Alessandro Florenzi, 34 anni, dà l’addio al calcio. Nell’epoca del mordi e fuggi e dei grandi proclami per balzare agli onori della cronaca, lui lo ha fatto sì usufruendo dei più comuni social network, ma ha pur scelto la via della normalità.

Un messaggio semplice, fatto di gratitudine, umanità ed una manciata di parole, unito ad un video che dice molto, che sa di ritorno alle origine, con la sfida ai ragazzini di quartiere sul campetto dietro casa.

Alessandro Florenzi è un giocatore che non ha solo vestito la maglia della sua Roma, l’ha indossata come una seconda pelle, ne ha fatto vanto e ragione di vita, sgomitando tra i giganti della sua era, quelli di cui si parlava tanto e che, talvolta, performavano persino meno. Perché lui non si è mai tirato indietro, non si è mai risparmiato, non ha mai accantonato la sua “romanità” in favore di telecamera, non ha mai smesso nemmeno i panni del nipote. Celebre la sua corsa in tribuna ad abbracciare nonna Aurora dopo il gol con il Cagliari. Era il 2014.

Ma tutta quell’umanità io l’ho rivista anche nelle mani sul volto dopo un arcobaleno piovuto dal centrocampo. È il 16 settembre 2015, la partita di Champions League Roma – Barcellona. Alessandro Florenzi recupera un pallone nella sua metà campo, s’invola sul lato destro, alza la testa, il portiere è un po’ fuori dai pali e lui si lascia guidare dall’istinto, dal coraggio di credere che anche i giocatori normali possano fare qualcosa di speciale. Il resto è storia, un’esultanza soffocata dagli abbracci dei compagni, da un Olimpico che urla ma non ci crede, probabilmente anche dal battito accelerato di nonna Aurora che non è lì quella sera ma è come se lo fosse. Lei c’è sempre stata, dal primo giorno.

E poco importa che poi siano arrivate le esperienze con Valencia, Psg e Milan, e poco importa che l’unico scudetto della sua carriera sia stato vinto proprio con la casacca rossonera, certo importa di più il titolo di Campione Europeo, ma a Roma possono dire che Florenzi sia passato di là ed abbia lasciato il segno, che il numero 24 abbia realizzato il suo sogno di bambino, difendendolo quando il ginocchio faceva crack, avviandosi sulla strada giusta, mano nella mano, occhi negli occhi, con il suo migliore amico, quel pallone che rotola, medicina e cura, magia e divertimento.

E pensare che fino a qualche anno fa quando mi dicevano “c’è un centrocampista italiano che ti piace particolarmente?”, io non avevo dubbi rispondevo sempre Florenzi perché “Dove lo metti sta, e sta bene”.

In un mondo in cui si va sempre a caccia dell’originalità e dell’estro che eleva, la vera impresa è essere normali.

E allora buona vita Alessandro Florenzi, campione “normale” ma che forse così tanto “normale” non lo è mai stato.

QUI IL VIDEO DI ADDIO

Questo il suo messaggio d’addio.

“Grazie di tutto, amico mio ⚽️❤️. Mi hai insegnato ad amare tutti i tifosi, dal primo all’ultimo senza eccezione. Ognuno di voi mi ha spinto a migliorare e ognuno di voi mi ha aiutato a risollevarmi dalle cadute che fanno parte di questo sport come della vita: vi sono davvero grato. Voglio ringraziare ogni compagno, allenatore, componente dello staff e dirigente, tutti nessuno escluso: giorno dopo giorno il vostro supporto e la vostra professionalità mi hanno permesso di crescere come uomo e come calciatore. Ringrazio te, Ale, per aver visto qualcosa di speciale in quel piccoletto in mezzo al campo 17 anni fa. Tu e la famiglia della WSA siete stati, siete e sarete sempre una parte essenziale della mia vita, non solo calcistica. Voglio ringraziare infine tutti coloro che mi hanno accompagnato in questo lungo viaggio, in particolare tutte le persone che lavorano silenziose dietro le quinte: ognuno di voi ha lasciato un segno dentro di me. Senza di voi non sarei la persona che sono oggi. Grazie ancora, amico mio: oggi ci salutiamo ma tu farai sempre parte di me

Foto e Video profilo IG Florenzi

È tornata la serie A, tanto attesa, quasi spavalda, nel bel mezzo di un agosto fatto delle solite premesse: quest’anno non mi incazzo, quest’anno tifo meno, al diavolo gli abbonamenti tv, lo stadio solo in un big match, ed il Fantacalcio vediamo eh…che mi posso farmi il sangue amaro per quel terzino preso a 1 di cui non riesco nemmeno a pronunciare il nome…

…e poi invece.

Sabato 23 agosto, con il mare che non si scorge più nemmeno fuori dalla finestra, con il primo aperitivo del rientro già rimandato a data da destinarsi e con la app nuova e superflga già scaricata nell’ultima versione, telecomando in mano e via, a comandare. Su cosa, poi, non è dato sapersi, forse sul nostro subconscio che gira e rigira sempre là va a finire, di fronte a quei “22 scemi” che rincorrono un pallone e di cui proprio non si può fare a meno. Insomma, è sempre la stessa storia, ma questa storia a noi “malati di calcio” piace proprio così com’è.

E dunque, smessi gli abiti da turista, arrivano quelli da giocatore/allenatore/fisioterapista/presentatore/direttore sportivo/fantacalcista/esperto marketing/tuttologo, declinati rigorosamente al maschile. E anche tifoso, sia chiaro.

Ma cosa ci lascia questa 1ª giornata? Questi 90 minuti più recupero moltiplicati per 10, tante sono le partite di serie A? Vediamo se riuscirò ad essere costante ma mi piacerebbe, dopo ogni turno, raccontare le 7 cose che, per un motivo o per un altro, mi hanno colpito di più.

7 cose 7 su questa prima giornata di serie A in ordine rigorosamente sparso perché innanzitutto non è una gara, in secondo luogo amo il caos (perché il numero 7 non ve lo sto nemmeno a dire 😉)

Serie A, 7 cose 7

  1. La fascia da capitanA. Il calcio femminile è ripartito dalla serie A Women’s Cup, è ripartito da un gol di Cristiana Girelli, è ripartito da una novità assoluta. Non più la C maiuscola al braccio, ma la fascia da capitanA, un segnale importante verso una passione universale.
  2. La garra di Mina e Kean. Intervento deciso del primo (ma questa non è una novità) che non si risparmia nell’esultanza tutta muscoli e la risposta di Kean che si rialza e flexa (e anche questa non è una novità). Ne avevamo bisogno? Non lo so, ma mi ha fatto sorridere. E comunque finché c’è sportività va bene tutto.
  3. La crossbar challenge di Udinese – Verona: tre traverse in meno di 30 minuti, Giovane da un lato, Zarraga e Kamara dall’altro, ma nemmeno io e le mie compagne a fine allenamento 😂
  4. Il ritorno del Pisa in serie A. 34 anni dopo ed un esordio che stoppa addirittura una big come l’Atalanta (1-1 il finale). Ma non è il risultato che conta, è la storia di un club che ha vissuto mille vicissitudini e che ci ha messo 34 anni per risalire sul grande palcoscenico.
  5. La rovesciata di Bonazzoli in Milan – Cremonese. Impossibile non citarla. Chapeau.
  6. Il bellissimo saluto e cenno di intesa tra i fratelli Thuram. Khephren, centrocampista della Juve, va a San Siro insieme a papà Lilian per vedere Marcus in occasione di Inter – Torino. L’attaccante mette a referto una doppietta e per due volte si gira verso la “sua” tribuna d’onore. Ma sul secondo gol c’è un pollice in su, un orgoglio che passa nelle vene, un incrocio di sguardi velati: “Sono felice sia qui, è il mio fratello piccolo e lo amo da morire” dirà Marcus ai microfoni al termine, spegnendo polemiche effimere e tristi verso chi riteneva inopportuno il comportamento del bianconero. Ma una volta che c’è ancora un po’ d’amore che circola nell’aria, per quale motivo dovremmo farne a meno?
  7. Nico Paz. Ultimo ma non ultimo. Che roba pregiata quel mancino lì, quella spensieratezza, l’eleganza nei movimenti, la visione di gioco, la personalità. Lo scorso anno ha preso per mano la mia squadra del Fantacalcio e l’ha condotta alla vittoria, ma concedetemelo senza alcuna superbia, lo avevo visto quel tocco così diverso dagli altri. E in un’epoca in cui prevalgono sempre i milioni, mi auguro tanto che la volontà ferrea del Como di tenerselo stretto ancora per un po’, resti appunto ferrea: ho bisogno, abbiamo bisogno, di ammirare talenti così direttamente a casa nostra.

Bentornata serie A.

Foto serie A women IG

Today is the day, come si suol dire: inizia oggi il cammino dell’Italvolley di Julio Velasco al Mondiale di pallavolo femminile. Le “Ragazze Terribili” sono volate in Thailandia per provare a ripetere il miracolo di quel lontano 2002 quando l’urlo Toguuuut fu un’eco che fece tremare i muri delle case degli italiani. Indimenticabile.

Ma appunto, proprio perché non ho usato la parola miracolo per pur caso, proprio perché Today is the day, io, che conosco “i miei polli” (tradotto conosco gli occasionali allergici alla vera cultura sportiva, secondo cui, per loro chiaramente, sia tutto facile e la parola fallimento pare data in dote con i punti dell’Esselunga), metto le mani avanti.

Tiferò Italia come sempre, ad occhi sbarrati nei momenti di gioia, socchiusi in quelli difficili (sì, sono una di quelle che nei punti decisivi si mette le mani davanti agli occhi e sbircia tra le dita), ma non abbandonerò la consapevolezza che mi porta a decifrare, con assoluta lucidità, tutto il difficile di un campionato del Mondo. Le migliori formazioni del pianeta, al cospetto del momento clou, per giunta al di fuori della lavatrice olimpica dove tutto è il contrario di tutto ed il carpe diem (ma a noi italiani piace di più il qui e ora 😉) l’unica strada verso l’Olimpo.

E non si tratta di pressappochismo, di omertà di fronte all’evidenza, ipocrisia o finta umiltà, si tratta solo della constatazione secondo cui, nonostante sia stato dimostrato di non soffrire di vertigini già una volta, l’Everest sia pur sempre l’Everest, e mettersi in moto per la scalata implica forza e coraggio, certo, ma anche una serie di componenti non trascurabili, né prevedibili.

Perchè l’Italvolley si presenta all’appuntamento con i pronostici dalla sua parte, forte del titolo olimpico conquistato un anno fa e quello di Nations League appena poche settimana addietro, ma in quella primissima fascia è in buona compagnia. Enrico Spada, giornalista di oasport, nonché grande amico e conoscente profondo della materia, in quella primissima fascia piazza anche la Turchia di coach Santarelli ed il Brasile della stella Gabi, poco più sotto ecco Giappone e Usa, con Serbia e Cina a recitare il ruolo, nemmeno troppo in disparte, di outsider.

È un menu ricco, insomma, in cui l’Italia punta alla portata principale, lo fa indubbiamente con una corazzata, un gruppo fantastico e l’obiettivo chiaro di vincere perché le carte sono in regola ed il desiderio supera persino l’ambizione. Non c’è nessun dito dietro il quale nascondersi, ma c’è da tenere bene a mente la salita, i passi, uno dopo l’altro, da compiere, da mettere in fila per raggiungere quel luogo sacro dove una volta, una volta soltanto, il cielo si è colorato dell’azzurro più limpido. Un cielo da cui io stessa mi sono fatta avvolgere all’età di 17 anni, ed un cielo che mi ha illuminato, condotto, nella scrittura di quel capitolo sul mio libro “Pallavolo – I momenti magici” (edito Nuinui).

Ed ora che si fa? Beh, ora si tifa. L’avventura parte con la Slovacchia passando poi per Cuba e Belgio, un girone abbordabile ma da non sottovalutare, poi sarà già tempo di dentro o fuori. Com’era maestro Julio Velasco? Qui e ora? Sì, qui e ora. Italvolley, tocca a te. Tocca a noi.

Foto Coni

Jannik Sinner si ritira dalla finale di Cincinnati dopo 20 minuti. Abbandona il cemento, cede il trono all’extraterrestre Carlos Alcaraz e poi si accomoda sconsolato in panchina, non provando nemmeno a nascondere le lacrime che gli rigano il viso e che gli annacquano gli occhi, ma che forse più di tutto, ancora una volta, dimostrano la sua umanità.

“Sono entrato in campo solo per i tifosi, mi spiace perchè magari il lunedì devono lavorare e fare altro”.

Jannik Sinner è un ragazzo che piace, un atleta che è riuscito a sbaragliare la concorrenza dentro le case degli italiani, quando si parla di lui c’è uno sguardo buono persino di una 70enne come mia madre che non riesce a trattenersi nel celebrare a suo modo questo campione. E così, mentre eravamo a cena in vacanza, al tavolo con mia mamma, appunto, mia zia e mio zio, succede che alla notizia del ritiro del campione altoatesino cala un po’ di amarezza mista a compassione tenera, parte un sentito “Nooo, che peccato”, che spinge a capire la grandezza dell’uomo.

Jannik Sinner ha appena 23 anni e non spetta a me stilare l’elenco dei suoi trofei, dei record, delle prime volte, del fare ciò che nessuno fino ad oggi è riuscito a fare, ma non posso fare a meno di trovare una formula adatta a quelle emozioni irreversibili che suscita dentro ognuno di noi, italiano e non, sportivo e non. Formula rigorosamente al quadrato, sia chiaro.

E così succede che ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, ti accorgi della grande bellezza, di come si possa essere vincenti con una coppa sollevata al cielo e allo stesso modo con il capo chino e le mani che raccolgono sogni infranti, di come quella vecchina di 82 anni non possa fare a meno di seguire il suo idolo in capo al mondo e lui di abbracciarla anche dopo una maratona di tennis di un paio d’ore, sotto un sole cocente mentre i crampi gridano vendetta.

Jannik Sinner è il campione di tutti perché proprio quei “tutti” non possono fare a meno di lui, non possono fare a meno di tifarlo con ossessione o dare una sbirciatina ogni tanto, non possono fare a meno della sua tenacia su un campo da tennis o del suo imbarazzo in uno spot pubblicitario, delle sue battute semplici nei commenti post vittoria o dell’eleganza innata nell’abbracciare un avversario vinto o vincitore.

E così, di fronte a tutti coloro che lo additano bonariamente come “disumano” per la maestria dei suoi colpi, per l’inesistente arrendevolezza anche di fronte a sfide ardue, per una bacheca già stracolma di coppe e trofei, io lo trovo così dannatamente e meravigliosamente umano, bello da non sembrare vero, orgoglio di un’epoca in cui si può ancora credere in qualcosa di valore assoluto. I sogni per esempio, o gli idoli, quelli di un tempo, che segnano tutta la tua vita e che trascini con te a distanza senza il necessario bisogno di urlarlo a squarciagola, basta l’emulazione di un gesto profondo come quello di non aver paura di lasciarsi andare alle emozioni ed essere spavaldamente se stessi.

Anche stavolta, grazie Jannik Sinner.

Foto: Aaron Doster IPA Sport

Io ad Alessandro Del Piero devo tutto. Tutto. La mia infanzia si è aggrappata al suo esempio, a quegli occhi buoni e ai sorrisi timidi, a quel destro a giro che è diventato un tiro tutto suo, “alla Del Piero” in gergo, alla fantasia, alla gratitudine, ai pochi fronzoli e alla tanta pazienza, dopo un infortunio lunghissimo, nell’attesa di un gol su azione che non arrivava mai.

Devo tutto all’umiltà di chi scende in serie B da Campione del Mondo, di chi mette il coraggio nero su bianco con una firma che non conosceva cifre, devo tutto al gol con la Fiorentina, al gol di tacco nel derby, a quello nel sette nella magica notte di Tokyo, al 4° posto di un Pallone d’Oro che in quell’anno aveva inciso su di sé solo un nome ed un cognome ma nessuna polemica al seguito e probabilmente nessuna poltrona vuota, che nei tempi moderni sa tanto di scaramuccia per riempire pagine social, ma che tradotto equivale ad una maleducazione che mai avrebbe sfiorato i pensieri di certi Campioni di quegli anni: una volta non ce lo si sognava nemmeno di non dire grazie anche quando sapevi di aver ricevuto meno di quanto avresti meritato.

E poi devo tutto a quella linguaccia, alle parole taciute, agli applausi sarcastici dopo un pugno in faccia, ai gol sbagliati in una finale europea e a quel destro mondiale che abbatté una Germania intera, devo tutto a quella fascia al braccio, alla leggerezza con cui le cose difficili sembravano facili, all’entusiasmo di un bambino, al gol con la Lazio e alla standing ovation di Madrid. Devo tutto a quel giro di campo, alle lacrime di quel giorno, all’abbraccio con mio padre e alla telefonata con mio zio, alla fine di una storia che in quel 13 maggio 2013 capì proprio che non c’era nessuna fine, che ci sono legami di cui si conosce sempre e solo il principio.

Ne è passato di tempo da quel giorno, e ne è passato ancor di più da quel Foggia – Juventus del 1993, così tanto che oggi Alessandro Del Piero non ha più solo “due stelle” sulla maglia, ne ha 50, o se volete 5 x 10 cucite sul cuore. Per me non c’è Maradona, Pelé, Ronaldo il Fenomeno, Messi o Cristiano Ronaldo che tenga: e non è questione di non essere oggettiva, è che penderò sempre dalla parte delle emozioni ed in tutti i secoli dei secoli, non ci sarà mai nessuno che mi emozionerà tanto quanto Alessandro Del Piero. Amen.

So per certo che la mia passione, il mio amore per questo benedetto, maledetto sport, senza Alessandro Del Piero non sarebbe stata la stessa cosa, ma so anche di aver assistito all’eccezione, alla storia d’amore che “intanto il tempo passa e tu non passi mai”, al lieto fine. Un lieto fine fortemente voluto da chi sa di aver lasciato in quell’orbita un’eredità pesante tanto quanto una maglia numero dieci “da continuare ad esistere affinché ogni bambino che tifi la Juve possa ancora sognare d’indossarla”.

Buon compleanno Alessandro Del Piero, fenomeno di una generazione senza tempo, occhi buoni e sorrisi timidi che proveranno a trovare forma e senso in altri volti, in altri talenti, pur sapendo che “come te, nessuno mai” o, per dirla tutta, “come te, nessuno mai più”.

Mariella Lamonica
foto: oggitreviso.it

Ci sono emozioni che vanno lasciate fluire per percepirne a pieno il reale valore. A volte non basta nemmeno una notte intera per trasformarle in un tangibile discorso, pensi e ripensi ma poi ti lasci andare alla stanchezza, gli occhi si socchiudono e tutto il meglio del mondo resta racchiuso lì. Fateci caso quando andate a nanna la sera, tutto quello che avete vissuto in quel giorno è imprigionato nei vostri occhi, è culla per le cose belle, salvagente per le cose fragili, muro per respingere le ostilità.

Stamattina quando mi sono svegliata ho pensato ai brividi sulla pelle nel non riuscire a staccare i miei occhi da quegli occhi, quelli di Nicolò Martinenghi. Non trovare le parole e vedere la colma misura di una gratitudine irreale e devastante, mi hai scombussolato i piani Nicolò. Più penso a quella gara, a quella medaglia, e più rivedo i tuoi occhi, anche attraverso gli occhialini c’era qualcosa di magico, e c’era già da sabato mattina, quando sei entrato in vasca per le qualificazioni e ti sei guardato intorno con la convinzione giusta di chi, innanzitutto, voleva godersela.

E poi i tuoi occhi prima della semifinale, e ancora gli occhi pre ultimo atto. Per non parlare dei tuoi blocchi all’arrivo, quando guardi il tabellone e ti chiedi “ma sono proprio io?”, quando li alzi al cielo a mani giunte, quando ti godi le interviste, sbirci l’arena attorno, trattieni quasi il respiro come se tutto, di quel momento, dovesse essere dentro di te. Per sempre. Gli occhi mentre abbracci mamma e papà, mentre baci la tua fidanzata. Gli occhi sul podio, ancora increduli, ma lì c’è pace anche per le orecchie, con quell’inno che risuona per la prima volta in terra francese, una cornice intorno di un pubblico che lo canta solo per te, e poi l’Italia, Varese, la tua Varese, che di fronte a qualsiasi schermo si sente d’un tratto in cima all’Olimpo trascinata da una gara magistrale di un ragazzo di 24 anni che si è fatto in anticipo il regalo di compleanno, e che ha colto l’attimo.

Carpe diem. I sogni, a volte, ci passano davanti in un millesimo di secondo, bisogna avere un cuore allenato con i riflessi pronti, altrimenti sfuggono via e non li riprendi più, e chissà poi, se ripassano.

Non è il tuo caso Nicolò Martinenghi, tu sai cosa vuol dire saltare su quel treno quando la destinazione è un viaggio verso l’infinito, tu sai davvero cogliere l’attimo ed i tuoi occhi sono l’istantanea perfetta. Ti auguro che in questi giorni a Parigi tu possa averne ancora di occhi così, azzurro velato gratitudine, mentre li strizzi un po’ ed incastri dentro il “È tutto vero”…che poi sei un generoso e quegli occhi li regali anche noi. Grazie perché ci aiuti ad essere felici. Come te, con te, più di te.

E ci perdonerai, mi perdonerai, se io invece ho lasciato aperte le fontane dell’emozione, se di fronte a quello sguardo e a quel sorriso, non ce l’ho fatta a tenere tutto dentro, lacrime dolcissime di una ricetta dai pochi ingredienti, di cui uno segreto che troppo segreto non è…io lo chiamo libertà, quel segreto, libertà di amare, di lasciarsi condurre dalla passione, libertà di piangere o no, libertà di volare, su quelle onde, dentro e fuori dall’acqua anche con te.
Grazie Nicolò Martinenghi per farmi sentire così magnificamente libera.

Foto Italia Team

LEGGI QUI – LA CERIMONIA D’APERTURA

Quattro ore incollata alla tv, e non poteva essere diversamente, Parigi 2024 chiama, i pazzi sognatori come me, rispondono presente. L’Olimpiade è l’Olimpiade, è più del sogno con la S maiuscola, è quello che non osi pensare, è l’inimmaginabile, è un mix di roba che senti dentro e per cui non hanno ancora inventato le parole, chissà che magari quest’edizione non riesca a coniarne di nuove.

Io in Parigi 2024 ci ho sperato tanto, ci ho creduto tanto, non ho bisogno di raccontare ciò che ho fatto o non ho fatto, il tempo è galantuomo dicono, speriamo anche un po’ galantdonna, aggiungo io. Se non è successo ora è perché è giusto che sia così, ma l’Olimpiade resta l’apoteosi dei miei sogni e Los Angeles 2028 non mi pare un postaccio, rinunciare è un verbo che non m’appartiene, quel sogno lo sposto solo un po’ più in là. Detto ciò parentesi chiusa, non dirò più nulla in merito, ho solo voglia di godermi Parigi 2024. E allora, si parte.

Questa cerimonia è stata molto divisiva, ho letto veramente di tutto. Io dico la mia e parlo di un crescendo di emozioni. Idea pazzescamente originale, fatta di tanti elementi che hanno fatto da filo conduttore e per di più andata in scena per la prima volta al di fuori di uno stadio. A tratti mi è sembrata dispersiva, è vero, concordo con chi parla di atleti un po’ poco coinvolti, diciamo che se ci fosse stata una passerella finale con i portabandiera a prendersi la scena ai piedi della Torre Eiffel, forse sarebbe stato qualcosa di molto simile alla perfezione.

Resta il fatto che di cose belle ce ne sono state tante: Lady Gaga ha spaccato, poi la passerella di Bebe Vio, i quadri partiti dal prevedibile Liberté, Égalité e Fraternité, salvo poi passare da un sorarité, a sottolineare come per la prima volta ai giochi ci siano atleti e atlete equamente suddivisi, i cuori nel cielo di Parigi, ma d’altronde è pur sempre la città dell’amore, e ancora artisti e trampolieri, dj e balli scatenati, un mix di modernità e tradizione, ed un messaggio di pace con Imagine magistralmente cantata da Juliette Armanet, una ex giornalista culturale, ridisegnatasi cantautrice, capace di prendere per mano la Francia ed il mondo intero con una voce sublime, condurli in un viaggio di fiori che accarezzano la pelle e disegnano arcobaleni. Il resto lo ha fatto la Senna in notturna, splendente in quei giochi di luci e d’acqua. We stand and call for peace.

E poi il finale. Quaranta minuti di gloria mentre il cielo di Parigi 2024 non vuole smettere di commuoversi, Zidane che passa la fiamma a Nadal, un Re che questa città l’ha conquistata più volte e che forma il quartetto internazionale con Serena Williams, Carl Lewis e Nadia Comaneci, ulteriore passaggio di consegne agli atleti francesi, eccellenze assolute. Da Manadou a Lavillenie, menzione particolare al ciclista centenario Charles Coste che vinse nell’inseguimento a squadre a Londra 1948, poi la chiusura è toccata alla velocista Marie-José Pérec e al judoka Teddy Riner. Le fiamme volano in cielo, il braciere è un’immensa mongolfiera che s’innalza guidata dal vento, dai sogni, dalle speranze di tutti coloro che rivolgono uno sguardo a quel bagliore, cullati dalla divina Celine Dion: torna in scena dopo 4 anni e lo fa con la strapotere di un dono in gola ancora cristallino, a dispetto di una vita che le sta giocando da tempo un brutto scherzetto.

E poi c’è l’Italia, che dire…per me le immagini impresse sono due: i tempi scenici di un team che cerca di “nascondersi” salvo poi svelarsi in alto al richiamo della Nazione, casinisti come sempre, con i sorrisi e l’energia di Tamberi – Errigo devastanti e contagiosi, e l’immagine del Presidente Sergio Mattarella, che incurante di una pioggia copiosa, correda il suo abito di una mantellina improbabile ed attende i “suoi” ragazzi, si alza in piedi e saluta, con quel sorriso che sa di garanzia assoluta ed immensa riconoscenza. Se penso a quel “Ho disobbedito al protocollo, ho partecipato per due sere di fila agli Europei di Roma, ma vi assicuro che ne è valsa la pena“, ancora mi commuovo. Che Presidente, ragazzi!

Ora, però, viene il bello: team Italia facci divertire e qualsiasi cosa accada…INSIEME.

Ho un gruppo su whatsapp che si chiama 5ªB. È la mia 5ªB di tanti anni fa. Quanti? Venti, vent’anni fa. Sbam.
Questa mattina Andrea ha scritto: “Ragazzi, 20 anni fa preparavamo la maturità, ve lo ricordate?”, “Che Ansia” la mia prima risposta.

Ero una ragazzina, mannaggia, piena di sogni e belle speranze, avevo tante idee in testa e mai una giusta, avevo sempre qualche parola di troppo, uno scherzo da combinare a qualcuno, un’allergia al diritto (anche se poi i miei diritti me li sono sempre presi tutti), ed un gelato tra le mani, mentre andavo di corsa, sempre di corsa e chissà dove. Avevo tanti dubbi ed altrettante domande senza risposta, ma una cosa la sapevo, e l’ho sempre saputa: avrei fatto la giornalista. A qualunque costo. Per me quella maturità era solo un rito di passaggio da togliermi dalle scatole quanto prima, non me la sono goduta affatto, io pensavo all’università, al test di Scienze della Comunicazione, a tutto quello che sarebbe stato poi, a voler diventare grande. L’ho sempre avuto questo difetto, guardare oltre senza godermi a fondo il momento…devo dire che vent’anni dopo qualcosa l’ho imparata. Ma sono fatta così: mi basta una finestrella per andare alla ricerca di nuovi orizzonti, per vedere le mie ambizioni disegnare in cielo voli pindarici, per colorare con toni accesi anche le figure più astratte della mia anima.

Vent’anni fa, dicevo, era tutta un’altra storia ma anche in questo doppio decennio, di storia, ne ho scritta un’altra bellissima, ed è la mia. Lo so che le storie si dovrebbero raccontare dall’inizio ma io voglio partire dalla fine, da oggi. Prometto commenti non troppo smielati ed un milione e mezzo di lacrime circa, almeno finché sono riuscita a contarle.
“Accredito?”, “Mariella Lamonica”, prego signorina si accomodi. Di fronte a me il Quirinale, alle mie spalle, senza quasi saperlo, mi stavo lasciando 20 anni di sacrifici e passione. I passi in maniera inversamente proporzionale ai battiti del mio cuore, andavano lenti, pronti ad assecondare la mia voglia di gustarmi tutto. A pieni polmoni e testa alta ho attraversato i vialetti, raccolto i saluti composti delle guardie, annusato i particolari, mi sono accomodata nei posti riservati alla stampa e ho provato a farmi largo in un vortice di emozioni che sono riuscita a tenere a bada solo per i primi 25 secondi netti, poi mi hanno travolto ed ho lasciato loro il pieno comando dei miei sorrisi, dei miei sguardi e della mia pelle.

A pochi passi dalla squadra Olimpica prossima a partire per Parigi, a pochi passi dalle parole del Presidente Malagò e del Ministro Abodi, vicina, vicinissima, al discorso encomiabile del Presidente Pancalli, rivestita ed investita dalle parole di Arianna Errigo, Gianmarco Tamberi, Luca Mazzone ed Ambra Sabatini, dentro, totalmente dentro, le parole del Presidente Sergio Mattarella che ancora una volta ha dimostrato d’essere innanzitutto un uomo d’altri tempi dall’inestimabile spessore umano, e che poi, ha quasi scherzato con la sua carica per mettersi al pari di un “tifoso elegante”, ma appassionato, mai sazio e mai domo di fronte alle storie azzurre.
Mi auguro che possiate tornare con un bus pieno zeppo di atleti medagliati ma se così non dovesse essere non toglierà nulla ai vostri percorsi, sono certo che darete il meglio di voi stessi e ci renderete orgogliosi di voi“.
Ho commesso un’infrazione alla prassi di protocollo del Quirinale tornando per la seconda serata consecutiva allo Stadio Olimpico per assistere agli Europei di atletica leggera. E ora posso dire che ne è valsa la pena“.

Ha ragione Presidente, ne è valsa la pena. Ne è valsa la pena di scrivere una storia così, come la mia, arzigogolata, stancante, incompresa ai più, fatta di sacrifici e passione, parole chiave in un percorso che ha preso la direzione dei sogni e non è più tornato indietro. La giornata di oggi me la porterò dentro e addosso per sempre. Ma la cosa più bella è che tutto ciò non è nemmeno la fine di questa storia che dura da vent’anni, ogni traguardo sarà sempre e solo l’inizio.

Ho creduto ad un sogno, ho dato retta a quella bambina sbarazzina con gli occhiali ed i capelli ricci che ho dentro, e ho fatto bene. I sogni a volte, diventano realtà.


Day 5 – Devo essere proprio noiosa quando racconto quello che vivo e come lo vivo, ma non posso nemmeno discostarmi troppo dallo sguardo che i miei occhi hanno sulla realtà, da ciò che assorbono portandolo in un’orbita parallela, quella dimensione intoccabile a chiunque ma non dal vento. Il vento è l’unico compagno di viaggio in questo pianeta oscuro, accarezza i sogni e riesce sempre a soffiare per potarli un po’più in là, e più in là è un posto bellissimo.

La prima immagine che rimembro di questa lunga giornata è una scolaresca di piccolissimi alunni vestiti di tutto punto con magliettina bianca, si mettono in fila per due e varcano lo Stadio Olimpico. Poi eccoli lì, in un pezzettino di curva che trasformano in nuvola bianca al contagioso grido di “Italia, Italia”.

La seconda immagine sono gli occhi di Sibilio: piangere alle 21.07 non dovrebbe essere permesso dalla legge. Ma se ti vesti d’argento dopo un 400 hs in cui abbatti il record italiano di Fabrizio Mori che durava da 23 anni, se oltre quel traguardo sei lacrime, storia, forze stremate, l’abbraccio con il capitano, il primo dei normali dietro l’alieno Warholm, è perché il velo sugli occhi è polvere magica che rende perfetta una serata indimenticabile.

La terza immagine sono le braccia al cielo di Nadia Battocletti e la standing ovation. Dopo 10 mila metri nemmeno l’Olimpico ce la fa a stare al proprio posto, si alza in piedi, si spella le mani, strabuzza gli occhi, Battocletti è d’oro grazie alla capacità incredibile di rendere semplici le cose difficili, è una semplicità che miete nello sguardo, nella calma con cui si presenta ai microfoni post fatiche europee, nella compostezza con cui fa il giro d’onore, nell’abbraccio con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. 

E allora eccola la quarta immagine, il Presidente. Ottantatré anni e restare svegli fino alle 23 già non è da tutti, diciamolo. Arriva quasi puntuale e si gode la serata, si prende la scena giusto il tempo dell’Inno di Mameli, poi sa che Roma, questa sera, non ha occhi che per i suoi eroi azzurri e si fa da parte con galanteria, ma non dimentica di rispondere con un inchino ad un altro inchino, non dimentica di lodare chi sta portando in alto il tricolore azzurro.

La quinta immagine è la composizione di un quadro astratto d’inestimabile valore: Gimbo Tamberi, olio su tela. 
È sempre una storia nella storia. Entra in pista e parte lo show, aizza il pubblico, strizza l’occhio alla telecamera, va alla ricerca di Mattarella e gli manda un saluto commosso, indossa la sua divisa preferita, abbraccia Lando e Sottile, ed inizia a volare. A 229 centimetri da terra il volo s’interrompe per due volte, le spalle sono già appoggiate al muro, e l’unica via di fuga è non cadere nell’affanno e aggrapparsi alla pazienza, una pazienza fatta di consapevolezze. Spalle al muro Gimbo non molla mai. Mai. Ma proprio mai. Spalle al muro è solo un modo per prendere la rincorsa e volare ancora più su, sospinto dal fiato sospeso di una curva che non ha occhi che per lui. Alla voce morire e risorgere capeggia un solo nome e no, non è quello che religiosamente parlando tutti pensano. È quello di un marchigiano che nelle difficoltà si esalta, vezzo tipico dell’italiano vero. E allora Gimbo Tamberi vola, e vola a 231, vola a 234, strabilia a 237, piazzando la miglior misura della stagione a livello mondiale. Non ci si crede. S’inventa lo show di un finto infortunio e di una molla in una scarpa, 30 secondi di panico puro in cui l’Italia trema, mentre quel matto da legare gongola. Si è di nuovo ripreso l’Europa, in attesa del mondo, in attesa dell’Olimpo, e lo ha fatto nell’unico modo che conosce, tra talento e follia.

Date un’occhiata alla luna stanotte, le donerà persino la mezza barba…da quelle parti, e solo da quelle parti, potrete trovare Gimbo Tamberi.

Buonanotte Roma

Foto European Athletics

QUI IL RIASSUNTO DEL DAY 4

Cari Europei di atletica, da dove partiamo stasera? Partiamo dalla capatina al negozio: che fai non la compri la maglietta di Roma 2024? La compri eccome, e già la immagini incorniciata e piena di firme, da buona teenager sempre viva dentro. Fuori dallo stadio c’è una sana aria di festa, tra un panino ed una birra e la caccia al gadget di turno, con il sole che fa capolino dando incoraggianti segnali d’estate. 
Passo dopo passo sei di nuovo all’ingresso e pensi, “è ancora più bello di ieri”, non sembra possibile, ma è così per davvero.
E da lì via con quelle stramaledette emozioni, le provi una volta e ne vuoi sempre di più, non ti accontenti mai. Creano dipendenza.

Ci provano nei 200 metri Siragusa e Kaddari, niente finale per loro, ci provano Bruni e Molinarolo nell’asta, ma quell’asticella là in alto ad un certo punto diventa barriera insormontabile, il materassone culla e consola, come l’abbraccio del pubblico; ci prova, ci crede, fa sperare tantissimo Luca Sito. Il giro di pista è un giro d’onore che a 21 anni, pulito e sfacciato allo stesso tempo, vivi con orgoglio e coraggio, ma il coraggio a volte basta per sparigliare le carte e solleticare i big, poi ti frega sul traguardo quando arriva per primo insieme al cuore ma lascia indietro le gambe. È 5° posto ed uno stadio intero che canta “Luca, Luca”. Sito è uomo adulto, da qui non si torna più indietro. 
Zoghlami nei 3000 siepi è una bomba ad orologeria, ma esplode troppo presto, l’all-in della serie “Scappo e vediamo se mi prendono” non ha funzionato, tutta esperienza da mettere in saccoccia. 

Tocca di nuovo ai decathleti. Lasciatemi fare una domanda: ma il fegato dei decathleti quanto è grosso? Più o meno di quello dei peggiori frequentatori dei bar del Bronx? Chiedo eh. Perché loro fanno tutto. Ma tutto. Servono i pop corn al bar, passano dagli spogliatoi per una pulitina, aizzano il pubblico, e nel mezzo ci piazzano pure 10 gare in pochi giorni. Immensa stima per Dario Dester e Lorenzo Naidon, portacolori azzurri dal fegato enorme ma anche gambe forti.

“La Notte Vola” cantava Lorella Cuccarini, il volume lo alza Sara “gli occhi della tigre” Fantini: orooooooooooooooooooooooooo! Quel martello che vola fino a 74.18 e lei che voleva prendersi Roma si è presa l’Europa intera. Poi ride e piange, piange e ride ed abbraccia la primatista al mondo, la polacca Wlodarczyk che questa sera si è dovuta inchinare di fronte all’azzurro vivo accecante di quegli occhi fidentini, fari nella notte romana.

Ma non è finita, non è ancora finita, anzi non finisce mai soprattutto quando c’è l’Italia di mezzo. Siamo all’ultima portata di una cena filata via liscia, con un dolce da chef stellato, ma se la torta è servita manca la ciliegina e a guardarla bene persino la targhetta di cioccolato. I 200 metri hanno tutti gli ingredienti per essere dolcissimi, ma c’è un cameriere tedesco che inciampa sul più bello: Hartmann, uno dei favoriti, viene tradito dalla tensione e commette una falsa partenza che gli costa il cartellino rosso, gli altri commensali al tavolo iniziano forse a leccarsi i baffi con largo anticipo, ma la torta, ahinoi, è amara: Filippo Tortu perde l’occasione di mettersi al collo un oro europeo che dopo la straripante semifinale di ieri godeva di tutti i favori dei pronostici, la medaglia è d’argento ma pesa come un macigno sul cuore e su un sogno rimasto a metà, svanito, addirittura, per Fausto Desalu:Quel bronzo poteva essere mio, ho sporcato la corsa sul più bello e perso una grande occasione, ma sono sereno perché so come sto lavorando, perché sono lo stesso atleta di ieri che ha fatto la gara che ha fatto, questo è lo sport, si accetta, non si trovano scuse e si va avanti”.

E allora guardiamo avanti perché il day 5 degli Europei di Atletica vorrà rimpinzare un medagliere che da stasera tocca quota 17 (8 ori), il day 5 crea aspettative fameliche e tra poche ore alzerà il sipario su una lunga giornata pronta ad assumere le sembianze di una sbornia collettiva…inizia a shakerare Gimbo!

Buonanotte Roma

Foto European Athletics

QUI IL RIASSUNTO DEL DAY 3 – EUROPEI DI ATLETICA