È sempre la solita storia: tu parti tra la frenesia di una nuova avventura, l’impegno di un weekend di lavoro lungo, la certezza che “tanto l’ho già vissuto, lo conosco a memoria”, e poi torni a casa con una valigia ancor più piena ed il disordine delle emozioni da rimettere in riga: il Festival dello Sport non tradisce e non perdona.

Anche se era la 9ª edizione, anche se per me era la 6ª volta, anche se non tralascerò critiche, perché è anche giusto così, alla fine viene sempre fuori un bel lavoro, tra scatti rubati, corse e affanni, nuovi colleghi aggiunti in rubrica (e non solo), e abbracci con quelli di vecchia data che magari incontri giusto quelle 2-3 volte l’anno. Poi ci sono le foto che restano, un nuovo scorcio d’estate che male non fa, l’ennesimo libro portato a casa (vuoi non comprare un libro al Festival dello Sport?), i confronti, i dialoghi, gli scleri via mail con capi esigenti, il dono dell’ubiquità che manca sempre, e una nota sullo smartphone piena di appunti e che traccia il percorso.

Ecco partiamo proprio da lì, dagli appunti, dalle frasi, dalle citazioni. Lo dico sempre che amo ascoltare per raccogliere spunti, per concentrare il senso di tutto in frasi brevi che restano, e che talvolta scompigliano. Credo che ognuno abbia il suo modo di mettere in fila le emozioni, per me sono o pugni o carezze, ma entrambe hanno lo stesso obiettivo: toccano lo stomaco. Si aggrovigliano lì, e lì restano. Sedimentano. Formano. Curano, anche. Rispondono a domande complicate, ai perché che altrimenti non troverebbero mai collocazione alcuna.

E allora il mio Festival dello Sport 2026, ancora una volta, ve lo racconto così, tra una citazione e l’altra.

Bastone e carota

Fermi tutti, ho cambiato idea. Parto prima dal bastone. Confrontandomi con colleghi ed appassionati, qualche “dunque…” su una formula un po’ stantia ci è venuto. Fermo restando che io di fronte ad una macchina organizzativa così continuo ad inchinarmi, credo non sia vietato mettere dei puntini sulle i. Non sono mancati gli ospiti, anche se poi si va tanto a gusto personale, non sono mancate storie, non sono mancati momenti di sport all’aria aperta, ma qualche sterzata di energia sì. È un po’ come la storia “vincere è difficile, ripetersi ancor di più”, e ripetersi dopo 9 anni, può nascondere qualche trappola.

Innovare e rinnovare non è semplice, lo sappiamo, ma qualcosa fuori dalle righe, anche solo qualche contorno diverso, può cambiare la prospettiva. Al netto di ChatGPT e AI varie, credo che la testa umana resti il più grande contenitore di idee, mettersi attorno ad un tavolo, con un buon bicchiere di vino in mano, e magari, chessò, udire il popolo per capire in che direzione andare, già potrebbe avere un senso (per tutto il resto delle idee vi lascio il mio numero in firma 😜).

Confido nella decima, la cifra tonda non sbaglia mai.

Ok, ora è tempo di citazioni.

Festival dello Sport, day 1

Vialli forever

Dennis Wise: “Vialli scaramantico? Mi ha fatto andare a cena e a vedere mission impossible per due sabati consecutivi. Fortuna alla seconda volta non ha segnato altrimenti sarebbe diventato un loop”.

Pierluigi Pardo: “Carisma che si univa a semplicità. Era uomo squadra, un uomo spogliatoio”.

Massimo Mauro: “All’estero, in Inghilterra, vincere è importante, però non ti rovina la vita come succede qui da noi”.

Massimo Mauro: “Vialli al primo incontro chiede a Lippi di andare via. Lippi gli risponde che tutto può fare, tranne che andare via”

Riccardo Vialli: “Luca, mio zio, era un cazzaro”.

Giovanni Carnevali, la Juventus nel destino

“Ho pianto quando ho lasciato Sassuolo e la famiglia Squinzi: la Juve mi ha chiamato ma io ho guardato subito indietro, ho lasciato un pezzo di cuore lì”.

“Elkann? Lo sento spesso, capisci la grande forza della persona. L’investimento di capitale di ieri? Dobbiamo fare qualcosa in più, dobbiamo essere riconoscenti”.

“La mia idea è creare un po’ più di italianità. La Juve ha bisogno di giocatori forti. Mi piacerebbe inserire ragazzi di prospettiva”. 

“Fosse per me vincerei già domani. Sappiamo cosa stiamo facendo e da dove siamo partiti, sappiamo quanto lavoro c’è da fare. Noi dobbiamo avere uno spirito ben preciso, quello di ottenere qualcosa di straordinario passando attraverso i sacrifici“. 

La costante del 4 posto come obiettivo, non abbassa l’asticella? Non ridimensiona troppo?
“Quando vedi grandi come Boniperti devi alzarti in piedi e dire grazie, la frase storica “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, deve anche aiutarti a capire in che modo arrivare lì. Oggi dire 3 o 4 posto significa che è diventato più business che calcio, ma fino a che punto va bene? Resta il fatto che la sostenibilità di una società sia determinante. Dentro di noi, però, non possiamo accontentarci del 4 posto, quando sei in un grande club vuoi vincere e devi vincere“.

“Uno va alla Juve e pensa: cosa devo fare per farla diventare forte? Prendo i più forti. Ma non sempre è fattibile, quindi bisogna ingegnarsi. È stato un calciomercato impegnativo ma anche ingegnoso, da dentro c’è stata creatività. Ecco, Alajbegovic nasce da questa creatività. Giovane, di prospettiva, questi sono i giocatori su cui dobbiamo puntare”. 

Il dirigente più bravo è quello che vende meglio?
“Il dirigente deve saper vendere e acquistare, ma soprattutto deve saper costruire un percorso al giocatore”. 

“Europa League? Quando indossi questa maglia devi ambire a vincere qualsiasi cosa, amichevoli comprese”

“Con Marotta c’è grande antagonismo, se dobbiamo andare a mangiare insieme, lo facciamo volentieri, ma poi ognuno pensa per sé”.

Tra 5 anni chi avrà vinto di più tra te e Marotta?
“Lui parte avvantaggiato, è già avanti, ma è come una gara dei 100 metri, chi vince lo si vede in fondo, al traguardo”.

“Una delle cose più importanti è l’umiltà: se sei umile puoi ottenere qualcosa di buono”.

“Gli infortuni non sono un alibi, la rosa è ampia, però siamo stati sfigati”.

“Un giocatore che farà bene? Solo uno è poco. Ma non guardo i singoli, deve venir fuori la squadra, il gioco”.

“C’è sempre spazio per l’emozione, fa parte del nostro essere, ed è bello che ci sia, la trovi in tante cose, soprattutto nei tifosi, però non deve tradirti”.

La grande inaugurazione

Velasco: “La gioia della vittoria l’ho scoperta in Inghilterra, in Italia la vittoria è un sollievo”.

Tania cagnotto: un tuffo nella vita

“No, quella cura del dettaglio, quella perfezione, non ce l’ho più. La mia vita è cambiata da quando ho lasciato la vasca, però capiamoci, i sacrifici non mi mancano”.

“Allenerei mia figlia? No, non penso. Ma se dovesse chiedermelo lei, vacillerei un po’”.

Fabio Fognini: colpi di genio

“Rimpianti ce ne sono. Non mi nascondo. Ma ciò che più mi dava fastidio era essere giudicato per ciò che ero”.

“No, non ho mai rivisto la mia ultima partita. Ma ancora non so bene cosa stia succedendo. Farò la decisione giusta, al momento giusto.”

Dicono che Zverev sia stato sfortunato ad essere nato in questa epoca.
“Eh, pure io sono stato sfortunato allora”.

“O mi vuoi bene, o mi vuoi male, ma io sono sempre stato così”
“La gente ti vuole bene così”.

Si parlava sempre di Fognini
“Eh, grazie, Seppi era una mummia”.

“Io nei primi 10 ci sono stato poco. Mi auguro che Flavio Cobolli, e gli altri, si preparino per rimanerci il più a lungo possibile”. 

“Per 20 anni ho fatto solo quello, giocato a tennis. Non sapevo fare manco una pasta al pomodoro“. 

Festival dello Sport, day 2

Rosanna Marani: sono nata sbagliata


“Io volevo solo diventare me stessa, ma poi com’era ‘me stessa’ proprio non lo so”.

“Vai a terra, anche di più, piangi tutte le lacrime e poi guarda l’orologio: è tempo di sistemarsi e ripartire”.

“Quello che qualifica l’uomo è il senso di riconoscenza“.

“Dai calciatori ho avuto tutto: pensa, ho travestito Maradona da babbo natale”. 

“La vita mi vuole morta, non posso fidarmi del successo: ma c’è l’ironia che mi salva sempre”.

“Ho conquistato la fiducia dei calciatori, li chiamavo, “Secondo te posso scrivere che hai mandato il mister a fanculo?”,

“Ma la verità è che cercavano me non perché l’ho data via, ma perché ero brava, ero brava, più brava di loro”.

“Esordio in Gazzetta dello Sport, il direttore mi lanciò una sfida: portami un’intervista di Gianni Rivera (che era in silenzio stampa). Ho fatto di tutto, l’ho incontrato e gli ho detto “ha la mia carriera tra le mani”, mi disse di sì, non ero abituata ai sì”.

“Ho infranto tanti Tabù: il “Noi chiediamo, io chiedo”, la foto con la giornalista, e il tamburino in prima pagina, più la terza pagina tutta per me”.

Dan Peterson

“Non dire mai niente ad un giornalista che non vuoi vedere in 9 colonne il giorno dopo. Questa è la frase che mi hanno sempre detto da giovane”.

“I giornalisti bisogna aiutarli, bisogna dare loro qualcosa che valga una storia“.

Christian Vieri: air Bobo

“A 14 anni voglio tornare in Italia, papá mi rispose “La vita è tua fai quello che vuoi” 

“In Italia mi aspettava nonno Enzo. Mi portò a calcio e mi disse ‘Ti do 5 mila lire ogni gol’. Mi diede 35 mila lire in 2 partite, abbassò subito l’offerta a mille lire”.

“Il gol con l’Atletico Madrid dalla linea di fondo fu fortunato, ma rischiai: amo il rischio, a Madrid mi sono divertito”. 

“A Madrid mi chiamavano il muto perché dopo tre partite feci zero gol, alla quarta feci doppietta, a quel punto i giornalisti volevano parlarmi tutti, sono entrato in sala stampa, ho salutato e me ne sono andato”. 

“Quando ti sentivi più forte?”
“Sempre” 

“Per me era fondamentale allenarmi tanto, fare tutto il mio programma. Poi la domenica quello che succedeva, succedeva, ma io dovevo essere a posto con la mia coscienza“.

“Mi chiama Moratti, rispondo solo ‘arrivo”. Volevo giocare con Ronaldo“. 

“Byron Moreno penso abbia avuto una serataccia quella volta. Non trovo scuse, sono molto esigente con me stesso, lui fu pessimo ma dare la colpa a lui è una vita d’uscita facile, dovevamo fare meglio noi. Certo, poi dopo tempo lo hanno arrestato con 7 kg di cocaina”.

“Con l’Italia è mancato un niente per vincere tutto, e questo è successo tante volte”.

“Non eri un gran chiacchierone, oggi invece parli tanto per scelta, perché?”
“Perché mi diverto. Ridere è bello, prendo tutto con leggerezza, è il mio modo di fare. Però ero simpatico anche prima eh”.

“Hai preso il patentino, ma perché non fai allenatore?”.
“Perchè ho scelto di portare le mie figlie a scuola tutti i giorni, non c’è niente di più bello”. 

Oliver Bierhoff: una vita da centravanti

“Calcisticamente mi sento italiano“.

“Ho trovato subito posto nel tavolo dei senatori. Non so come sia stato possibile, forse mancava qualcuno”.

“Non si smette mai di essere calciatori”.

“Quando sono diventato dirigente non mi sono allenato per un anno, volevo dimostrare di essere appunto un dirigente, Un giorno Klinsmann aveva bisogno di una mano perché gli mancava uno e quella volta mi sono allenato: indossare i pantaloncini ed entrare in campo, è sempre la cosa più bella“.

“Ogni volta, dopo un torneo con la nazionale, mi sono chiesto: ho qualcosa da dire? Ho grinta da mettere al servizio?”

Gian Piero Gasperini: la Roma tra presente e futuro

“Dybala ha ancora dentro l’entusiasmo. In un campo da calcio sta proprio bene. Mi dicevano ‘ha i muscoli di seta’, pensavo fosse questione di allenamento, invece ha una fibra notevole, non salta mai un minuto e finisce tra i più freschi. Ma ho sempre pensato che attraverso l’allenamento puoi migliorare tutto, l’allenamento non può essere una fatica“.

“Caso Ronaldo. Quella è la goccia, la costruzione di un rapporto viene prima. Alla Roma ci sono giocatori che danno il massimo, e vogliono dare tutto per questa piazza”.

“Romano al Cagliari è un’esigenza di plusvalenze. Noi adulti dobbiamo stare attenti nei giudizi”.

“Record di Malen? In realtà l’ho detto per motivarlo”.

“Augusto imperatore, ti senti come lui?”
“Oddio, gli imperatori hanno fatto tutti una brutta fine”.

Festival dello Sport, day 3

Capello – Boban – Di Canio: Sky calcio show

Capello: “Mister era incontenibile anche nello spogliatoio di Canio?”
“È sempre stato così”

Di Canio: “L’allenatore che mi ha dato di più? Don Fabio, perché abbiamo litigato tanto ma io riconosco i valori”.

“Gliene hai combinate tante, come quando hai portato i tuoi amici a vedere allenamento”. 
Di Canio: “Va beh però lì ha esagerato dai. Urlò: ‘Chi sono quei due? Sono rimasti traumatizzati”.

Capello: “Se volete vedermi arrabbiato per davvero, non rispettate chi lavora qui. Vi fa piacerebbe che vostra sorella, mamma, papà fossero trattati male? No, e allora siate educati”.

Che domanda fareste ad Amorim? 
Capello: “Se ha capito quali sono i giocatori più forti che ha. Anche se per me non lo ha capito”.

Capello: “L’esordio di Messi avvenne contro la Juve nel trofeo Gamper, l’ho visto io per primo. Chiesi se ce lo prestavano per un anno”.

Alexandre Pato: rossonero per sempre

“Il gol al Barcellona…non piango qui perché voglio diventare un duro, ma la gente si ricorda di quel gol, mi ferma per strada e me lo racconta. Lo farò vedere a mio figlio Benjamin tutti i giorni, prima di andare a scuola”. 

“Al Milan sono arrivato nella squadra con cui giocavo alla Play”.

“Pratico tennis, mi piace tantissimo, vorrei diventare giocatore professionista e fare i campionati in giro per il mondo, ma quelli che non guarda nessuno”. 

“Ancelotti sarà sempre nel mio cuore, adesso è al Brasile, spero che in 4 anni possa riportarlo in alto”.

“Ho avuto tanti infortuni, da fuori mi dicevano che non avrei mai più giocato, ho iniziato a dubitare del mio fisico. Bisogna esprimersi, ma talvolta è difficile dire ciò che abbiamo dentro”. 

“Oggi guido un club inglese, ho detto loro che arriveremo in Champions”. 

“Il calcio è diverso, ogni giocatore ha il suo staff, ma devi sapere tutto ciò che fanno gli altri per te”. 

“Nel 2012 faccio una foto con Rebecca in Svezia, ma anche lei era brasiliana. Quando sono tornato in Brasile qualche anno dopo il destino ha voluto che vivessimo uno di fronte all’altro, le ho scritto un messaggio per bere un caffè insieme, quella sera è andata bene e siamo ancora insieme”.

“Ho fatto un percorso psicologico ed un cammino di fede con mia moglie Rebecca. Il calcio ti aiuta tanto ma solo per un tempo, poi c’è il secondo“.

“Il Milan lo seguo sempre, è cambiato tanto. Ho parlato con Gerry Cardinale, c’è un progetto a lungo termine ma sono convinto che torneremo vincere. Io sono dalla parte dei tifosi, ma lui troverà modo per farli vincere”. 

“Il Milan mi chiama, che dico? Se mia moglie mi dà permesso per 6 mesi torno. Il Milan mi tocca il cuore, e poi giocherei con Modric wow”.

“Ho ottenuto un insegnamento ovunque sono andato. Anche oltre il calcio”. 

“I miei genitori mi hanno aiutato, ma sono dovuto essere forte”. 

“Una volta ho tirato i capelli di Rino, lui mi ha preso per i capelli e mi ha tirato su di peso “devi rispettare i più grandi””.

“A Beckham ho rubato il profumo dopo la doccia. Oggi uso ancora quello. Siamo diventati amici”.

Frank Ribery: il calcio sulla pelle

“Quando vieni dalla strada e hai passato anni difficili, e poi arrivi a Marsiglia…beh, devi essere pronto” 

“Il Pallone d’oro del 2013…quando vinci tutto pensi di meritarlo, è stata un po’ una delusione, ma poi ho guardato avanti, si va avanti sempre”. 

“Amo troppo il calcio, per quello ho scelto Firenze, ho bisogno di una grande passione. Sono stati 2 anni bellissimi. E sono andato a Salerno per lo stesso motivo, perché ho sentito lo stesso calore. Io tocco la palla e sono felice”. 

“Il calcio mi ha salvato la vita”. 

“Fin dove arriva l’estro di un giocatore?”
“Un giocatore deve sentire fiducia, e deve conoscere il coraggio e la paura”.

Qual è la cosa più difficile per un allenatore?
“Gestire le persone con cui lavora. Deve avere un rapporto importante con la sua squadra e con giocatori”.

“Ti senti pronto per allenare?
Sono sempre pronto”.

Mario Gila: grinta Milan

“Il livello del Milan attuale è l’Europa League, inutile nasconderci, dobbiamo lavorare per crescere e riportare il Milan in Champions”.

“Se la Spagna può fare a meno di me? Evidentemente sì. Bisogna lavorare per conquistarla, e non andare lì perché qualcuno si è fatto male. Ma la Nazionale è un mio obiettivo”.

“Quando è morto Baresi ho visto l’intero Milan commosso. Se potessi mi metterei un pezzo di lui dentro” 

Miralem Pjanic: îl pianista 

“Ho giocato nelle squadre più forti del mondo e negli stadi più belli del mondo, se l’ho fatto io penso possa farlo chiunque, ma per riuscirci servono sogni e serve lavoro“.

“Punizioni? Solo la dedizione ti porta al tiro perfetto”.

“Tutti i giovani dovrebbero prendere esempio da Cristiano. È stato un onore giocare con lui, peccato non aver vinto una Champions, potevamo fare qualcosa in più”.

“Punizione Napoli: Cristiano era a terra, Allegri mandò subito il fisioterapista in campo per farlo uscire, così avrei potuto calciarlo io, sai con Cristiano non c’era speranza, le calciava lui e basta e tu glielo lasciavi fare perchè cosa vuoi dire a uno che ti risolve tutte le partite? Beh, devo dire grazie a Max: ho fatto gol”. 

“Non mi pento di aver scelto il Barcellona, con Messi in quella squadra era un sogno, ma non ho lasciato un segno come avrei voluto. Non andavo d’accordo con Koeman”

Il nuovo Pjanic? Il fratello di Kerim Alajbegovic, ha 13 anni, ne parliamo fra un paio d’anni”.

Festival dello Sport, day 4

Edoardo Bove: welcome back 

“Non voglio essere un modello o un punto di riferimento, ma spero solo di ispirare qualcuno che stia vivendo un momento di difficoltà, qualunque sia la difficoltà, perché poi ognuno dà la misura che più ritiene opportuna ai problemi e alle situazioni”. 

“Mourinho? Posso solo parlarne bene perché legge tutto, poi finisce che mi scrive”.

“Idoli? De Rossi, Nainggolan, Pirlo”.

“Cosa si prova ad essere un calciatore senza il calcio?”
“Grande perdita, tipo quando perdi una persona cara. Io credo che sia importante come reagiamo a questi eventi negativi. Il calcio era tutto per me, ora sono dell’idea che ci sia anche tanto altro”.

In un battito, il mio docufilm.

Gianmarco Tamberi: sempre più in alto

“La persona che mi ha convinto più di tutti è stato mio padre, mi ha spinto a lasciare il basket e a coltivare il mio talento nel salto in alto”.

“Ho vissuto ogni singolo giorno per raggiungente il mio obiettivo, lo facevo già nel 2016, ma è proprio l’animo che ti spinge a farlo. Non ci penso mai a Parigi, da quando è nata Camilla ho fatto pace con tutto, ora salto per provare, a Los Angeles, a vincere 2 ori olimpici in questa disciplina”. 

“Non tutti abbiamo la possibilità di scoprire un talento così giovane, voglio arrivare a fine carriera consapevole di aver fatto tutto ciò che potevo fare“.

“È una fortuna scoprire un talento e poi fare una scelta per portarlo avanti”.

Juventus ’96: la notte dei campioni

“Non eravamo solo uomini, eravamo anche fratelli. Ecco perché abbiamo vinto tanto”. 

Di Livio: “Rampulla un giorno si mise a dribblare in area e ci hanno fatto gol, abbiamo fatto tre giorni di ritiro per colpa sua, stasera paga la cena”.

Di Livio: “Al primo scatto di Renault, Ciro mi dice “stammi vicino che questo mi fa la riga in mezzo”.

5 minuti di tributo a Gianluca Vialli, tutti in piedi, con le mani che non cessano di ricongiungersi a ritmo, in un mix di nostalgica preghiera e riconoscenza. Uno dei momenti più toccanti del mio Festival dello Sport.

Gennaro Gattuso: non mollare mai

“Un genitore non è mai preparato al fatto che un figlio possa andare via prima di lui”.

“Sei anni fa ho perso mia sorella…il fatto di non riuscire a sognarla, pagherei tutto ciò che ho per passare un’ora con lei…mi manca” 

“Pensa se mi avessero detto di avere 5 mesi di vita. Io l’ho accettata, ci lavoro, sono più forte della malattia. Però mi costa fare uso di cortisone ogni giorno, non è facile. Sono quasi 7 anni che non bevo alcolici. Un altro al posto mio peserebbe 200 kg. Si va avanti, c’è sempre di peggio nella vita. L’importante è guardare avanti, finché Dio mi darà la forza”.

“Senza quel formicolio, senza quelle emozioni, avrei già detto basta. Spero che i miei figli mi faranno diventare nonno, e quello che non ho fatto per loro lo farò per i miei nipoti”.

Festival dello Sport, gli invincibili

Era questo il titolo di questa edizione, “gli invincibili”. Banale, ovvio, scontato, quasi superfluo. Ma allora chi sono gli invincibili? Uso la stessa banalità, la stessa ovvietà, la stessa superficialità.

Gli invincibili, sono quelli che non si arrendono mai.

Se volete rivedere l’evento in streaming, cliccate QUI

Foto Alessandro Gennari
Il Festival dello Sport

Facciamo così, facciamo che due parole due su Italia-Finlandia di pallavolo le dico anche io. Perché talvolta mi trattengo, pensando di non essere all’altezza di certi commenti, o di non essere abbastanza conoscitrice di certe dinamiche. Poi, però, in realtà, mi do le pacche sulla spalla da sola per il mio livello di cultura sportiva e, forse con un pizzico di umiltà, dico anche che sarebbe bene che qualcuno ascoltasse, o rispondesse, in maniera civile, in un confronto pacifico e stimolante.

Perché io amo lo sport. E di sport ci vivo. E finché avrò energie combatterò a colpi di parole e pensieri per provare a portare il mio contributo in questo mondo malato, fatto di troppi leoni da tastiera, concedendomi anche solo l’illusione di fare del bene. La famosa goccia nel mare, giusto?

Detto ciò, partiamo dalle basi. Vedere una partita, in questo caso di pallavolo, vi dà diritto a esprimere un pensiero, anche duro, ma con rispetto. Un pensiero, non una sentenza. Soprattutto se il massimo della vostra conoscenza si ferma a Mila e Shiro e se il vostro sport preferito resta quello del “dito più veloce su Facebook” e del “sali e scendi dal carro”.

La pallavolo italiana è uno degli sport che ci ha sempre portato ai vertici dei tornei internazionali: Europei, Mondiali, Olimpiadi. Io stessa non mi ero mai resa conto fino in fondo di quanto fosse vera questa affermazione, finché un giorno ho avuto la fortuna — ma anche la bravura — di scrivere un libro, “Pallavolo. I momenti magici”.

Ho scavato, appreso, raccolto informazioni, le ho messe nero su bianco e ho capito. Questo non significa che aver scritto un libro mi dia la verità assoluta, lungi da me, ma certamente mi dà qualche certezza in più.

Tornando a noi, ho letto frasi e commenti da far accapponare la pelle e venire anche un po’ di nausea. Ma, al di là degli insulti veri e propri, che classificano chi li pronuncia, non certo chi li subisce, credo che il più sprezzante sia stato: “Con questa testa e questo atteggiamento non si va da nessuna parte”.

CEV Men’s Eurovolley 2026 | Ottavi di finale |
Photo Alessandro Gennari

Seriamente, si riesce a scrivere una follia simile riferendosi a una Nazionale che, dal 2021 a oggi, ha vinto, tra gli altri, un oro europeo, un argento europeo, due ori mondiali e un argento in Nations League, piazzandosi quarta alle Olimpiadi di Parigi?

Ma poi: non si va da nessuna parte dove? Dove altro dovrebbe andare una Nazionale, non tanto, non solo, per essere considerata vincente, ma per godere del rispetto del proprio popolo? Di quelli che dovrebbero essere i propri sostenitori?

Le mezze misure le hanno inventate per essere usate, per regalare sfumature che impreziosiscono i commenti e denotano intelligenza, non indecisione o frivolezza. Non siete fighi se parlate dando adito al concetto di “o è tutto nero, o è tutto bianco”: siete allucinanti. Incapaci di dosare termini e parole, e di prendere coscienza di ciò che sapete e di ciò che non sapete. Ma anche irresponsabili e menefreghisti, perché dietro gli atleti, dietro i campioni, ci sono uomini e donne, con famiglie, storie, problemi, sentimenti e molto altro.

Tradotto stile disegno: l’Italia non fa schifo, l’Italia non è invincibile. Bottolo non è un incapace quando sbaglia, non è un Dio della pallavolo quando la picchia giù. De Giorgi non è un magnifico direttore d’orchestra quando gestisce alla grande tutti i cambi, ma non è nemmeno l’ultimo arrivato quando li sbaglia.

Ma un discorso a parte lo faccio per il capitano, Giannelli, che fino all’altro giorno chiamavate “il poeta”, per quell’eleganza con cui accarezza il pallone a ogni secondo tocco — mi fai tremare il cuore, mi fai smettere di respirare, semicit. — e che dall’altra sera è diventato, cito, “un saccente del cazzo che si è addirittura permesso di alzare la voce durante un time-out”.

No. No e poi NO.

Basta con questo qualunquismo. Datevi una regolata, perché state solo inquinando qualcosa di bello e sano, oltre che, mi permetto di dire, voi stessi.

E, per essere ancora più precisa, così da azzerare ogni dubbio, io sono incazzata nera per la sconfitta con la Finlandia. Se volete, ci sediamo a tavolino, offro io, e parliamo del 18% di ricezione perfetta, dei 24 errori al servizio, di uno Sbertoli a mio avviso poco chiamato in causa, di un pubblico che non è stato il settimo uomo in campo e delle decisioni, questa volta un po’ approssimative, della Federazione.

Ne parliamo persino alzando la voce, se vi sentite più a vostro agio, ma con cognizione di causa, dando il giusto peso e la giusta misura a tutto. Anche a quei “fallimenti” che fallimenti non sono: chiamiamoli sconfitte, battute d’arresto, persino crepe sul “giocattolo perfetto”.

Poi ricordatevi che dalle crepe filtra la luce.

Questi ragazzi sono d’esempio, in primis, per la loro umanità. Perché non hanno cercato scuse. Perché, mentre piangevano, si assumevano delle responsabilità. Perché faticheranno a mandare giù un boccone amaro, ma lavoreranno ancora più forte per riuscirci.

Un paio di annotazioni vorrei appuntarle anche per qualche collega giornalista, o presunto tale.

CEV Men’s Eurovolley 2026 | Ottavi di finale | Italy vs Finland
Photo Alessandro Gennari

Voi che avete barattato da tempo la qualità con la quantità, voi che siete più attenti alle foto social, ai like e che, per avere accrediti, comprate follower su Instagram al mercato del sabato, “tot al kg”. Voi che ancora non avete capito i privilegi del “lavoro più bello del mondo”, al netto di mille ingiustizie e sacrifici: ogni tanto ricordatevi delle responsabilità di questa professione, del culto che dovreste provare a trasmettere. Dissipate la polvere sotto i tappeti, metteteci la faccia, andate controcorrente.

Omologati come i bollini del supermercato, avete passato giorni interi a ripetere la stessa cosa, a occuparvi della Francia che eravate già certi di trovare in semifinale, o qualcuno persino a buttare là, nel bel mezzo di un TG sportivo, la notizia di una vittoria europea, letta con lo stesso ardore con cui io leggo i bugiardini delle medicine. Salvo poi dedicare prime pagine e interi servizi TV a questa bella sconfitta, nel nome del padre, del figlio e dello share santo. Amen.

Tu pensa il paradosso di come, talvolta, funzioni al contrario ‘sto mondo.

Per fortuna non sono tutti così. Mi complimento con il pezzo di Gian Marco Porcellini, di “Ultimo Uomo”, che in certi punti potrebbe anche non essere condivisibile, ma che ha fatto funzionare la tastiera del suo computer, mettendo in fila un’analisi attenta, oculata, preziosa, empatica.

A quello di Porcellini aggiungo anche il commento di Marco Arcari:

“…Ma cari miei, da 30 anni la pallavolo italiana traina lo sport italiano. Non è tutta d’oro, anzi. Per carità, di aspetti da migliorare ce ne sono a pacchi, ma i risultati sono lì. Nazionali giovanili incluse. Da 30 anni il volley italiano guarda tutti dall’alto in basso. Non ha mai voluto farvi la morale… per favore, non facciamola noi a lei”.

Ecco. È tutto racchiuso qui. Nella morale che non vi compete e negli smartphone, nei computer che ogni tanto fareste bene a spegnere.

E se non ci riuscite voi, inizieremo a farlo noi. Noi che ci lasciamo trascinare nel vortice delle emozioni, nel bene e nel male, e che non scenderemo dal carro nemmeno per un milione di follower in più.

Foto Alessandro Gennari

Una scorpacciata di emozioni. Emozioni nello sport. Onestamente, non saprei come altro definirla. In questi giorni ho ripensato alle immagini, alle urla, alle mani giunte, agli abbracci condivisi con i colleghi, o forse amici, o forse compagni di quelle emozioni lì, gli unici in grado di capirle fino in fondo. E mi sono chiesta: cosa resta dopo? Oltre i record, oltre le medaglie poggiate sulle labbra o quelle masticate amare. Oltre la sabbia dorata che colora i capelli e le asticelle che vibrano senza cadere.

Oltre l’acqua che culla, corrode, luccica su occhi pronti a sgorgare. Oltre le parole che fluiscono nei microfoni e si confondono con il baccano di un affanno che rimarca il senso della fatica, all’unisono, però, con il battito di un cuore che racconta una vita. Intera, talvolta. Non solo sprazzi. Non solo quadri con firme d’autore, piuttosto schizzi, prove, bozze, ritenti continui, fogli appallottolati e finiti in un cestino. Andando persino oltre la cornice, per trovare il resto. Che poi, il resto, è tutto.

In quel tutto ci sono uomini scappati dalla propria terra in cerca di rifugio, ragazzine di 19 anni appena che frantumano record tra bracciate e sorrisi, così orgogliose delle proprie origini che, se potessero, le trascinerebbero sul podio. Ci sono infortuni che hanno condizionato carriere, facendo a cazzotti con il talento, ma anche muscoli improvvisamente intatti che sollevano macigni dalla mente e spediscono ai margini i dubbi del “non ce la faccio”. In quel tutto ci sono storie incredibili che elevano lo spessore umano, sogni infranti mai domi, miliardi di tentativi falliti, centimetri mancati, centesimi al sapore di condanna. Ma anche occhi che si dicono tutto tra una barriera e l’altra e compleanni da festeggiare in curva, tra le braccia di papà.

E poi ci sono corpi che richiedono respiro e panoramiche più rispettose, mani sui volti che provano a nascondere il dolore per un nonno volato via troppo presto, ma anche decisioni prese con un coraggio che non si sapeva di possedere. In quel tutto c’è tutto ciò che siamo. Che siamo stati. Che saremo. Che sogniamo di essere, senza la certezza di poterlo toccare con mano, ma con l’impressione che a volte basti respirarlo per sentirsi vivi. Spudoratamente perfetti. Anche al netto di prestazioni imbarazzanti, di misure, tempi e posizioni che sappiamo non rappresentarci, ma che riescono tanto a farci incazzare quanto a farci soffocare la delusione in una risata scomoda.

Forse ho fatto un po’ di confusione nelle mie parole, ma quello che voglio dire è che l’estate, incredibilmente, riesce sempre a raccontarci qualcosa di buono. A regalarci spunti di riflessione in habitat che non siamo soliti frequentare, a riempire pagine bianche o a colorare, con tinte accese, quelle più scure. E il filo conduttore, alla fine, si chiama sport. Si chiama passione, assemblato più banalmente in “emozioni nello sport”.

Dopo i Mondiali di calcio a fare da apripista, guardati su un divano scomodo, dentro una bolla incandescente di 42 gradi che soffocava tutto tranne la malinconia per non essere, ancora una volta, lì, è arrivato il resto. Mentre questa edizione di “Coppa del Mondo” extralarge si è persino permessa di solleticare la nostra curiosità, facendoci scoprire e riscoprire l’euforia di parti di mondo quasi invisibili persino sugli atlanti, “l’altro” ha suscitato “altro”, ha dato vita al “resto”. Dalla ginnastica, artistica e ritmica, ai tuffi, dal nuoto, all’atletica. Persino al flag football.

È stata una scorpacciata di emozioni, sì. Di confronti fra avversarie che sanno abbracciarsi dopo essersi scippate medaglie, di maledizioni per testimoni caduti e parole che provano a lenire, di urla di gioia lunghe 232 centimetri, di scommesse vinte, stomaci che si attorcigliano, occhialini che si appannano, tweet che strappano risate. È stato, ancora una volta, per me, “Casa Romagna”: fra tasti che non smettono di digitare e tifo sfrenato.

È stata davvero una scorpacciata di emozioni nello sport. E forse è proprio questo che mi porterò dietro quando tornerà la domenica, quando quel pallone che rotola mi innervosirà, quando i social si riempiranno dei soliti commenti beceri, quando una prestazione andrà storta e qualcuno proverà a convincerci che, in fondo, “sia solo un gioco”.

Ma anche quando sarà la vita a fare più rumore dello sport. Quando le giornate si faranno strette, quando qualcosa farà male, quando servirà ricordarsi che non tutto ciò che ci travolge è destinato a portarci via.

Perché le emozioni, in fondo, salvano. Anche quelle raccolte davanti allo schermo di una tv. Anche quelle maturate tra i tasti di un computer. Anche quelle che gli altri non capiscono, perché continuano a guardarle da fuori e a chiamarle semplicemente gioco.

No. Non è solo un gioco.

È quello che ci fa tremare, urlare, piangere, ridere. Quello che ci ricorda chi siamo quando ce ne dimentichiamo. Quello che ci insegna che si può cadere, mancare un centimetro, perdere un centesimo, e avere ancora voglia di riprovarci.

È lo sport.

Come la vita.

“Trust your mind. Trust your body. Trust yourself.”

Don’t forget who you are.

Foto di Grana/FIDAL

Mancano ormai poche ore a Bosnia – Italia, ed io vorrei raccontarvi la mia ultima notte. No, nessuna notte di passione, figurati. Eh no, nemmeno una notte di bagordi, a ubriacarmi chissà dove e con chissà chi. Sono andata a letto, tardi come al solito, ed ho pensato ad un uomo.

In realtà mi sono sentita molto come uno di quei meme in cui lei si ritrova sotto le coperte con la mente parlante, secondo la quale il suo lui, dall’altro capo del letto, stia fantasticando sulla segretaria dell’ufficio di anni 23, quarta abbondante di reggiseno e senza un filo di buccia d’arancia, nemmeno nelle arance stesse appoggiate sopra il frigo. Ma visto e considerato che dall’altro capo del letto non c’era nessun “lui” con la mente impegnata in quella ragazzina, e nemmeno nella formazione del Fantacalcio (come tutti i buoni meme ci insegnano), nessun lui manco in versione poster da Cioè, zero assoluto proprio, mi sono lasciata andare. Oltre. Più o meno. Perché io, che sono single da quando Titanic naufragò in tutte le sale cinematografiche italiane, come minimo me li sarei pure meritati i pensieri sconci a tutti i fustaccioni che dall’asilo in poi non mi hanno mai degnata di uno sguardo, o quanto meno ai bellocci della palestra che lasciano i neuroni in spogliatoio per far esplodere, sotto improbabili canotte di dubbio gusto, bicipiti, tricipiti, quadricipiti e millecipiti. E invece la verità è che non vado in palestra. E questi discorsi finiscono nel bidone dell’umido del mio vicino di casa (il mio si è rotto. Di bidone, intendo, non di vicino… purtroppo).

Quindi, mentre nessun figo da paura è piombato nei miei pensieri nell’ultima notte, e mentre Stefano “Bello Culo” De Martino (copyright la mia amica Dona) anche ieri ha continuato ad aprire tutti i pacchi in tv, tranne il suo, io ho pensato all’altro uomo del momento. Moro, muscoloso… no, muscolo no. Alto… no, nemmeno troppo. Viso angelico… niente, manco quello. Però simpatico. Come tutti gli amici degli amici che mi hanno presentato negli ultimi 40 anni di vita. Simpatico e, azzardo, anche verace. Sì, proprio lui, Gennaro Gattuso. San Gennaro, per circa 60 milioni di italiani, uno più o uno meno.

E mi sono chiesta quante tisane senza effetto avesse consumato nell’ora precedente la fase rem, quante pecorelle avesse contato, quanti centimetri di soffitto bianco avesse analizzato, manco fosse Renzo Piano. Non sono mai arrivata a una conclusione. Ma sono certa che in quel momento i suoi occhi fossero sbarrati tanto quanto i miei. Lo confesso, senza atti impuri, avrei voluto abbracciarlo, e magari cantargli anche la ninna nanna, ma so che nessuno lo avrebbe distolto da un unico pensiero: “Mi gioco tutto”. E adesso gli vogliamo pure dare torto? Vogliamo fare gli ipocriti? Sì, Gennarino del mio cuore, ti giochi tutto.

Ma una roba te la voglio dire: qualunque cosa accadrà, ci sarà una fetta di tifo, forse minoritaria ma tendenzialmente intelligente, che la verità la conosce. Che il male di questo calcio lo ha toccato, respirato, vissuto, maledetto, sempre da vicino. Una fetta che saprà andare a fondo, una fetta che piangerà lacrime amare ma oneste, e che in te non ha voluto solo riporre responsabilità, bensì speranza. In te e in nessun altro che non sia tu.

Perché di te si fida. Perché tu sei uomo vero, ct della nazionale e tifoso. Padre di famiglia e campione del mondo. Scaricatore di pesce nella tua Gallarate e fratello fragile per quel tremendo dolore. Tu sei l’uomo della gente e la gente ha scelto te, voluto te, si è ispirata a te, agli ultimi che diventano primi, e ha pregato con te. Non solo oggi, non solo negli anni della tua carriera, ma sempre. Soprattutto in questa notte, in cui sei alle prese con un soffitto insipido, un vento leggero a cui chiedi carezze ed un cielo a cui affidare i sogni. Quel popolo ti tiene per mano. Non sei solo, Rino. Non sei solo, mister.

Siamo con te. Insieme. Ed insieme ce la faremo.

Foto FIGC

Sì lo so, mi sono persa Julio Velasco (ma lo avevo già visto un anno fa) e Mario Balotelli, e ho dato solo una sbirciatina ad Andrea Dallavalle e Alisha Lehmann, ma la verità è che una volta capito come funziona il Festival dello Sport, vorresti durasse almeno un mese e mezzo e soprattutto non vorresti mai vedere accavallati gli eventi. È difficile da spiegare se non lo vivi da dentro, ma non è un caso se mi sono sparata 5 edizioni ed ogni volta mi sembra una volta totalmente nuova.

…e mentre scrivo queste righe, rientrata a casa da poche ore, stanca, provata, ma arricchita, sento già la nostalgia delle corse frenetiche e degli appunti presi ovunque, degli sprint tra un teatro e l’altro e degli spritz ingurgitati in pausa pranzo, dei sorrisi con gli addetti ai lavori, che permettetemelo si fanno un mazzo enorme, e del sole cocente che mi ha quasi sorpreso, ma allo stesso tempo ha illuminato una Trento piena e grata. Piena e grata come lo sono io, che non ho ancora smesso di crederci né tantomeno di ricaricarmi, provando ad immergermi con tutte le scarpe in una realtà così difficile, ma decisamente mia.

Tradotto, e detto fuori dai denti: il mio lavoro dal vivo è tutta un’altra storia. È triste sapere che la maggior parte delle redazioni si affidino alle agenzie, ai contenuti buttati lì o raccattati sul web. L’amore che provo per questa professione va ben oltre il compitino, sperimentare, provare, sentire, cogliere dettagli e sfumature, sono cose che mi riescono piuttosto bene solo se le ho a portata di mano, abbastanza vicine non tanto per toccarle ma per poterle ammirare in silenzio, scandendo le sensazioni con i tempi dei miei respiri, e lasciare che, tra l’uno e l’altro, avvenga la magia.

Sarà quel che sarà, intanto mi godo il momento senza pensare troppo, e mette questo Festival dello Sport, ancora una volta, nel mio bagaglio di cultura e pensieri, facendomi inspirare dalle storie di vita, e permettendo alle mie emozioni di volare libere senza mai sentirsi, nemmeno per un secondo, fuori posto.

Ho ancora tante cose da scrivere e da dire su questi 4 giorni, ma per il momento goodbye Festival, si spengono le luci, domani sarà un nuovo giorno.

Festival dello Sport, Kelly Doualla

Festival dello Sport

“Ami le interviste? No, né io né i miei genitori” (Kelly Doualla)

“Nella vita di tutti i giorni sono una ragazza di 3 superiore che va al liceo scientifico con indirizzo sportivo, dopo scuola ci sono gli allenamenti e il corso di inglese, altrimenti non riesco a parlare nelle interviste” (Kelly Doualla)

“Che bambina ero? Non riuscivano a starmi dietro, a 7 mesi già camminavo e scappavo” (Kelly Doualla)

“Quando corro non provo nulla, mi sento libera, l’ansia ce l’ho prima della gara, è quella che mi fa correre ancora più veloce, poi quando arrivo al traguardo si riaccende tutto” (Kelly Doualla)

“Ringrazio sempre al plurale, ho capito dopo un infortunio che se mi faccio male io tante persone soffrono con me, io l’ho presa sul ridere sperando facessero lo stesso anche gli altri ma non è andata così, da lì ho capito che siamo una squadra” (Kelly Doualla) 

“Egonu e Sylla, sono di grande ispirazione per il modo in cui rispondono le critiche, per come lottano per la maglia della nazionale” (Kelly Doualla)

“Il mio idolo in assoluto è Shelly Ann Fraiser, una volta l’ho incontrata, mi ha dato un sacco di consigli, li ho capito che l’inglese mi serve” (Kelly Doualla)

“Quando vado a scuola incontro i vecchietti che vogliono fare i selfie con me, ogni volta tre ore perché non sanno come si mette la fotocamera” (Kelly Doualla)

“Los Angeles? Spero proprio di esserci, ogni atleta sogno l’Olimpiade, ma io sono anche il record” (Kelly Doualla)

Festival dello Sport, Federico Bernardeschi

Festival dello Sport

“A 16 anni un piccolo problema al cuore, si era anche parlato del fatto che non potessi più giocare a calcio” (Federico Bernardeschi)

“Davide Astori era lui, la sua specialità era lui” (Federico Bernardeschi)

“Davide mi dava il buongiorno con uno scappellotto “Tanto da qui alla fine della giornata uno te lo meriti” (Federico Bernardeschi)

“Se hai avuto la personalità di scrivere il tuo nome di fianco al numero dieci, avrai anche la personalità per portarlo” (Paulo Sousa sul numero 10 in viola)

“La 10 la chiesi anche alla Juve, non me l’hanno data forse anche per proteggermi, ma poi è giusto l’abbia indossata Paulo Dybala” (Federico Bernardeschi)

“Mi batto per la libertà. Che ognuno si senta libero di fare ciò che vuole nel mondo” (Federico Bernardeschi)

“Quella con l’Atletico non fu una partita, fu la partita, la più bella della Juve degli ultimi 10 anni” (Federico Bernardeschi)

“Vorrei rigiocare la partita con l’Ajax, quell’anno eravamo pronti per vincere la Champions” (Federico Bernardeschi)

“Ronaldo è un grande uomo, molto umile, più di quanto si possa immaginare, ha riscritto la storia del calcio e dello sport” (Federico Bernardeschi)

“Mentre andavo verso l’area con il pallone tra le mani mi tremavano le gambe, quando posai quel pallone sul dischetto tutto si fermò: sembra che l’Italia faccia schifo da decenni, invece 4 anni fa siamo stati campioni d’Europa” (Federico Bernardeschi)

“Io e Federico ci rincontreremo al Mondiale” (Bernardeschi su Chiesa)

Foto Alessandro Gennari
Foto archivio stampa provincia autonoma di Trento

QUI IL RESOCONTO DEL DAY 1

QUI IL RESOCONDO DEL DAY 2

QUI IL RESOCONTO DEL DAY 3

Anche il 3° di questo Festival dello Sport non si è limitato nei racconti e nelle risate, e ancora una volta ha lasciato andare le emozioni, liberandole nei consigli di Mattia Furlani, nelle risate di Zlatan, nella maturità di Larissa Iapichino, negli aneddoti Pellegrini – Giunta.

C’è stato tanto, tantissimo, anche in questo day 3, ma la verità è che c’è sempre tanto basta solo saperlo cogliere, negli sguardi commossi, nei sorrisi timidi, nei silenzi forse ancora di più, che a volte la parole non bastano, interrompono melodie idilliache che vanno dal cuore alla mente in un suono mai stonato e mai banale.

Ecco come è andato, secondo i miei occhi ed il mio cuore, questo day 3, ecco i miei “scarabocchi” nero su bianco di questo Festival dello Sport che continua.

Festival dello Sport, Mattia Furlani

Festival dello Sport

“Abbiamo sempre rispecchiato una crescita biologica in questi anni, non abbiamo ancora introdotto a pieno un lavoro da adulto” (Mattia Furlani)

“In questi anni ho avuto un’educazione da atleta, non è scontato, non tutti ce l’hanno” (Mattia Furlani

“Mostri serenità e non fatica anche mentre voli”.
“Il lavoro ti entra talmente tanto in testa che poi non ci penso e viene tutto automatico” (Mattia Furlani)

“Duplantis è la dimostrazione di quello che è essere un atleta, fa quello che fa perché è sano, il resto è una conseguenza” (Mattia Furlani)

“Non potevo uscire da Tokyo senza aver dato tutto” (Mattia Furlani)

“Al quinto salto ho unito i puntini, mio fratello dice che è il salto più importante” (Mattia Furlani)

“La sabbia? È odiosa. Ma quando firmi il contratto da atleta lo sai che ti tocca” (Mattia Furlani)

“Certi giorni fai il bagno di un’ora e mezza, con la schiuma, la paperella, lo shampoo, poi mi asciugo e tutto, vado a letto, mi tocco dietro l’orecchio e trovo la sabbia…mi viene l’urto” (Mattia Furlani)

“Quando entro in pedana un po’ di ignoranza serve sempre” (Mattia Furlani)

“Somiglianze? Me ne hanno dette tante ma mi ritrovo di più in Mattia Furlani” (Mattia Furlani)

Non ho mai avuto bisogno di descrivere la mia famiglia perché ha sempre fatto parte del mio percorso (Mattia Furlani)

La sconfitta fa parte del percorso, crea motivazione, è una parte fondamentale (Mattia Furlani)

La limousine è 8,39? Cavoli, tanta roba (Mattia Furlani)

214 supplì sono 8,39 (Mattia Furlani)

8,95 irraggiungibile? Io penso che tutto sia possibile (Mattia Furlani)

I bambini giocano alla play, i veri giocatori giocano da Pc (Mattia Furlani)

Saresti disposto a vedere la Lazio vincere la Champions per raggiungere 8,96? I record restano, della Champions poi ci si dimentica, direi di sì (Mattia Furlani)

“E accettare la Roma in serie B? Dai…un anno vola, si può fare” (Mattia Furlani)

“Ho tanti modelli oltre l’atletica, uno di questi è Jannik Sinner” (Mattia Furlani)

Dieci colpi di tacco made in Roberto Mancini

Festival dello Sport

“Il colpo di tacco non si pensa, si fa” (Roberta Mancini)

“Uno dei colpi di tacco più difficili quando a 13 anni ho detto a mia madre che me ne sarei andato da Jesi. Ma li ha rischiato mio papà, gli ha detto “Se succede qualcosa me la prendo con te” (Roberta Mancini)

“Mancini lo descrivo con un aggettivo: empatia, unica quella che aveva creato all’interno del gruppo” (Lele Oriali)

“Com’è che vedi i giocatori prima di tutti? Diciamo che è una cosa che mi esce abbastanza bene” (Roberta Mancini)

“Hai chiamato Zaniolo in Nazionale quando non aveva mai giocato in A e B, era il tuo grido di allarme? Non lo so, a me lui piaceva” (Roberta Mancini)

“Rino è nel posto più bello in cui possa essere” (Roberta Mancini)

“Ci andiamo al Mondiale? Sì, stavolta sì” (Roberta Mancini)

“Hai sognato di tornare post Spalletti? Sì, ma sapevo fosse difficile” (Roberta Mancini)

“In 2 anni e mezzo hai perso Luca, Sinisa, Erikson, …, è stato difficile. Sì, anche perché io non ho la stessa forza che hanno loro, ma neanche la metà” (Roberta Mancini)

“Tutto questo ha cambiato il tuo rapporto con la fede? No, quello mai, nemmeno cose ben peggiori ci sono riuscite” (Roberta Mancini)

“Il decimo “colpo di tacco?” Non lo so, qualcosa bolle in pentola ma devo sentirlo dentro; la panchina mi manca, mi manca il campo, sono un uomo che vive di calcio” (Roberta Mancini)

“Il fatto che tu finisca la tua carriera alla Samp è solo una suggestione? No, è sicuro” (Roberta Mancini)

Festival dello Sport, Zlatan Ibrahimovic

Festival dello Sport

“Hanno detto 12 campionati, sono 14 sul campo” (Zlatan Ibrahimovic)

“Tutto quello che voglio fare è vincere, devo vincere, è nel mio dna” (Zlatan Ibrahimovic)

“Non è facile per i miei figli, sono già giudicati per colpa mia” (Zlatan Ibrahimovic)

“Quello che otterranno se lo devono meritare, non lo otterranno per il cognome che portano” (Zlatan Ibrahimovic)

“Ho detto non sono sposato, quando gliel’ho chiesto mi ha detto no. Unica persona al mondo che mi ha detto no. Ma ogni giorno che passa siamo più forti” (Zlatan Ibrahimovic)

“Luka Modric è un maestro, lui non gioca a calcio lui è il calcio” (Zlatan Ibrahimovic)

“La foto dopo Milan – Napoli spiega tutto. Non c’è bisogno di troppe parole” (Zlatan Ibrahimovic)

“Ci fosse stato lui (Modric) quando giocavo io, allungavo la carriera di un paio di anni” (Zlatan Ibrahimovic)

“Guardiola e Mourinho hanno cambiato il calcio” (Zlatan Ibrahimovic)

“Fabio Capello mi ha portato alla Juventus, da qui mi sono trasformato in fuoriclasse, ho fatto l’ultimo step” (Zlatan Ibrahimovic)

“Non è un rimpianto il Pallone d’Oro. È molto strano che non lo abbia vinto, uno, anzi più di uno” (Zlatan Ibrahimovic)

“Francesco Camarda è una bella storia, aspettavo il primo gol per postare questo messaggio. È il numero 9 che manca all’Italia” (Zlatan Ibrahimovic)

“Top 3 di tutti i tempi: Zlatan, Ibra, Ibrahimovic” (Zlatan Ibrahimovic)

“Top 3: Ronaldo fenomeno, Maradona, Messi” (Zlatan Ibrahimovic)

“La passione per le Ferrari mi ha allungato la carriera di almeno 5 anni. Costano” (Zlatan Ibrahimovic)

“I miei 3 capitoli al Milan: il primo la felicità, il secondo l’amore, in questo terzo voglio restituire tutto, facciamo la storia” (Zlatan Ibrahimovic)

Rana d’Oro: Martinenghi – Cerasuolo

Festival dello Sport

“Ogni singola medaglia che raggiungi porta con sé una serie di sacrifici, alla fine cambia il palcoscenico ma il risultato è lo stesso” (Nicolò Martinenghi)

“In finale non vince il più veloce ma il più forte (Simone Cerasuolo)

“Non sono mai stato il più forte che si tuffava in acqua, ma io mi ripeto sempre che so gestire, so essere al posto giusto al momento giusto” (Nicolò Martinenghi)

“Quelle poche volte in cui batto Niccolò, mi sembra di aver battuto il mondo. Ha vinto tutto e continua a vincere” (Simone Cerasuolo)

“La rana è lo stile più creativo” (Nicolò Martinenghi)

“Dopo Parigi sensazione era quella di smettere, quando raggiungi qualcosa che sogni da quando sei bambino nessuno ti può insegnare come affrontare il post successo, da una parte vorresti vivere tutti i giorni quel momento, dall’altra ti metti in discussione, perché ti senti completo. Ma sei davvero completo?” (Nicolò Martinenghi)

“Quando salgo su un blocco mi sento sempre una versione nuova di me stesso” (Nicolò Martinenghi)

“So che ho detto detto che baratterei una medaglia olimpica per la Champions della Juve, lo ritratto un po’, facciamo che arriviamo entrambe in finale e poi vediamo che succede” (Simone Cerasuolo)

“Siamo dei privilegiati, abbiamo fatto del nostro gioco preferito, il nostro lavoro” (Nicolò Martinenghi)

“Ho una casa in tutto il mondo, non per le mie ricchezze ma per le persone che conosco” (Nicolò Martinenghi)

“Se avessi scelto il basket sarei a lavorare con mio papà, ma il basket ha qualcosa di magico, in una squadra gioisci anche per un risultato che è di tutti” (Nicolò Martinenghi)

Festival dello Sport, Pellegrini – Giunta

Festival dello Sport

“Da buon pesarese sapevo che la sua basa alcolica non fosse solida come la mia, da buona veneta, e quindi per il primo bacio ho puntato su quello” (Federica Pellegrini)

“A Rio ho avuto un ritardo di 10 giorni, mi sono trovata a fare la gara nei giorni pre ciclo, i peggiori, mi sono giocata la medaglia per quello, è uno sport in cui si vive di centesimi” (Federica Pellegrini)

“A Rio ho incontrato Matteo dopo i giornalisti e gli ho detto “Un dolore così grande non voglio più provarlo nella vita, per me basta, è finita qui”, poi dopo un mese ci siamo rivisti a Pesaro e gli ho detto Domani si ricomincia” (Federica Pellegrini)

“In viaggio per Gwangju le metto Dumbo e lei scoppia a piangere, ma un pianto a dirotto, ho pensato “Ci siamo giocati il Mondiale per Dumbo” (Matteo Giunta)

“Mamma, ho questa libellula rossa che mi segue in tutto il villaggio”, “Vedrai che andrà bene” Me la sono tatuata, è per Alberto Castagnetti” (Federica Pellegrini)

“Siamo tutti perennemente alla ricerca di questa felicità, la società di oggi ci impone che soldi e denaro siano la felicità ma non è così, per me la felicità è Fede e Matilde, è nelle piccole cose” (Matteo Giunta)

“I social, i telefoni, sono la più grande rovina degli ultimi tempi, soprattutto per i giovani” (Federica Pellegrini)

Festival dello Sport, Larissa Iapichino

Festival dello Sport

“Mi ha reso orgogliosa come ho affrontato il post Tokyo, ho avuto un approccio maturo e naturale” (Larissa Iapichino) 

“Posso far sì che questa esperienza mi dia qualche cosa per il futuro, sono un essere umano, gli esseri umani inciampano” (Larissa Iapichino) 

“Ma gli atleti forti si vedono in questo, nella capacità di reagire” (Larissa Iapichino) 

“È giusto che faccia male e che bruci, ma è giusto accettare queste sensazioni ed emozioni, bisogna essere emotivi ma lucidi” (Larissa Iapichino)  

“Ogni impatto negativo che hai con il tuo sport, sono dei tasselli per riflettere su cosa non è andato” (Larissa Iapichino)  

“Mi è dispiaciuto che siano uscite cose lontane dai fatti tipo che ho pianto, io in realtà non ho versato una lacrima” (Larissa Iapichino) 

“Il supporto a volte ti mette in una confort zone, è anche giusto camminare sulle proprie gambe” (Giovanni Iapichino)

“Cosa mi ha trasmesso mio padre? Tantissimo, anche la passione per le pennichelle” (Larissa Iapichino) 

“Ho avuto un padre sempre molto presente in tutte le sfere della mia vita, non so poi se chiamarlo capo, collega, boh” (Larissa Iapichino) 

“Io sui blocchi sono un po’ timida, ma il mio allenatore vuole vedermi in veste di velocista sui 60 metri” (Larissa Iapichino) 

“Siamo fortunati ad avere un personaggio come Mattia Furlani” (Larissa Iapichino) 

“Il messaggio Gimbo – Jacobs ha inspirato l’impossibile” (Larissa Iapichino) 

Foto Alessandro Gennari
Foto archivio stampa Provincia Autonoma di Trento

QUI IL RESOCONTO DEL DAY 1

QUI IL RESOCONTO DEL DAY 2

Nel mio secondo giorno al Festival dello Sport, nell’attesa fra un evento e l’altro, mi chiedevo quanto fosse bello trascorrere quei momenti con colleghi e gente mai vista prima, che d’un tratto diventano amici con cui condividere ricordi. È tutto un “Ma tu dov’eri mentre segnava quel gol, alzava la coppa al cielo, metteva a terra il punto decisivo?” E via con gli sforzi mnemonici ed.i ricordi strappalacrime di un passato magari giovane, persino in erba, che però resta. Se quel momento esatto ti è entrato dentro significa che è riuscito a nascondersi in un cassetto dalla combinazione segreta e che da lì non ha più intenzione di uscire, cullato forse da un’anima che sa ben distinguere il superfluo dal radicamento profondo e vitale, a cui aggrapparsi più o meno sempre.

Ecco quindi i miei incontri del Day 2 e parte di ciò che mi hanno trasmesso.

Festival dello Sport, Nadia Battocletti

Festival dello Sport

“Trento per me è casa” (Nadia Battocletti)

“Ad un certo punto mi sono detta, perché no, proviamo e vediamo cosa capita all’ultimo giro, vediamo se sono io quella davanti” (Nadia Battocletti)

“Ho fatto qualcosa che anni prima sembrava impossibile” (Nadia Battocletti)

“Sto crescendo tanto, sto riducendo il gap con le più forti, mi piace l’idea di migliorarmi prima come atleta e poi come persona” (Nadia Battocletti)

“Cosa mi ha portato fino a qui? Penso anche il sacrificare tutto quello che ho per raggiungere i miei obiettivi” (Nadia Battocletti) 

“Di giornate storte ne abbiamo tutti, ma quando ti si avvicina un bambino, un’anziana e ti dice “Ti ho seguito in tv”, cambia tutto…sono entrata nelle loro case, quando parlo davanti alle telecamere parlo soprattutto a loro, a coloro che stanno a casa e cercano in me la forza per affrontare la loro giornata. Forse non lo sanno ma in realtà è qualcosa che ricarica anche me” (Nadia Battocletti)

“La cosa più che ha fatto il mio fans club? Si sono buttati nelle fontana di Cavareno dopo Olimpiadi, faceva pure freddino” (Nadia Battocletti)

“Ho mostrato tutto il mio supporto ad Antonella Palmisano, lei è la mia capitana da 5 anni, è una grande professionista e soprattutto una donna di grande ispirazione” (Nadia Battocletti)

Festival dello Sport, Fabio Capello

Festival dello Sport

“Bisogna capire se certi giocatori sono in gradi di indossare certe maglie. Ma il segreto sta nell’avere un ds di cui ti fidi” (Fabio Capello)

“Quindi qual è il problema del calcio giovanile? I genitori che pensano di avere dei fenomeni in casa” (Fabio Capello)

“Al Real madrid ho mandato il via giocatore più forte che abbia mai allenato, Ronaldo, l’ho fatto per il bene della squadra e abbiamo vinto. Ma lui resta il più forte di tutti” (Fabio Capello)

“Il modo migliore per uscire dalle situazioni complicate è sempre dire la verità: ho sbagliato, non abbiamo fatto questo ecc…lasci un’immagine diversa anche al tifoso (Fabio Capello)

“La panchina piena è un passo avanti molto importante, mandare la gente in tribuna per me era un colpo al cuore” (Fabio Capello)

Festival dello Sport, David Trezeguet

Festival dello Sport

“E tu dov’eri in quel Milan – Juve che decise lo scudetto con una rovesciata di Del Piero ed un colpo di testa di Trezeguet?” – mi ha chiesto un signore seduto accanto. “Io andavo all’università e lavoravo. Quel giorno ero impegnata in una fiera. Dissi ai miei capi che avevo dei parenti a casa che non vedevo da tempo e presi 90 minuti di permesso”.

“A Buenos Aires ho fatto i miei primi passi calcistici in strada” (David Trezeguet)

“Il gol è stata la mia vita, la mia passione” (David Trezeguet)

“Mondiale ed Europeo in 2 anni, la mia carriera è stata al contrario, ho avuto la possibilità di vincere subito a 20/21 anni”(David Trezeguet)

“Il primo Trezeguet alla Juve ha avuto settimane non semplici, arrivavo come quello che aveva segnato in finale all’Europeo contro l’Italia” (David Trezeguet) 

“Io e Del Piero abbiamo costruito un percorso unico durato 10 anni, abbiamo scavalcato coppie di attaccanti storiche”(David Trezeguet)

“Sono il giocatore straniero che ha fatto più gol e che è rimasto di più alla Juve, giro il mondo e il popolo juventino ancora mi apprezza” (David Trezeguet)

“Prima di quel famoso Milan – Juve incontrai Galliani e mi disse che era contento che Ibra fosse squalificato quella giornata, poi però ho segnato io” (David Trezeguet)

“Ci siamo lasciato a Bari dove volevamo vincere la Champions, e poi ci siamo ritrovati in serie B, a -16, ogni trasferta era una festa, abbiamo rimesso le cose a posto” (David Trezeguet)

“Non sentivo il bisogno di lasciare la Juve, tante volte sarei potuto andare ma stavo benissimo lì, ero nella società più forte del mondo” (David Trezeguet)

“Potevo fare 4 mondiali di fila ma ho lasciato il posto a chi era più congeniale a Domenech, io e lui non abbiamo mai avuto feeling, oggi la vedo da un altro punto di vista, egoisticamente parlando avrei potuto giocare 4 Coppe del Mondo consecutive” (David Trezeguet)

“Camoranesi è un giocatore che sapeva fare tutto, non era amante dei giornalisti e si vedeva ma come giocatore e come personaggio era uno dei miei preferiti” (David Trezeguet)

“Quando vai via dalla Juve poi un po’ piangi, la serietà della Juve era unica” (David Trezeguet)

“Per me il calcio era sempre una festa” (David Trezeguet)

“La gente paga il biglietto per vedere i grandi giocatori, tecnica, divertimento, magia…ecco la gente pagava il biglietto per vedere Zidane” (David Trezeguet)

“Buenos Aires o Parigi? Buenos Aires è la mia vita, ma la bellezza non si discute mai” (David Trezeguet)

Festival dello Sport, Maurizia Cacciatori

Festival dello Sport

“Vi auguro di seguire i vostri sogni rimanendo ancorate alla vostra personalità” (Raffaella Lavazza)

“Io ero un po’ giamburrasca ma autentica, alla cerimonia di premiazione del Mondiale di Osaka dove arrivammo quinte, davo i pizzicotti al buio ad Anna Vania Mello e ad un certo punto mi ritrovai l’occhio di bue in faccia, pensavo mi avessero beccato perché facevano casino, ed invece mi stavano chiamando per il premio di miglior alzatrice” (Maurizia Cacciatori)

“Non avrei mai vinto questo premio se non avessi avuto una Piccinini, una Togut, ecc…mi permettevano di avere una percentuale perfetta” (Maurizia Cacciatori)

“Era importante dare un segnale a loro, distribuivo scarpe e dolci alle mie compagne grazie allo sponsor tecnico, era il mio modo di dirgli grazie” (Maurizia Cacciatori)

“Siate i migliori artefici dei vostri giorni, pensate in grande” (Maurizia Cacciatori)

“Quando si cade non fatevi la domanda del “Ma perché è successo a me”, abbiate coraggio così se arriva la paura arriva e bussa non trova nessuno” (Maurizia Cacciatori)

“Voi siete semplicemente le decisioni che prenderete” (Maurizia Cacciatori)

Festival dello Sport, Patrick Vieira

Festival dello Sport

Chiamarlo campione è poco, chiamalo leggenda non è troppo, lui ha vinto ovunque…

“Vorresti giocare un derby a Genova? Per il calcio e per la città di Genova, un derby è sempre bello da giocare” (Patrick Vieira)

“I giocatori devono sbagliare per crescere e per sbagliare devono giocare” (Patrick Vieira)

“L’esperienza significa sbagliare per imparare” (Patrick Vieira)

“Nel 2006 noi eravamo più forti ma quando siamo andati ai rigori loro sapevano che avrebbero vinto, erano più preparati mentalmente” (Patrick Vieira)

“Zidane ha dato tanto per la nazionale, è difficile essere arrabbiati per quell’episodio” (Patrick Vieira)

“Credo che Materazzi…va beh è Materazzi dai” (Patrick Vieira)

“Hai allenato Andrea Pirlo…non si allena Andrea Pirlo” (Patrick Vieira)

“Abbiamo vinto il mondiale perché il 70/80% dei giocatori giocava in Italia” (Patrick Vieira)

“Abbiamo vinto il mondiale perché la generazione di Platini aveva introdotto una mentalità vincente” (Patrick Vieira)

“In Francia la diversità fa parte della sua cultura” (Patrick Vieira)

“Capello come lo hai ritrovato? Uguale, sempre arrabbiato” (Patrick Vieira)

Festival dello Sport, Alberto Tomba

Festival dello Sport

Un’ora e trentaquattro minuti di Alberto Tomba show, in cui non si è capito niente ma è stato bello così.

“Ma tu dove ti allenavi? Sui Navigli” (Alberto Tomba)

“Hanno bloccato Sanremo per la tua gara…mia mamma mi ha detto che c’era la fila da Bologna fino a casa mia” (Alberto Tomba)

“Pettorale 11 non l’ho pescato io allora cosa ho fatto, 1+1 uguale 2 ori” (Alberto Tomba)

“La gara più bella all’Alberts perchè non è vincere è rivincere” (Alberto Tomba)

“Noi dello sci siamo di poche parole, facciamo i fatti” (Alberto Tomba)

“Con la barba? È strana questa cosa, perdi aerodinamicità, fa perdere centesimi” (Alberto Tomba)

“Abbiamo qui le Dolomiti il posto più bello del Mondo” (Alberto Tomba)

“Le piste per le Olimpiadi sono pronte, le strade no, arriviamo in ritardo” (Alberto Tomba)

“Mondiali o Olimpiadi? Olimpiadi, sono una volta ogni 4 anni, mi sono detto “Non facciamo cagate” (Alberto Tomba)

“A Yuri Chechi: io sono ancora incazzato con il greco che gli ha ciulato la medaglia” (Alberto Tomba)

“Ma si può andare alla Mauritius per 2 giorni, lo sponsor non ci ha fatto stare una settimana…abbiamo fatto più tempo in cielo che in terra” (Alberto Tomba)

Foto Alessandro Gennari
Foto Archivio Ufficio Stampa Provincia Autonoma di Trento

Potevo forse mancare al Festival dello Sport 2025? Ma non scherziamo. E allora eccomi qui, alla mia presenza numero 5 su 8 edizioni, in un corri corri frenetico che deve ancora deve entrare nel vivo ma che già dal day 1 ha lasciato ben sperare.

In una Trento un po’ scombussolata da qualche lavoro di troppo, è cominciata ieri la mia ennesima avventura a caccia di…emozioni. Non mi stancherò mai di raccontare la bellezza di un cuore che palpita in una kermesse che tanto somiglia ad un villaggio olimpico in cui, leggende plurimedagliate, prima ti camminano accanto e poi si accomodano in un teatro per rivivere con te la loro carriera, raccontando in una sorta di confidenza pura e genuina, spaccati di vita vissuta.

Ed io li guardo, mi commuovo, assorbo qualsiasi cosa, e poi scrivo. Appunti, citazioni, meme, tutto ciò che riesco a percepire lo annoto e lo faccio mio.

E così il day 1 ha già iniziato a toccare corde profonde ma in una sonorità leggera.

Festival dello sport 2025: il volley dei fenomeni

Festival dello Sport 2025

Il primo incontro a cui ho assistito non poteva che essere con i campioni del Mondo e con una fetta di volley maschile pronta a regalare un’altra stagione di grandi emozioni.

Il mio resoconto passa, come più o meno sempre, dalle citazioni, e allora eccola qua.

Fefè De Giorgi

“Abbiamo trasmesso emozioni al di là del risultato”

“Va beh, le donne si sapeva avrebbero vinto”

“Bisogna riconoscere il valore di tutti in questo percorso”

“Dopo la sconfitta con il Belgio avete bruciato la pagina”

“Grazie per questa copertina. Il primo mondiale eravamo in un angolo, adesso abbiamo raddoppiato, prima o poi conquisteremo la pagina intera”

Ivan Zaytsev

“Le motivazioni dopo tutti questi anni non cambiano, se perdo l’adrenalina prima delle partite, o il fastidio dopo una sconfitta, significa che è ora di smettere, io spero di rompervi le scatole ancora per qualche anno”

Mati Pardo

“Voglio lavorare per essere il miglior compagno possibile, con lui sei felice in palestra e felice di condividere vittorie e sconfitte”

“Daniele Lavia, è un umile in uno sport umile”

Gabriella Greison (fisica e scrittrice)

“In fisica si chiama sistema predittivo, in campo si chiama magia”

“La fisica e la pallavolo hanno lo stesso segreto, non puoi controllare tutto, ma puoi allenare come reagire” 

“Tutto in mezzo secondo, 6 anime e tre tocchi”

Alessandro Michieletto

“I miei premi li tiene tutti mia nonna”

“Ho rubato un pallone a Tokyo, me lo hai graffiato (riferendosi a Matteo Piano), a Parigi l’ho rubato ancora, insomma…non ho imparato niente”

“I gruppi forti non vincono ogni anno, ma ogni anno sono in semifinale”

Festival dello sport 2025: la grande inaugurazione

Festival dello Sport 2025 Carolina Kostner

“Trentino sarà sede dei mondiali di ciclismo nel 2031…in Trentino – trentuno non poteva essere diversamente” (Pierluigi Pardo)

“Siamo in un momento un po’ disgraziato e credo che lo sport abbia il potere di unire le diversità e di far emergere il singolo, oltre che culture diverse, per portare in alto la bandiera italiana, ciò di cui abbiamo più bisogno in questo momento” (Elisabetta Bozzarelli vicesindaco di Trento)

“Il mio percorso non è stato sempre lineare, in salita, in discesa, io convincevo mia mamma a svegliarmi di notte per vedere i mondiali di pattinaggio che magari erano dall’altra parte del mondo. Oggi forse hanno più distrazioni, ma gli auguro di mettere ordine nella loro testa per dare spazio ai sogni” (Carolina Kostner)

“L’emozione che ho provato marciando con la bandiera, non la scambierei con nessuna medaglia al mondo” (Carolina Kostner)

“Coraggio era la parola che continuavo a ripetermi nell’Olimpiade di Sochi” (Carolina Kostner)

“Quando ho saputo che sarei diventato padre ho messo un punto alla tristezza post Parigi. Da lì non ho più guardato indietro. Ho cambiato prospettiva” (Gianmarco Tamberi)

Festival dello Sport 2025 - Gimbo Tamberi

“È giusto che io non abbia saltato in alto a Tokyo perché non ho passato il tempo quest’anno ad allenarmi per quello, ho passato il tempo a guarire per Los Angeles” (Gianmarco Tamberi)

“Nelle difficoltà si nasconde sempre un’opportunità più grande, ed anche se hai solo l’1% di riuscirci è ciò che ti fa credere e sperare fino in fondo” (Gianmarco Tamberi)

Festival dello sport 2025: le Roi, Michel Platini

Senza troppi giri di parole: io sono cresciuta con Alessandro Del Piero, mio padre con Michel Platini. Era il suo idolo. Il destino a volte ti regala sorprese inaspettate perchè ieri, proprio ieri, 9 ottobre, compleanno del mio papy che da 4 anni mi segue da una stella, ho incontrato il suo idolo ❤️

“Sono arrivato in Italia, sono andato a Cesenatico e ho visto Bobbi Solo cantare “Una lacrima sul viso” (Michel Platini)

“Gianni Rivera disse Platini fa il francese in Italia e l’italiano in Francia” (Fabio Licari)

“L’Italia è il paese dei miei antenati e io voglio scoprirlo. Perché conosco solo stadi e alberghi ma non conosco questo paese che è bellissimo” (Michel Platini)

“Cosa non sopporti dell’Italia? I giornalisti” (Michel Platini)

Festival dello Sport 2025

“Boniperti per prendermi in giro diceva “La Francia…non si capisce niente, quando avevamo il morale a terra organizzavamo un’amichevole con la Francia”, poi con me è cambiato tutto” (Michel Platini)

“Il problema del calcio è che non sempre vince il migliore” (Michel Platini)

“Ma nell’84 eri il più forte del mondo? Sì” (Michel Platini)

“Chi è più forte tra Messi e Maradona? Queste sono cose che servono a voi giornalisti, non puoi comparare 2 fenomeni di 2 epoche diverse” (Michel Platini)

“Il ricordo più bello di quella Juve qual è? È la Juve, sono 5 anni alla Juve, in Italia” (Michel Platini)

“Non è bella la vita se non fai gol” (Michel Platini)

“Il 10 va messo al centro e oggi continuano a metterlo sulle fasce” (Michel Platini)

“Ha dato più la Juve a te o tu alla Juve? La Juve a me” (Michel Platini)

“Sono stufo di giocatori che mi dicono “voglio entrare nella storia”. Tu giochi per una società, per un pubblico, sono loro che decidono se sei nella storia” (Michel Platini)

“Blatter joker” (Michel Platini)

“Crujff il mio idolo” (Michel Platini)

“Il Var se ci fossi stato io non ci sarebbe stato, ok sulle linee ma il resto è interpretazione, lasciamo il calcio umano” (Michel Platini)

“Agnelli un personaggio grandioso” (Michel Platini)

“Infantino joker. Se dobbiamo parlare di attualità parliamo di lui, ma non se dobbiamo parlare di calcio” (Michel Platini)

“Se deve tornare in gioco lo voglio fare per il bene del calcio in generale. Io presidente della Juve? No, non si vive due volte la stessa storia d’amore” (Michel Platini)

L’Italia non va al Mondiale dal 2014? E io cosa c’entro…beh magari lo allargano a 64 squadre” (Michel Platini)

Foto Alessandro Gennari
Foto archivio ufficio stampa – Provincia autonoma di Trento

A grande richiesta, e dopo aver passato 45 secondi in ginocchio sui ceci (ho le ginocchia alla Roberto Baggio ultimamente, abbiate pazienza) per le assenza precedenti, torna 7 cose 7 sulla serie A e mai come questa volta sposa a pieno la linea giovane Camarda – Esposito.

Cosa mi ha lasciato questa 5ª giornata di serie A?

Ancora una volta mi affido all’ordine sparso, agli appunti nelle note del telefono e ai post salvati su Instagram: e via con la classifica non classifica che mi piace tanto.

Serie A, 7 cose 7

  1. Camarda – Esposito, largo ai giovani. Due tra i nomi più chiacchierati dell’estate, seppur per motivi diversi, fatto sta che ci hanno messo 5 giornate per lasciare il segno in serie A. Francesco Camarda, classe 2008 (ne avevo già scritto qui), di proprietà del Milan, in prestito al Lecce, Francesco Pio Esposito classe 2005, attaccante dell’Inter, ecco c’è pure un derby nel derby in questa “favoletta”. Entrambe la scorsa domenica hanno messo a referto il primo gol in serie A della loro storia, contro il Bologna il primo, contro il Cagliari del fratello Sebastiano il secondo. Zero pressioni e zero pronostici, mi auguro solo che sia il primo di una lunghissima serie.
  2. Cancellieri futuro papà. Mi intenerisco sempre ormai, sarà l’età, sarà il ciclo, fatto sta che quando nella serata di lunedì il centravanti della Lazio si è messo il pallone sotto la maglia e il dito in bocca, avevo ovviamente capito ci fosse la cicogna in arrivo, occhio che da quelle parti gira pure un’aquila, facciamo attenzione. Intanto auguri al futuro papà di una bimba.
  3. Il cappello di Runjaic (più l’occhialino intellettuale in sala stampa). Faccione simpatico, cappellino da baseball e occhialetto tattico: non ha certo portato bene alla sua Udinese questo trittico, ma quanto meno ha ribadito lo stile del tecnico bianconero. Adoro!
  4. L’abbraccio totale tra Luka Modric e Kevin De Bruyne. Sono tornati indietro a gustarselo pure quelli usciti un quarto d’ora prima da San Siro (mai capita sta cosa comunque), ed hanno lasciato la mancia agli steward del controllo zaini all’ingresso. Così, gli sembrava d’aver pagato poco per quello spettacolo. Quanta classe fusa in un intreccio di braccia. Mille stelline.
  5. È più contento della vittoria del suo Sassuolo o del primo gol in serie B di suo figlio Filippo con la maglia del Frosinone? I figli vengono prima di tutto, sono tanto felice di vederlo così felice. Firmato “core di papà” Fabio Grosso.
  6. Martina Rosucci, primo trofeo al cielo da capitana. Eh sì. C’è una nuova proprietà commutativa: cambiando l’ordine delle capitane e l’ordine delle finali, il risultato non cambia, vince sempre la Juve, tra l’altro con una Martina Rosucci che per la prima volta alza al cielo un trofeo con quella fascia al braccio. Non me ne vorrà Cristiana ma le dona tantissimo. Grande cap.
  7. Dio benedica Luka Modric. Lui merita una menzione a parte, ma potrei citarlo ogni settimana per qualsiasi cosa faccia o non faccia, tanto fa tutto e lo fa da divinamente, in fondo classe 1985 è una garanzia 😉. Dio benedica Luka Modric.

A settimana prossima, sempre con la stessa leggerezza, sempre con un pizzico di romanticismo.

Foto Messaggerooveneto.it

Cari “amici” del calcio dilettanti, quanto lo avete aspettato questo nuovo inizio?
Un battito di ciglia e ci siamo. Di nuovo quel borsone, di nuovo quelle abitudini, di nuovo quel campo, il sole e gli amici di sempre, con un anno in più nelle gambe e nei muscoli ma non nel cuore, sempre giovane, eternamente bambino.

Se chiudete gli occhi siete già lì, su quel terreno verde magari anche un po’ spelacchiato e nella vostra mente scorrono già le immagini di un film ancora tutto da scrivere, e da vivere, in cui i protagonisti siete solo e soltanto voi.

Io lo so come vi sentite adesso. Perché stanotte avete dormito poco, perché le farfalle allo stomaco disegnano un concerto di emozioni, perché siete pronti ma non siete pronti. La caviglia fa un po’ male, e poi magari finisco in panchina, e che palle…big match già alla prima giornata? E avete già risposto male a vostra madre/moglie/fidanzata, o a vostro padre/marito/fidanzato…il nervosismo è difficile da domare.

Lo stomaco chiuso, nemmeno la pasta in bianco scende giù, c’è una crostata in forno, ecco, magari giusto un pezzettino. 
D’un tratto vi passano nella mente le salite e i gradoni al 25 agosto con 40 gradi all’ombra, mentre i vostri amici erano ancora alle prese con l’abbronzatura ed il vostro partner disposto a capirvi solo a metà: “Che ti costa arrivare in ritardo alla preparazione? Inizi un giorno dopo…” Costa, costa. E tanto anche. Un prezzo difficile da quantificare a parole. Che poi domani è lunedì, e il capo che ne sa della vostra domenica, che ne sa del calcio dilettanti, di un mondo in cui si vive tutto a tremila in cui no, non è certo tutto rose e fiori ma la differenza la fanno sempre i modi.

E allora ricontrollate il borsone per le decima volta, i portafortuna ci sono, tutto nello stesso posto, come sempre. La fascia da capitano anche. Magari la indossate per la prima volta, o magari è l’ultima. Quando le ginocchia scricchiolano, e gli impegni soccombono, è sempre l’ultimo anno, in un mix di risposte che dentro di voi non dà spazio ai no, non ce la faccio e che millanta l’eterna lotta cuore/cervello, ma in fondo è così, giusto? Nelle più classiche scelte d’amore c’è sempre la testa che dice una cosa e lì, in fondo al petto, ne sentite un’altra.

E intanto quella fascia è lì. La guardate con lo stesso sguardo sognante di quando eravate bambini e sentivate già il peso della responsabilità verso un sogno a cui vi siete aggrappati per anni, e forse, proprio in questi anni, lo avete realizzato senza accorgervene, che non si è calciatori solo quando si mette piede a San Siro e con conti in banca milionari, tutt’altro, la bellezza, la purezza, la resilienza, passa ancora tutta da qui, dal calcio dilettanti, dagli occhi che brillano e dalla fitta allo stomaco.

Ed è la stessa fitta di quando vedete nonno in tribuna, o di quando alzate gli occhi e lo cercate nella strana forma delle nuvole, fra un cielo velato ed un raggio di sole. Nonno non se ne perde una dal 1999, quando eravate ragazzini e rincorrevate quel pallone senza pensieri. E con lui nonna, papà, mamma, fratello, sorella, il migliore amico, il compagno di vita. Ok va beh, su mamma e nonna forse non è sempre così. Loro ancora non ce la fanno, potete dirgli che è un’amichevole, bleffare, raccontare una storia che non esiste, ma la preoccupazione di non vedervi entrare dalla porta, alla sera, con il sorriso, è sempre la stessa. Forse non lo sapete, o fate finta di non saperlo, ma ogni volta che uscite di casa mamma ancora strizza gli occhi e i pugni, e tra sé e sé dice in preghiera “Fa che vada tutto bene”.

Ecco. È tutto così magico, e se cercate bene, dentro di voi, quella magia è ancora intatta. Ed è per questo che non siete sbagliati, non siete un “caso disperato”, non avete alcun difetto di fabbrica. Siete giusti, al posto giusto, nel momento giusto. 
E non importa che abbiate 18, 25, o 40 anni, non importa che siate il bomber, il portiere o la riserva delle riserve. Non importa nemmeno che siate mister, magazziniere, direttore sportivo, presidente, arbitro, giornalista, tifoso. Tutto declinato al maschile e al femminile allo stesso identico modo.

C’è un amore ricambiato fra voi e quella palla, e non conosce limite. 
Tenete gli occhi chiusi ancora per un momento, con il profumo dell’erba che vi fa vacillare un po’ ed un sorriso spontaneo che vi riempie il volto…eccolo, lo sentite il cuore che batte? C’è un nuovo inizio. 

E non sarà come la prima volta, non sarà nemmeno come l’ultima, ma sarà sempre una volta nuova.