gusto personale, non sono mancate storie, non sono mancati momenti di sport all’aria aperta, ma qualche sterzata di energia sì. È un po’ come la storia “vincere è difficile, ripetersi ancor di più”, e ripetersi dopo 9 anni, può nascondere qualche trappola.
Innovare e rinnovare non è semplice, lo sappiamo, ma qualcosa fuori dalle righe, anche solo qualche contorno diverso, può cambiare la prospettiva. Al netto di ChatGPT e AI varie, credo che la testa umana resti il più grande contenitore di idee, mettersi attorno ad un tavolo, con un buon bicchiere di vino in mano, e magari, chessò, udire il popolo per capire in che direzione andare, già potrebbe avere un senso (per tutto il resto delle idee vi lascio il mio numero in firma 😜).
Confido nella decima, la cifra tonda non sbaglia mai.
Ok, ora è tempo di citazioni.
Festival dello Sport, day 1
Vialli forever
Dennis Wise: “Vialli scaramantico? Mi ha fatto andare a cena e a vedere mission impossible per due sabati consecutivi. Fortuna alla seconda volta non ha segnato altrimenti sarebbe diventato un loop”.
Pierluigi Pardo: “Carisma che si univa a semplicità. Era uomo squadra, un uomo spogliatoio”.
Massimo Mauro: “All’estero, in Inghilterra, vincere è importante, però non ti rovina la vita come succede qui da noi”.
Massimo Mauro: “Vialli al primo incontro chiede a Lippi di andare via. Lippi gli risponde che tutto può fare, tranne che andare via”
Riccardo Vialli: “Luca, mio zio, era un cazzaro”.
Giovanni Carnevali, la Juventus nel destino

“Ho pianto quando ho lasciato Sassuolo e la famiglia Squinzi: la Juve mi ha chiamato ma io ho guardato subito indietro, ho lasciato un pezzo di cuore lì”.
“Elkann? Lo sento spesso, capisci la grande forza della persona. L’investimento di capitale di ieri? Dobbiamo fare qualcosa in più, dobbiamo essere riconoscenti”.
“La mia idea è creare un po’ più di italianità. La Juve ha bisogno di giocatori forti. Mi piacerebbe inserire ragazzi di prospettiva”.
“Fosse per me vincerei già domani. Sappiamo cosa stiamo facendo e da dove siamo partiti, sappiamo quanto lavoro c’è da fare. Noi dobbiamo avere uno spirito ben preciso, quello di ottenere qualcosa di straordinario passando attraverso i sacrifici“.
La costante del 4 posto come obiettivo, non abbassa l’asticella? Non ridimensiona troppo?
“Quando vedi grandi come Boniperti devi alzarti in piedi e dire grazie, la frase storica “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, deve anche aiutarti a capire in che modo arrivare lì. Oggi dire 3 o 4 posto significa che è diventato più business che calcio, ma fino a che punto va bene? Resta il fatto che la sostenibilità di una società sia determinante. Dentro di noi, però, non possiamo accontentarci del 4 posto, quando sei in un grande club vuoi vincere e devi vincere“.
“Uno va alla Juve e pensa: cosa devo fare per farla diventare forte? Prendo i più forti. Ma non sempre è fattibile, quindi bisogna ingegnarsi. È stato un calciomercato impegnativo ma anche ingegnoso, da dentro c’è stata creatività. Ecco, Alajbegovic nasce da questa creatività. Giovane, di prospettiva, questi sono i giocatori su cui dobbiamo puntare”.
Il dirigente più bravo è quello che vende meglio?
“Il dirigente deve saper vendere e acquistare, ma soprattutto deve saper costruire un percorso al giocatore”.
“Europa League? Quando indossi questa maglia devi ambire a vincere qualsiasi cosa, amichevoli comprese”
“Con Marotta c’è grande antagonismo, se dobbiamo andare a mangiare insieme, lo facciamo volentieri, ma poi ognuno pensa per sé”.
Tra 5 anni chi avrà vinto di più tra te e Marotta?
“Lui parte avvantaggiato, è già avanti, ma è come una gara dei 100 metri, chi vince lo si vede in fondo, al traguardo”.
“Una delle cose più importanti è l’umiltà: se sei umile puoi ottenere qualcosa di buono”.
“Gli infortuni non sono un alibi, la rosa è ampia, però siamo stati sfigati”.
“Un giocatore che farà bene? Solo uno è poco. Ma non guardo i singoli, deve venir fuori la squadra, il gioco”.
“C’è sempre spazio per l’emozione, fa parte del nostro essere, ed è bello che ci sia, la trovi in tante cose, soprattutto nei tifosi, però non deve tradirti”.
La grande inaugurazione
Velasco: “La gioia della vittoria l’ho scoperta in Inghilterra, in Italia la vittoria è un sollievo”.

Tania cagnotto: un tuffo nella vita
“No, quella cura del dettaglio, quella perfezione, non ce l’ho più. La mia vita è cambiata da quando ho lasciato la vasca, però capiamoci, i sacrifici non mi mancano”.
“Allenerei mia figlia? No, non penso. Ma se dovesse chiedermelo lei, vacillerei un po’”.

Fabio Fognini: colpi di genio
“Rimpianti ce ne sono. Non mi nascondo. Ma ciò che più mi dava fastidio era essere giudicato per ciò che ero”.
“No, non ho mai rivisto la mia ultima partita. Ma ancora non so bene cosa stia succedendo. Farò la decisione giusta, al momento giusto.”
Dicono che Zverev sia stato sfortunato ad essere nato in questa epoca.
“Eh, pure io sono stato sfortunato allora”.
“O mi vuoi bene, o mi vuoi male, ma io sono sempre stato così”
“La gente ti vuole bene così”.
Si parlava sempre di Fognini
“Eh, grazie, Seppi era una mummia”.
“Io nei primi 10 ci sono stato poco. Mi auguro che Flavio Cobolli, e gli altri, si preparino per rimanerci il più a lungo possibile”.
“Per 20 anni ho fatto solo quello, giocato a tennis. Non sapevo fare manco una pasta al pomodoro“.
Festival dello Sport, day 2
Rosanna Marani: sono nata sbagliata

“Io volevo solo diventare me stessa, ma poi com’era ‘me stessa’ proprio non lo so”.
“Vai a terra, anche di più, piangi tutte le lacrime e poi guarda l’orologio: è tempo di sistemarsi e ripartire”.
“Quello che qualifica l’uomo è il senso di riconoscenza“.
“Dai calciatori ho avuto tutto: pensa, ho travestito Maradona da babbo natale”.
“La vita mi vuole morta, non posso fidarmi del successo: ma c’è l’ironia che mi salva sempre”.
“Ho conquistato la fiducia dei calciatori, li chiamavo, “Secondo te posso scrivere che hai mandato il mister a fanculo?”,
“Ma la verità è che cercavano me non perché l’ho data via, ma perché ero brava, ero brava, più brava di loro”.
“Esordio in Gazzetta dello Sport, il direttore mi lanciò una sfida: portami un’intervista di Gianni Rivera (che era in silenzio stampa). Ho fatto di tutto, l’ho incontrato e gli ho detto “ha la mia carriera tra le mani”, mi disse di sì, non ero abituata ai sì”.
“Ho infranto tanti Tabù: il “Noi chiediamo, io chiedo”, la foto con la giornalista, e il tamburino in prima pagina, più la terza pagina tutta per me”.
Dan Peterson

“Non dire mai niente ad un giornalista che non vuoi vedere in 9 colonne il giorno dopo. Questa è la frase che mi hanno sempre detto da giovane”.
“I giornalisti bisogna aiutarli, bisogna dare loro qualcosa che valga una storia“.
Christian Vieri: air Bobo
“A 14 anni voglio tornare in Italia, papá mi rispose “La vita è tua fai quello che vuoi”
“In Italia mi aspettava nonno Enzo. Mi portò a calcio e mi disse ‘Ti do 5 mila lire ogni gol’. Mi diede 35 mila lire in 2 partite, abbassò subito l’offerta a mille lire”.
“Il gol con l’Atletico Madrid dalla linea di fondo fu fortunato, ma rischiai: amo il rischio, a Madrid mi sono divertito”.
“A Madrid mi chiamavano il muto perché dopo tre partite feci zero gol, alla quarta feci doppietta, a quel punto i giornalisti volevano parlarmi tutti, sono entrato in sala stampa, ho salutato e me ne sono andato”.
“Quando ti sentivi più forte?”
“Sempre”

“Per me era fondamentale allenarmi tanto, fare tutto il mio programma. Poi la domenica quello che succedeva, succedeva, ma io dovevo essere a posto con la mia coscienza“.
“Mi chiama Moratti, rispondo solo ‘arrivo”. Volevo giocare con Ronaldo“.
“Byron Moreno penso abbia avuto una serataccia quella volta. Non trovo scuse, sono molto esigente con me stesso, lui fu pessimo ma dare la colpa a lui è una vita d’uscita facile, dovevamo fare meglio noi. Certo, poi dopo tempo lo hanno arrestato con 7 kg di cocaina”.
“Con l’Italia è mancato un niente per vincere tutto, e questo è successo tante volte”.
“Non eri un gran chiacchierone, oggi invece parli tanto per scelta, perché?”
“Perché mi diverto. Ridere è bello, prendo tutto con leggerezza, è il mio modo di fare. Però ero simpatico anche prima eh”.
“Hai preso il patentino, ma perché non fai allenatore?”.
“Perchè ho scelto di portare le mie figlie a scuola tutti i giorni, non c’è niente di più bello”.
Oliver Bierhoff: una vita da centravanti
“Calcisticamente mi sento italiano“.
“Ho trovato subito posto nel tavolo dei senatori. Non so come sia stato possibile, forse mancava qualcuno”.
“Non si smette mai di essere calciatori”.
“Quando sono diventato dirigente non mi sono allenato per un anno, volevo dimostrare di essere appunto un dirigente, Un giorno Klinsmann aveva bisogno di una mano perché gli mancava uno e quella volta mi sono allenato: indossare i pantaloncini ed entrare in campo, è sempre la cosa più bella“.
“Ogni volta, dopo un torneo con la nazionale, mi sono chiesto: ho qualcosa da dire? Ho grinta da mettere al servizio?”
Gian Piero Gasperini: la Roma tra presente e futuro
“Dybala ha ancora dentro l’entusiasmo. In un campo da calcio sta proprio bene. Mi dicevano ‘ha i muscoli di seta’, pensavo fosse questione di allenamento, invece ha una fibra notevole, non salta mai un minuto e finisce tra i più freschi. Ma ho sempre pensato che attraverso l’allenamento puoi migliorare tutto, l’allenamento non può essere una fatica“.
“Caso Ronaldo. Quella è la goccia, la costruzione di un rapporto viene prima. Alla Roma ci sono giocatori che danno il massimo, e vogliono dare tutto per questa piazza”.
“Romano al Cagliari è un’esigenza di plusvalenze. Noi adulti dobbiamo stare attenti nei giudizi”.
“Record di Malen? In realtà l’ho detto per motivarlo”.
“Augusto imperatore, ti senti come lui?”
“Oddio, gli imperatori hanno fatto tutti una brutta fine”.
Festival dello Sport, day 3
Capello – Boban – Di Canio: Sky calcio show
Capello: “Mister era incontenibile anche nello spogliatoio di Canio?”
“È sempre stato così”
Di Canio: “L’allenatore che mi ha dato di più? Don Fabio, perché abbiamo litigato tanto ma io riconosco i valori”.
“Gliene hai combinate tante, come quando hai portato i tuoi amici a vedere allenamento”.
Di Canio: “Va beh però lì ha esagerato dai. Urlò: ‘Chi sono quei due? Sono rimasti traumatizzati”.
Capello: “Se volete vedermi arrabbiato per davvero, non rispettate chi lavora qui. Vi fa piacerebbe che vostra sorella, mamma, papà fossero trattati male? No, e allora siate educati”.
Che domanda fareste ad Amorim?
Capello: “Se ha capito quali sono i giocatori più forti che ha. Anche se per me non lo ha capito”.
Capello: “L’esordio di Messi avvenne contro la Juve nel trofeo Gamper, l’ho visto io per primo. Chiesi se ce lo prestavano per un anno”.
Alexandre Pato: rossonero per sempre

“Il gol al Barcellona…non piango qui perché voglio diventare un duro, ma la gente si ricorda di quel gol, mi ferma per strada e me lo racconta. Lo farò vedere a mio figlio Benjamin tutti i giorni, prima di andare a scuola”.
“Al Milan sono arrivato nella squadra con cui giocavo alla Play”.
“Pratico tennis, mi piace tantissimo, vorrei diventare giocatore professionista e fare i campionati in giro per il mondo, ma quelli che non guarda nessuno”.
“Ancelotti sarà sempre nel mio cuore, adesso è al Brasile, spero che in 4 anni possa riportarlo in alto”.
“Ho avuto tanti infortuni, da fuori mi dicevano che non avrei mai più giocato, ho iniziato a dubitare del mio fisico. Bisogna esprimersi, ma talvolta è difficile dire ciò che abbiamo dentro”.
“Oggi guido un club inglese, ho detto loro che arriveremo in Champions”.
“Il calcio è diverso, ogni giocatore ha il suo staff, ma devi sapere tutto ciò che fanno gli altri per te”.
“Nel 2012 faccio una foto con Rebecca in Svezia, ma anche lei era brasiliana. Quando sono tornato in Brasile qualche anno dopo il destino ha voluto che vivessimo uno di fronte all’altro, le ho scritto un messaggio per bere un caffè insieme, quella sera è andata bene e siamo ancora insieme”.
“Ho fatto un percorso psicologico ed un cammino di fede con mia moglie Rebecca. Il calcio ti aiuta tanto ma solo per un tempo, poi c’è il secondo“.
“Il Milan lo seguo sempre, è cambiato tanto. Ho parlato con Gerry Cardinale, c’è un progetto a lungo termine ma sono convinto che torneremo vincere. Io sono dalla parte dei tifosi, ma lui troverà modo per farli vincere”.
“Il Milan mi chiama, che dico? Se mia moglie mi dà permesso per 6 mesi torno. Il Milan mi tocca il cuore, e poi giocherei con Modric wow”.
“Ho ottenuto un insegnamento ovunque sono andato. Anche oltre il calcio”.
“I miei genitori mi hanno aiutato, ma sono dovuto essere forte”.
“Una volta ho tirato i capelli di Rino, lui mi ha preso per i capelli e mi ha tirato su di peso “devi rispettare i più grandi””.
“A Beckham ho rubato il profumo dopo la doccia. Oggi uso ancora quello. Siamo diventati amici”.
Frank Ribery: il calcio sulla pelle
“Quando vieni dalla strada e hai passato anni difficili, e poi arrivi a Marsiglia…beh, devi essere pronto”
“Il Pallone d’oro del 2013…quando vinci tutto pensi di meritarlo, è stata un po’ una delusione, ma poi ho guardato avanti, si va avanti sempre”.
“Amo troppo il calcio, per quello ho scelto Firenze, ho bisogno di una grande passione. Sono stati 2 anni bellissimi. E sono andato a Salerno per lo stesso motivo, perché ho sentito lo stesso calore. Io tocco la palla e sono felice”.
“Il calcio mi ha salvato la vita”.
“Fin dove arriva l’estro di un giocatore?”
“Un giocatore deve sentire fiducia, e deve conoscere il coraggio e la paura”.
Qual è la cosa più difficile per un allenatore?
“Gestire le persone con cui lavora. Deve avere un rapporto importante con la sua squadra e con giocatori”.
“Ti senti pronto per allenare?
Sono sempre pronto”.
Mario Gila: grinta Milan
“Il livello del Milan attuale è l’Europa League, inutile nasconderci, dobbiamo lavorare per crescere e riportare il Milan in Champions”.
“Se la Spagna può fare a meno di me? Evidentemente sì. Bisogna lavorare per conquistarla, e non andare lì perché qualcuno si è fatto male. Ma la Nazionale è un mio obiettivo”.
“Quando è morto Baresi ho visto l’intero Milan commosso. Se potessi mi metterei un pezzo di lui dentro”
Miralem Pjanic: îl pianista

“Ho giocato nelle squadre più forti del mondo e negli stadi più belli del mondo, se l’ho fatto io penso possa farlo chiunque, ma per riuscirci servono sogni e serve lavoro“.
“Punizioni? Solo la dedizione ti porta al tiro perfetto”.
“Tutti i giovani dovrebbero prendere esempio da Cristiano. È stato un onore giocare con lui, peccato non aver vinto una Champions, potevamo fare qualcosa in più”.
“Punizione Napoli: Cristiano era a terra, Allegri mandò subito il fisioterapista in campo per farlo uscire, così avrei potuto calciarlo io, sai con Cristiano non c’era speranza, le calciava lui e basta e tu glielo lasciavi fare perchè cosa vuoi dire a uno che ti risolve tutte le partite? Beh, devo dire grazie a Max: ho fatto gol”.
“Non mi pento di aver scelto il Barcellona, con Messi in quella squadra era un sogno, ma non ho lasciato un segno come avrei voluto. Non andavo d’accordo con Koeman”
Il nuovo Pjanic? Il fratello di Kerim Alajbegovic, ha 13 anni, ne parliamo fra un paio d’anni”.
Festival dello Sport, day 4

Edoardo Bove: welcome back
“Non voglio essere un modello o un punto di riferimento, ma spero solo di ispirare qualcuno che stia vivendo un momento di difficoltà, qualunque sia la difficoltà, perché poi ognuno dà la misura che più ritiene opportuna ai problemi e alle situazioni”.
“Mourinho? Posso solo parlarne bene perché legge tutto, poi finisce che mi scrive”.
“Idoli? De Rossi, Nainggolan, Pirlo”.
“Cosa si prova ad essere un calciatore senza il calcio?”
“Grande perdita, tipo quando perdi una persona cara. Io credo che sia importante come reagiamo a questi eventi negativi. Il calcio era tutto per me, ora sono dell’idea che ci sia anche tanto altro”.
In un battito, il mio docufilm.
Gianmarco Tamberi: sempre più in alto

“La persona che mi ha convinto più di tutti è stato mio padre, mi ha spinto a lasciare il basket e a coltivare il mio talento nel salto in alto”.
“Ho vissuto ogni singolo giorno per raggiungente il mio obiettivo, lo facevo già nel 2016, ma è proprio l’animo che ti spinge a farlo. Non ci penso mai a Parigi, da quando è nata Camilla ho fatto pace con tutto, ora salto per provare, a Los Angeles, a vincere 2 ori olimpici in questa disciplina”.
“Non tutti abbiamo la possibilità di scoprire un talento così giovane, voglio arrivare a fine carriera consapevole di aver fatto tutto ciò che potevo fare“.
“È una fortuna scoprire un talento e poi fare una scelta per portarlo avanti”.
Juventus ’96: la notte dei campioni
“Non eravamo solo uomini, eravamo anche fratelli. Ecco perché abbiamo vinto tanto”.
Di Livio: “Rampulla un giorno si mise a dribblare in area e ci hanno fatto gol, abbiamo fatto tre giorni di ritiro per colpa sua, stasera paga la cena”.
Di Livio: “Al primo scatto di Renault, Ciro mi dice “stammi vicino che questo mi fa la riga in mezzo”.
5 minuti di tributo a Gianluca Vialli, tutti in piedi, con le mani che non cessano di ricongiungersi a ritmo, in un mix di nostalgica preghiera e riconoscenza. Uno dei momenti più toccanti del mio Festival dello Sport.
Gennaro Gattuso: non mollare mai

“Un genitore non è mai preparato al fatto che un figlio possa andare via prima di lui”.
“Sei anni fa ho perso mia sorella…il fatto di non riuscire a sognarla, pagherei tutto ciò che ho per passare un’ora con lei…mi manca”
“Pensa se mi avessero detto di avere 5 mesi di vita. Io l’ho accettata, ci lavoro, sono più forte della malattia. Però mi costa fare uso di cortisone ogni giorno, non è facile. Sono quasi 7 anni che non bevo alcolici. Un altro al posto mio peserebbe 200 kg. Si va avanti, c’è sempre di peggio nella vita. L’importante è guardare avanti, finché Dio mi darà la forza”.
“Senza quel formicolio, senza quelle emozioni, avrei già detto basta. Spero che i miei figli mi faranno diventare nonno, e quello che non ho fatto per loro lo farò per i miei nipoti”.
Festival dello Sport, gli invincibili
Era questo il titolo di questa edizione, “gli invincibili”. Banale, ovvio, scontato, quasi superfluo. Ma allora chi sono gli invincibili? Uso la stessa banalità, la stessa ovvietà, la stessa superficialità.
Gli invincibili, sono quelli che non si arrendono mai.
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Foto Alessandro Gennari
Il Festival dello Sport


















La folla ha saputo ballare, ascoltare, sciogliersi ed emozionarsi. Tutti i successi più conosciuti hanno abbracciato un pubblico attento capace di apprezzare anche quei pezzi che “Davanti a tutti li cantiamo oggi per la prima volta, o forse seconda, se facciamo errori non fateci caso eh“. Il cantautore ha scherzato ma ha anche trovato la chiave per colpire là dove, forse, qualcuno potesse avere dubbi su un artista che le luci della ribalta le ha sempre un po’ smorzate, accettandole “solo” quando aveva realmente qualcosa da dire. E basta ascoltare i suoi testi per rendersene conto, curati in ogni dettaglio, ricchi di messaggi più o meno espliciti, ricchi di amore, ma anche evidenziatori fluo di una dedizione incredibile verso quello che è il suo mondo, la sua musica.
La battuta prima di entrare in campo, per sdrammatizzare una tensione che c’è eccome, il selfie post vittoria, lo sfottò genuino, la scaramanzia che è d’obbligo, il seggiolino scomodo, il tifoso che ti tiene l’ombrello e ti offre il caffè, le storie che senti raccontare in tribuna, l’abbraccio tra due avversari che se le sono date per novanta minuti ma che poi “più amici di prima”, la testa alta di un capitano che non ne vuole sapere di mollare, nemmeno se sei sotto 3 a 0 e mancano 5 minuti, il coraggio di un mister che erge ad eroi i suoi ragazzi, difendendoli a spada tratta, la cattiveria gratuita di chi “Va beh ma sei donna, che ne sai tu” o di chi pensa di non essere sentito quando gli dai le spalle dopo la foto e mica lo sa che avete una passione in comune grande quanto una casa, le interviste del giovedì, la scelta accurata su chi mettere in luce, il “chissà se è abbastanza, chissà se ho fatto bene, chissà se questa frase è giusta così“, il vocale col collega, lo sfogo di un ragazzo che di fronte ad infortunio non sa dove aggrapparsi, la gioia di un padre che “Signorina, è il primo gol in prima squadra”, l’adrenalina dello spogliatoio che respiri non appena intravedi il campo di quella domenica…