Ho sempre pensato che le canzoni siano abiti: talvolta un maglione che scalda il cuore, talvolta un accessorio capace di dare brio a un look sobrio, di quelli che passano quasi inosservati. Ma Meraviglioso Errore ha cambiato la mia prospettiva: ha sconvolto un pensiero lineare, trasformandolo in un groviglio di fili intersecati da cui non riesco a venire a capo. Mi ha messa a nudo e lasciata immobile davanti a uno specchio, dove non ho trovato riflessi in cui rifugiarmi.

L’ho ascoltata per la prima volta sul treno, che già di per sé, tra paesaggi che scorrono dal finestrino, partenze e arrivi, si porta appresso un certo carico di malinconia. Figurati, poi, quando quel treno è il viaggio di rientro dalle vacanze estive. L’ho ascoltata lì e ho pianto. Totalmente.

Disarmata dalla bellezza di parole che, forse, ancora non lo sapevo, stavano raccontando la mia storia. Disarmata da quel filo tra ritornello e melodia che mi ha spogliata, costringendomi a fare i conti con un’abbronzatura ormai sbiadita e con cicatrici di cui non sentivo il bisogno.

L’ho ascoltata quel giorno e non ho più smesso di farlo. La ascolto e cerco ago e filo per ricamare quei segni, per tracciare ghirigori e trasformare quelle tracce di vita vissuta in qualcosa di prezioso ai miei occhi. Non ci riesco.

Non ho ancora la forza di coprirmi, di allontanarmi dallo specchio, di guardare altrove. Siamo io e le mie cicatrici, occhi negli occhi, in cerca di una forma di accettazione reciproca. Ma come si fa? Come si trova il coraggio di accarezzarsi, sapendo che quella mano resterà incastonata tra la pelle ruvida?

Meraviglioso errore, la forza delle metafore

Poi ci sono le parole della canzone, quelle che ho ascoltato una prima volta senza capire fino in fondo perché mi facessero così male e che, da quel giorno, hanno iniziato a somigliare sempre più alla mia storia.

C’è quel mare freddo, che non è soltanto un luogo ma la fotografia di qualcosa che, dentro, si è già raffreddato. C’è il pescatore che vede le balene volare, e per farlo alza gli occhi: forse è questo che faccio anch’io, provo a cercare qualcosa più in alto mentre tutto, sotto, sembra essere finito.

Poi arriva il vino, quello che dovrebbe essere stappato quando finisce l’amore. E io continuo a chiedermi cosa ci sia da festeggiare davanti a una fine che non assomiglia affatto a una festa. Ci sono le mani gelate, il pullover blu, il caffè bevuto ancora e ancora, quasi per prendere tempo. E ci sono io che rido, come sempre, davanti a quella normalità buffa che un tempo conoscevo così bene e che oggi mi sembra appartenere a un’altra vita.

Poi la canzone smette di giocare e dice la cosa più difficile: l’amore c’è ancora, ma non può più essere chiamato con lo stesso nome se dall’altra parte non ci si crede più. È lì che capisco perché quelle parole mi abbiano trovata. Perché parlano di due persone che si sono date tutto e che, nonostante questo, finiscono su due sentieri diversi.

E alla fine rimane l’immagine che più di tutte mi è rimasta addosso: quelle balene da cercare in cielo. La domanda non è soltanto se esistano davvero. È se, mentre io alzo gli occhi, dall’altra parte qualcuno li stia alzando con me.

E forse è questo che fanno le canzoni: arrivano quando non hai ancora trovato le parole e te le mettono davanti, una dopo l’altra. Non ti spiegano come finisce una storia. Ti ricordano soltanto che, da qualche parte, mentre cerchi di ricucirti, c’è ancora qualcosa che riesci a vedere.

Il testo integrale della canzone di Gianna Nannini e Brunori sas

Siamo andati al mare, c’era un freddo cane
E quel pescatore che ha visto le balene volare
Era pure un indovino
Ci ha detto che vino bisogna stappare quando finisce l’amore
E tu mani gelate e un pullover blu
Bevevi solo caffè
Mentre io, come sempre, scoppiavo a ridere

[Pre-Ritornello]
Non scherzare, non scherzare, non scherzare, dico sul serio
Non scherzare, non scherzare, non schеrzare, ti amo davvero

[Ritornello 1]
Amore, grandе amore, sei sempre e solo tu
Meraviglioso errore, ti ho dato tutto e tu
Tu non chiamarmi “amore” se non ci credi più
Meraviglioso errore io, meraviglioso errore tu

[Strofa 2]
Siamo prigionieri del mondo di ieri
Siamo due sentieri, ognuno per i cazzi suoi
Altro che indovino, qui è finito anche il vino
È finito anche il mare, ti vorrei ammazzare
E tu mi guardi, ma non mi vedi più
E prendi un altro caffè
Perché poi, come me, non sai decidere

Non scherzare, non scherzare, non scherzare, dico sul serio
Non scherzare, non scherzare, non scherzare, dimmi che è vero

[Ritornello 2]
Amore, grande amore, sei sempre e solo tu
Meraviglioso errore, ti ho dato tutto e tu
Tu non chiamarmi “amore” se non ci credi più
Meraviglioso errore io, meraviglioso errore tu

Ti ho dato tutto e tu
Tu non chiamarlo “amore” se non ci credi più
Meraviglioso errore, meraviglioso errore

[Outro]
Non abbiamo neanche un finale
Ma d’altronde per noi è normale
Le vedi anche tu le balene volare lassù?

Ok, mi sono innamorata. Proprio io che tutto ho, tranne l’innamoramento facile. Lui è alto, moro occhi scuri, fisico atletico, sportivo nell’anima, un sorriso che ti squarcia in due, strafottente quanto basta. Esattamente il mio uomo ideale. E poi sa ascoltare, ha un passato turbolento e una mente aperta, è un complice perfetto, ed un sostenitore incallito dei successi altrui, un Dio del sesso, un miscuglio di fragilità emotive che lasciano trapelare dolcezza infinita dagli spiragli di pezzi rotti, ma riassemblati a colpi di “migliorerò, posso farcela, credi in me e dammi un’altra possibilità”.

Questa settimana ci siamo visti tutte le sere fino a tardi. Oddio, non è proprio esatto, sono io che ho visto lui. Da lunedì ad oggi, tutte le sere. Fino a tardi. Talvolta persino in loop. Abbiamo tante cose in comune, tra l’altro, ma soprattutto una: siamo entrambe capitani della nostra squadra. Io chiaramente gioco a calcio al Csi, lui ad hockey. Ah quanto mi piace l’hockey, sempre detto io che è uno sport favoloso. La sua squadra? Briar University. Qualcuno la conosce? Vi dice qualcosa?

Ebbene sì, lo confesso, mi sono innamorata di Garrett Graham, dal primo addominale scolpit…cioè, volevo dire, dal primo sguardo. E chi è Garrett Graham lo sapete tutti, perchè tutti, ma proprio tutti, stanno guardando Off Campus. E guardatelo pure, tranquilli, non sono gelosa. Guardatelo ma non azzardatevi a fare mezzo pensiero sconcio, sul pettorale alla Berrettini o sulla sua mazza da hockey. È mio. Mio. È MIOOOOOOOOO. Pronome possessivo. Sì, possesso. Per buona pace di tutte le psicologhe del mondo e di quel “l’amore non è possesso”. Lui è mio e non si discute.

Off Campus è la serie tv di Amazon Prime diventata in pochissime settimane un fenomeno mondiale assoluto. Boom. Mi ha steso. È tutto quello che ci voleva e tutto quello che cerco nelle serie tv, forse per questo non ne guardo molte, perché fatico a trovare leggerezza e autenticità insieme, con un filo quasi impercettibili di “drama”, e non necessariamente situazioni improbabili e rapporti tossici.

Off Campus ha vinto tutto, ha fatto centro. Finalmente una serie tv che ondeggia tra il vintage dei college americani stile anni 2000, e la sensibilità di giovani ragazzi sfacciatamente normali alle prese con amori quotidiani, insicurezze croniche e voglia di spaccare il mondo e godersi la vita. Ognuno con un passato a cui aggrapparsi, da dimenticare o da vivere, affrontandolo. Ognuno con una spaventosa normalità in cui immedesimarsi, e ritrovarsi, a prescindere che tu abbia 15, 30 o 41 anni. Quelle storie ci appartengono anche se non le abbiamo vissute sulla nostra pelle. Ci permettono di ricordare il nostro di passato, di confrontarle con il presente in cui siamo immersi. avvolti, assuefatti persino, appuntando sulle nostre agende che la conformità e la capacità di esprimersi, talvolta esporsi, non sono finite in disuso, Non sono passate di moda. Sono un mood che ci perseguita, e che ci rende dannatamente umani. Sbagliando i tempi, ricevendo due di picche e porte in faccia, raramente venendo ricambiati come vorremmo, ma offrendoci comunque un posto d’onore sulle montagne russe della vita.

Off Campus sono gli otto episodi di questa prima stagione (grazie a Dio ce ne sarà una seconda) che ho vissuto con un sussulto al cuore continuo ed il cuscino stretto sullo stomaco, per attutire i colpi o dare appoggio alle farfalle. Ho adorato tutto: l’alchimia devastante tra i protagonisti, motore traino della serie, la trama, la delicatezza nell’affrontare questioni complicate senza l’esasperazione di volerle rendere ossessione, piuttosto contestualizzandole in un’epoca moderna che le supervisiona da vicino e le maneggia ma senza guanti.

E poi c’è l’amore. Quello adolescenziale, per certi versi, che non si intreccia con la tossicità ed il possesso, ma che si basa su relazioni sincere, autentiche, caotiche al punto giusto, ma anche fragili, lasciando emergere le emozioni in tutte le loro sfaccettature.

Off Campus è una botta di vita, una corsa al telecomando nel post cena, un continuo chiedersi “A me quando?” (capiterà un figo così, s’intende. Che mi sono innamorata di Garrett Graham l’ho già detto?). Tra l’altro, beata ignoranza, questa serie è tratta dai romanzi bestseller “Off Campus” di Elle Kennedy. Ho una vaga idea di come passerò la mia estate. Prima leggendo i romanzi, poi scrivendo ad Elle Kennedy per ringraziarla, infine stalkerizzando Garrett Graham (alias Belmont Cameli) nella speranza che boh, passi, le vacanze in Italia, e possa così rapirlo per dimostrargli che anche io so essere una tutor perfetta.

E niente, alla fine Off Campus ha fatto quello che fanno le storie scritte bene: ti intrattiene, ti consola e ti lascia addosso quella nostalgia strana per qualcosa che forse non hai mai vissuto davvero.

Per il resto che dire, no spoiler ma...”La Anna che io amo, è quella ragazza, è questa ragazza, e tutte quelle che ci sono nel mezzo, perché non sei solo una cosa, tu sei tutto, tu sei tutte loro…e le parole, verranno quando verranno“.

“Ho passato così tanto chiusa nella mia testa, il dolore, le lacrime, i segreti che ho tenuto, sentivo che un giorno sarebbero stati la mia fine, e all’improvviso tutto ha un senso, ho dovuto fidarmi per tornare a sentire, ho dovuto lasciarti entrare per vedere finalmente…sono la ragazza che sono, grazie a ciò che ho passato, sono la ragazza che sono in parte grazie a te, sono la ragazza che sono grazie alla ragazza che sono stata“.

Ps. Garrett Graham I love you!

foto yahoo.it

Tu sei troppo.
Troppo intraprendente.
Troppo vecchia.
Troppo scarsa.
Troppo scollata.
Troppo libertina.
Troppo preparata.
Troppo sensibile.
Troppo curiosa.
Troppo empatica.
Troppo ambiziosa.

Tu pensi troppo. Dici troppo, fai troppo. Mangi troppe schifezze, dormi troppo poco. Lavori troppo e pretendi troppo. C’è sempre un troppo di troppo.

Qualche tempo fa parlavo con un’amica di un’amica che lavora nel mondo delle risorse umane e mi raccontava come noi donne, molto spesso, tendiamo a sminuirci anche ai colloqui di lavoro, scrivendo curriculum striminziti e tralasciando parecchi dettagli sulle nostre esperienze e sulla nostre capacità. Ci sentiamo sempre troppo per qualcuno anche in ambienti in cui valorizzarsi è la chiave per aprire porte su cui spalancare la nostra vita. Mi ha dato molto su cui riflettere.

Mi sono resa conto delle volte in cui ho taciuto proprio per non sembrare troppo. In ambito lavorativo in primis, perchè fare tante cose, avere diverse passioni, mettere in fila numerose esperienze condotte dalla fame del sapere, del voler crescere, dell’ambizione continua, è un altro troppo, di troppo. Perché “Tutte queste cose non le farai mai bene”, “devi focalizzarti su una roba per volta”, “non esagerare o finirai per perdere pezzi”. Ma non solo nel lavoro. In amicizia o comunque nei legami, per paura di essere allontanata e non compresa, ma anche sul lato sentimentale, come se “amare troppo” fosse una condanna e non un sentimento da esprimere con orgoglio ed imbarazzo buono.

Il troppo infastidisce, s’insinua tra i legami delle persone, e anzichè unirle tende inspiegabilmente ad allontanarle. Ma perchè? Perchè tante cose, mille sfaccettature, diventano fastidiosamente troppe e quindi eccessive? Che fanno, si appoggiano al bordo del vaso e sgorgano giù? Lasciando i fiori senz’acqua ed il tavolo bagnato?

Io non me lo spiego questo troppo che è troppo solo agli occhi degli altri, agli occhi di chi non ha la pazienza di capire che proprio questo troppo mi fa sentire piena, ed intensa. È una richiesta sottile, ma fastidiosa, e anche ingiusta: essere meno emotive, meno se stesse per dimostrarsi più maneggevoli agli occhi altrui. No. No e poi no. Non è un eccesso, un qualcosa di addomesticabile solo in una certa misura, è verità. Purezza di un animo giusto e riconoscibile, qualità da custodire.

In un’epoca in cui viene premiata la regolazione, lo stare dentro i margini, la misura socialmente accettabile, io mando a farsi fottere la teoria del “tu sei troppo“. E me ne frego. E tutto questo non significa travolgere gli altri o sovraccaricarli di una responsabilità che non gli appartiene, significa trovare un equilibrio anche sopra le righe che non faccia paura e che possa essere osservato senza pregiudizi.

La verità è che la teoria del “tu sei troppo” è la scusa più comoda per chi non saprà reggere il confronto e scapperà a gambe levate di fronte ad un’intensità che sa solo di libertà. Il nostro troppo è un valore aggiunto che non dobbiamo giustificare, o negoziare o modellare, ma solo rendere più consapevole. Non ci sono motivi validi per ridurci, così come non ci sono motivi validi per impoverire i mondi che abbiamo dentro. Bisogna innaffiarli e vederli fiorire per dare colore e forma ad un’anima perfetta così com’è.

E allora oggi, con 41 candeline sulla torta e appena un anno di secondo tempo sulle spalle, scelgo di non chiedere più scusa per il mio troppo.
Troppo viva, troppo emotiva, troppo affamata di sogni, di storie, di persone, di vita.
Perché forse il problema non è mai stato chi sente troppo.
Forse il problema è un mondo chi si è messo le mani sugli occhi, sulle orecchie e sul cuore, e che ormai sente sempre meno.

Io questo recap 2025 non volevo scriverlo, non sono nel mood giusto per guardarmi alle spalle e capire cosa ha funzionato e cosa no, cosa mi è piaciuto e cosa meno, non sono nel mood per guardare negli occhi ciò che mi ha ferito aggrappandomi al coraggio di lasciar andare, far scorrere…ma ho deciso di fare uno sforzo perché mettere ordine, nel caos, mi aiuta a prendere coscienza. E a respirare. Un po’ come quando non hai nessuna voglia di andare a correre, trovi tutte le scuse possibili, poi finalmente ti convinci e vai, nel bel mezzo dello sforzo ti maledici, ma poi torni a casa e pensi “Meno male che sono andata”.

Così ho preso il telefono e ho scrollato un po’, più che i feed social degli altri, il mio album delle foto in rigoroso ordine cronologico, rendendomi conto, scatto dopo scatto, di quante volte le cose belle ed i momenti sinceri finiscano in un angolo a riempirsi di polvere, a discapito della tristezza e delle giornate di merda, dei periodi complicati e delle cose malriuscite, nell’eterna lotta del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Ecco, perché si dà sempre più importanza a quest’ultimo? Perché non si è mai abbastanza grati per la bellezza e si sprecano imprecazioni di qualunque tipo per ciò che si è rotto e per quello che manca?

E lo chiedo a me stessa più che altro, che su questo sono un pessimo esempio. Sempre a caccia di quello che non è qui, mai contenta di ciò che sono, perfetta sconosciuta, talvolta, delle mie stesse emozioni, con gli occhi fissi sull’altrove perdendo di vista quel presente che se solo lo osservassi con attenzione saprebbe coccolarmi abbastanza da tenere insieme i pezzi, saprebbe dare luce a sorrisi nascosti al sapore di “brava” con tanto di pacca sulla spalla.

Ma torniamo al telefono, all’album delle foto, da gennaio in avanti, altrimenti sto recap 2025 si trasforma nell’ennesimo flusso di coscienza senza capo né coda. Cosa ho fatto quest’anno?

Sono tornata a Bologna.

Ho fatto progetti.

Ho guardato Sanremo.

Ho visto il mio libro nei consigli di Federico Buffa, a Sky.

Ho giocato a calcio.

Ho salvato una vita. Sì, io. Che avevo fatto il corso BLSD da poche settimane. Ho fatto il messaggio cardiaco ad un signore nel bel mezzo di una passeggiata di un sabato pomeriggio di febbraio. E lo so che poi, il signore con il marsupio, poche settimane fa non ce l’ha fatta. Ma gli ho dato una speranza e ne vado estremamente orgogliosa. Rifarei un milione di volte ciò che ho fatto.

Ho partecipato ad una serie di compleanni da cifra tonda.

Ho sorriso.

Ho fatto un tour in Sicilia conoscendo ragazze meravigliose.

Ho fatto qualche follia.

Ho mangiato schifezze.

Ho trovato il bandolo della matassa.

Ho fatto Gag.

Ho sognato in grande.

Ho pianto.

Ho raggiunto la miglior versione di me stessa, a 40 anni.

Ho festeggiato in lungo e in largo, anche al parco avventura 😉

Mi sono sentita amata.

Ho corso sulla mia strada.

Ho abbracciato il calcio dilettanti, che poi dilettanti non è, ancora una volta.

Sono stata criticata.

Sono stata apprezzata.

Ho rallentato.

E poi ho corso di nuovo.

Ho perso tempo.

Ho creduto a me. E ho fatto bene.

Ho cantato a squarciagola.

Ho stravinto il Fantacalcio.

Mi sono sentita sola.

Ho passato serate a casa a fissare il vuoto, a chiedermi perché.

Ho preso un po’ di treni per la Svizzera.

Ho pianto.

Ho comprato dei fiori e li ho regalati al mio supereroe.

Ho intervistato Cristiana Girelli. E mister Soncin. Più volte.

Mi sono commossa.

Ho fatto collegamenti in diretta.

Ho indossato l’azzurro e cantato l’inno d’Italia insieme ad altre 30 mila persone.

Ho fatto un viaggio in bus Gallarate – Ginevra, Ginevra – Gallarate. Da pazzi.

Ho sognato in grande e poi sono crollata, con quel sogno, per quel maledetto minuto ma…”Non sarà quel minuto a definirci”.

Ho conosciuto colleghi splendidi.

Ho vinto un torneo di freccette.

Sono tornata in Basilicata.

Ho giocato a Uno in spiaggia con i miei nipoti.

Ho cominciato la 20esima stagione calcistica.

Sono caduta.

Mi sono rialzata.

Ho ricominciato.

Ho presentato il mio libro, nella mia città.

Ho subito delle ingiustizie.

Ho abbracciato forte Riccardo, Lorenzo, Alice, Aurora. La mia medicina, la mia àncora.

Sono stata ghostata.

Ho visto l’Italvolley femminile diventare campione del mondo.

Ho visto l’Italvolley maschile diventare campione del mondo.

Ho vissuto nuovamente da vicino Trento e il Festival dello Sport, “adrenalina pura”.

Ho amato, incondizionatamente.

Ho visto certezze scivolarmi dalle mani.

Mi sono cibata di sport.

Ho vissuto tre concerti dal vivo uno più spettacolare dell’altro.

Mi sono presa cura di me.

Ho ascoltato.

Ho perdonato.

Ho litigato.

Ho pianto, di nuovo.

Non ho capito.

Ho fatto i conti con cambiamenti non desiderati.

Ho fatto molti sbagli.

Ho preso atto.

Ho apprezzato le piccole cose della vita.

Ho prenotato un viaggio.

Sono affondata.

Galleggio.

E finalmente sto iniziando a capire una cosa: a noi stessi è tutto concesso.

Anche quest’elenco di roba moltiplicato per tre. Anche le peggio cose, anche le ginocchia sbucciate, le decisioni prese a caso, gli errori, gli stessi, persino ripetuti un milione di volte, anche dare seconde possibilità alle persone sbagliate, e poi pentirsene, e poi rifarlo e sperare che qualcosa cambi, anche le occhiaie, i capelli arruffati, le notti in bianco, le lacrime, le urla, la rabbia. Tutto. Perché non siamo la regola, ma l’eccezione, la nostra eccezione.

Caro 2026 non ti chiedo proprio nulla, dentro di me restano intatte poche cose, come la bambina che non smette di sognare, come la donna che sono diventata a 40 anni, insieme all’onestà di potermi alzare al mattino, guardarmi allo specchio e fare i conti con l’una o con l’altra indistintamente, rimanendo sempre e per sempre fedele a me stessa.

Non è che io sia mai stata una grande amante del mio compleanno, e questo, figurati, pesa un po’ di più. Poi un giorno mi sono ricordata di una frase che diceva sempre mio padre: la vita inizia a 40 anni, e da lì è cambiato tutto. 
Mi sono guardata indietro per ripercorrere la pellicola della mia vita ed ho pensato: ma tutto questo quando è successo? 
Quando mi sbucciavo le ginocchia, quando mi nascondevo dietro gli occhiali, quando imparavo ad andare in bici in cortile mentre papy fingeva di tenermi da dietro, quando mi godevo la mia Basilicata in vacanza, quando festeggiavo una Champions in piazza, quando costruivo amicizie, quando il ritrovo era sempre alla biblioteca, quando mi spezzavano il cuore, quando non venivo capita o quando non riuscivo ad esprimermi, quando andavo al complimese all’oratorio, quando sceglievo la scuola superiore convinta che quello fosse solo un passaggio verso tutt’altro, quando ridevo e non riuscivo a smettere di farlo, quando lanciavo in aria una monetina e nell’esatto momento del punto più alto avevo le idee ben chiare su quale faccia volevo uscisse…
…quando mi laureavo, quando ho iniziato a riempire il cv, quando giocavo a calcio, quando cadevo, sbagliavo, mi rialzavo, riprovavo…no davvero, ma quando è successo?
Quando ho iniziato a fare valigie, a selezionare amicizie, a soffrire per le bugie o le mancate risposte, quando sorseggiavo uno spritz al tramonto, quando sentivo il peso delle responsabilità, quando andavo ai matrimoni dei miei amici, quando mi stringevo nella mia famiglia, quando mi sentivo inutile, mai al traguardo, troppo impaziente, quando non smettevo di crederci…non lo so quando sia successo, forse è successo un pezzetto per volta in ognuna di queste volte ma è successo. Ed ora lo accetto.

Ho capito che queste consapevolezze sono un regalo e che tutto ciò che ho fatto, mi ha resa quella che sono. Ammaccata, scapestrata, indomita e orgogliosa, incontentabile ma anche incontenibile, profondamente libera. Oggi se mi guardo indietro so che tante cose le avrei fatta in maniera diversa, forse me le sarei godute di più, forse sarei stata più indulgente e meno esasperante con me stessa, ma so anche che oggi è oggi e ieri era ieri. 

Ecco, se penso alla mia più grande vittoria di questi 40 anni, è non avere rimpianti. Sono qui con un’energia nuova, la cellulite, lo stesso odio per la verdura e milioni di sogni nel cassetto…i sogni, in fondo, mi hanno sempre salvata, anche quando pensavo di non farcela, soprattutto quando pensavo di non farcela. Non tutto è andato come avrei voluto, e nemmeno da oggi in poi tutto andrà come vorrò, non imparerò certo a 40 anni a mettermi il rimmel, ad essere ordinata, ad arrivare puntuale, sarò sempre quella che canta a squarciagola in macchina, che fa tre cose contemporaneamente, che mangia kg di carbonara, che manda vocali di 12 minuti e perde il filo del discorso dopo 30 secondi, ma la cosa bella è che va bene così. 

Ci ho messo 40 anni della mia vita per capire che ho un valore…quanto valgo? Questo ancora non lo so, confido nel secondo tempo della mia partita, che tanto il mio meglio lo do sempre lì, ma sono certa di non essermi mai sentita tanto consapevole. Di me, della mia bellezza, della mia forza, del mio entusiasmo, del mio non accontentarmi mai, dei mei casini, dei miei giorni zero e dei miei giorni uno. Ho attraversato il dolore, l’ho vissuto quando ho perso delle persone care, quando non riuscivo ad alzarmi dal letto, quando mi hanno presa in giro, usata, umiliata, quando hanno finto di amarmi o quando sono spariti senza darmi spiegazioni, quando mi hanno fatta sentire sbagliata o non abbastanza, in ritardo sull’orologio biologico, quando mi hanno giudicata senza sapere, quando faticavo a racimolare i soldi per andare in ferie, quando mi sono rotta una gamba, quando lavoravo gratis, quando ero sempre quella single e per questo quella con il caratteraccio o con le aspettative troppo alte, quando non riuscivo a guardarmi allo specchio, quando dicevo ciò che pensavo, quando avevo una passione troppo da uomo, quando “come si fa a mandare una donna per il big match?”, quando una mia compagna di squadra ha scelto un destino diverso…
…ma più di tutto quando ho capito che non c’era scelta…avrei fatto qualunque cosa pur di tenere mio padre ancora un po’ con me…

E allora eccolo lì il mio valore; farcela sempre, in un modo o nell’altro. Ho capito che attraversare il dolore a pieno è l’unico modo per vivere veramente, e qualche volta anche per rinascere. E sapete un’altra cosa? Che nonostante tutto questo vissuto, io mi sento leggera, così leggera che oso volare. Oggi mi guardo allo specchio e mi prendo tutto ciò che sono, la donna forte e la bambina sensibile che ci ha impiegato 40 anni per amarsi. Ecco, io da qui non torno più indietro.

E allora buon compleanno alla miglior versione di me stessa ❤️

È scattata l’ora dei saldi 2024 e dopo un mese di cene, pranzi, aperitivi e colazioni H24 che manco alla Casa Bianca, il minimo che si possa fare è concedersi una bella seduta di shopping terapeutico. Sì perché poco importa se le vostre maniglie dell’amore si siano trasformate in maniglioni antipanico, e poco importata che giriate con il bottone slacciato dalla terza fetta di pandoro con mascarpone consumata alla cena degli amici dell’asilo che non vedevate, appunto, dall’asilo, nel momento in cui scocca l’ora dei saldi approfittarne è il minimo sindacale per iniziare il 2024 con il piglio giusto.

E così, forte della mia autostima cresciuta negli ultimi 5 giorni grazie all’oroscopo di Simon and Star che senza giri di parole ha buttato lì un “Toro voto 10, è il tuo anno”, non potevo esimermi ed in questo primo venerdì di gennaio mi sono armata di tutto il mio charme per regalarmi pochi, pochissimi, quasi nulli, momenti di gloria.

Saldi 2024, mission impossible?

Saldi 2024, davvero una mission impossible? No, nient’affatto. Scordatevi le code chilometriche, scordatevi il questo o quello, scordatevi il “ma forse mi fa grassa”, ho stilato una super guida che vi farà uscire da quei camerini in tempi record come se stesse andando ad un Matrimonio, possibilmente il vostro…certo senza soldi e senza partner ma questo è un altro discorso.

Ora aggiungete una nota alla lista delle 8.267 già presenti sui vostri smartphone, perché a sto giro si svolta.

Sette consigli per lo shopping perfetto

Consiglio numero 1: il BUONUMORE. Se al mattino vi svegliate con il piede sbagliato, state a casa. Senza buonumore vi sta male tutto.

Consiglio numero 2: UOMO RICCO O CARTA DI CREDITO RICCA. Se siete di buonumore riuscite a vedervi come la più figa del reame che manco Biancaneve e vorrete comprarvi pure il braccialetto da un euro dal venditore ambulante nel parcheggio. Non vedo altre soluzioni.

Consiglio numero 3: NON PARCHEGGIATE A CANICATTÌ. Che poi guarda caso piove, guarda caso i capelli si arricciano, guarda caso gli occhiali si appannano, e guarda caso uscite con 92 mila pacchetti che ora che arrivate alla macchina hanno già fatto il primo lavaggio. Ogni riferimento è puramente casuale.

Consiglio numero 4: NEL DUBBIO, COMPRATE. La tattica ci penso e poi ripasso non funziona. Ai saldi non c’è pietà, vi strappano qualsiasi vestito dalle mani, figuriamoci se lo posate un secondo. Rimetterlo a posto significa perderlo. E anche la tattica made in Mary Seven “lo imbosco in fondo o nella pila sbagliata e ripasso al prossimo stipendio”, non funziona. Sia perché al prossimo stipendio sarete comunque povere, sia perché vi costa un litigio con la commessa, sicuro.

Consiglio numero 5: OCCHIO ALLE PUBBLICITÀ INGANNEVOLI. Se leggete “Saldi 2024” fino al 75%, il 75% vale sempre e solo sull’unica t-shirt che non usereste nemmeno per pulire il pavimento di casa vostra dopo un hangover.

Consiglio numero 6: FATEVI I CONTI PRIMA DI ARRIVARE ALLA CASSA. Innanzitutto perché eviterete figure di merda, e poi perché è un attimo rendersi conto che state andando in banca rotta fraudolenta. E se state andando in banca rotta fraudolenta scappate. Non con i pacchi sottobraccio, ci manca solo quello, scappate e chiudetevi in casa e non uscite più mica che cascate in tentazione.

Consiglio numero 7: VESTITEVI COME SE FOSSERO I SALDI 2024 ESTIVI. Temperatura percepita nei negozi 9 mila gradi. E quando vedrete lo scontrino raddoppierà pure.

Saldi 2024, note aggiuntive di vitale importanza

Ancora un paio di appunti per una giornata perfetta.

Le partenze intelligenti. Scordatevi di presentarvi alle dieci del mattino o alle cinque del pomeriggio. La Salerno – Reggio Calabria pare il percorso vita del Parco di quartiere in confronto mentre voi un amico nemmeno troppo intimo di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre in coda per Gerusalemme con all’orizzonte quel jeans a vita bassa ideale per ogni occasione che, inevitabilmente, non sarà della vostra taglia.

Per chiudere: io lo so che Tezenis, Yamamay, Intimissimi, Calzedonia e chi più ne ha più ne metta, abbiano delle cosine sensazionali, ma il completino intimo per una notte di passione solo se avete in rubrica più di 152.727 numeri di uomini (o donne) perché altrimenti, se non altro per la legge dei grandi numeri, la notte di passione non la vedete manco con il binocolo.

Alla luce di questa mini guida, lo shopping “Belen Scansati” è servito. Perché proprio “Belen Scansati?”. Perché quando dicono che lo shopping sia anche una seduta terapeutica, è vero. Perché entrare in un camerino con una pigna di vestiti da 20 o 200 euro non cambia, siete tutto ciò che va oltre quell’etichetta e quel prezzo. E poi guardatevi allo specchio e ditelo forte che siete belle: con il vestito corto, con la tuta, con gli shorts, con il cappotto, in pigiama, truccate, struccate, come vi pare…basta non avere paura degli specchi per scorgere ciò che siete. Viziatevi un po’, concedetevi una terapeutica seduta di shopping e fatelo con leggerezza, a volte basta poco per sentirsi e vedersi belle. Ma belle quanto? Belle tanto, fino alla “Belen, scansati proprio”.

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Goodbye 2023, lo dico così, tutto d’un fiato e lo guardo negli occhi quest’anno che se ne va senza sensazioni malinconiche o rabbia o rancori, ma con consapevolezze.

Non sono mai stata una grande amante dei parchi giochi, a Gardaland penso di esserci stata appena 2 volte, soffro un po’ di vertigini, l’ansia prende il sopravvento quando devo salire su giostre probanti che mi fanno perdere contatto con la realtà…eppure io sulle montagne russe ci vivo. E questo 2023 me lo ha spesso ricordato.

Un saliscendi di emozioni e sconvolgimenti, dalle risate ai pianti, dai pianti alle risate, dalle decisioni certe alle titubanze, dai “vorrei ma non posso” ai “vaffanculo, mi gioco tutto”. Così eh. Cinque minuti di straordinaria follia, e poi altri cinque o più di insulsa pigrizia. Se mi guardo indietro non so nemmeno da dove partire, dove raccattare i ricordi e le cose belle, come interpretare le lunghe giornate no. Ma c’è tutto, proprio tutto in questo 2023.

Ho avuto paura.
Ho riso a crepapelle.
Ho viaggiato.
Sono rimasta immobile.
Ho avuto il cuore a pezzi ed il cervello in frantumi.
Ho collezionato domande.
Ho chiesto spiegazioni.
Mi sono data risposte.
Ho mangiato schifezze.
Ho cucinato per me.
Ho preso ago e filo e dato un abito alla mia anima.
Ho camminato all’aria aperta.
Ho consumato il divano.
Ho pianto.
Ho pianto ancora.
Ho pianto di nuovo.
Ho capito che piangere, poi, mi fa stare meglio.
Ho osato.
Ho mandato quelle mail.
Ho viaggiato.
Mi sono arrabbiata.
Ho accolto a braccia aperte nuovi progetti.
Mi sono emozionata.
MI sono maledetta e stramaledetta.
Ho fatto un percorso.
Ho odiato (e la odio tuttora) la mia cellulite.
Ho indossato la gonna.
Ho litigato con gli specchi.
Ho amato, incondizionatamente.
Mi sono sentita amata.
Sono stata amata, probabilmente.
Ho sentito, dopo tanto tempo, il mio cuore battere.
Ho fatto i conti, in tutti i sensi in cui si possano fare i conti.
Ho cantato a squarciagola.
Ho presentato un libro.
Ho fatto ridere la gente.
Ho visto il Golden Gala dal vivo.
Ho girato Firenze in bicicletta.
Ho mangiato la carbonara a Roma. (Adoro).
Sono tornata a casa.
Ho giocato ad Uno per ore ed ore.
Riccardo.
Lorenzo.
Alice.
Aurora.❣️​
Ho avuto coraggio.
Sono stata debole.
E poi forte.
Ho aperto la porta.
Ho fatto l’amore.
Ho letto e riletto le conversazioni su whatsapp.
Ho messo la crema solare.
Ho sognato.
MI sono fatta schifo.
Ho detto la verità, sempre.
Ho osservato le nuvole.
Ho fatto la valigia.
Ho visto Roberto Baggio.
Ho contemplato il letto sfatto.
Ho fatto dei gran casini.
Ho amato le cose semplici.
Ho perso tempo.
Sono stata ferita.
Sono stata delusa.
Sono stata usata.
Ho accettato.
Ho messo punti.
Ho perdonato.
Ho scritto una lettera.
Ho respirato.
Ho fatto figure di merda.
Ho provato imbarazzo.
Non ho perdonato.
Ho sbagliato.
Ho sbagliato ancora.
Ho sbagliato di nuovo.
Ho scritto tanto.
Ho dato fiducia.
Ho ascoltato il silenzio.
Sono stata lì, lì nel mezzo.
Ho avuto pazienza.
Ho guardato delle serie tv.
Ho fallito.
Ho tentato.
Ho sorriso.
Ho fatto l’albero di Natale.
Ho fatto pace.

Goodbye 2023

Trecentosessantacinque giorni di montagne russe senza sosta per scoprire, in fondo, che sono sempre più forte di quello che penso, che la mia scelta è quella di non essere normale ma felice e che non sono sbagliata ma…unica.

“Alla faccia di chi aveva calpestato il suo essere per farne un’altra donna. Lei avrebbe deciso di rimanere lei e, come lei, nessuna al mondo”.

“La cosa migliore che possiamo fare quando ci troviamo così vulnerabili in quel processo di rivelazione a noi stessi è offrirci tutta la tenerezza e tutta l’empatia di cui siamo capaci. La nostra più grande salvezza, forse, è essere disposti a metter piede, sia pur per breve tempo, in quelle zone abbandonate in rovina e senza perdono che abbiamo dentro“.

“Sono i tuoi straordinari errori che definiscono chi sei“.

Goodbye 2023 e grazie.
Caro 2024, non ti chiedo proprio nulla, dopo un anno così so per certo di essere pronta a tutto, tu lo sai, però, che in te si nasconde il mio sogno più grande.

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Immaginati alle prese con uno di quei sabati pomeriggio in cui l’inverno fuori dalla finestra è gelido ma dentro al tuo cuore trovi persino ghiaccio e neve. Immaginati alle prese con una tazza di tè caldo che tieni fra le mani per provare a scaldarti un po’, mentre il fumo ti appanna gli occhiali ed il naso si arriccia sentendo il profumo di biscotti caldi.
Immaginati anche girovagare tra un negozio e l’altro, in una seduta di shopping che sa più di terapia che di reale esigenza, ed immagina di provare 200 capi che non donano garbo al vostro look, che vi fanno il culo troppo grosso, che “Cosa lo compro a fare tanto non ho occasione di metterlo” e ancora “Questo è l’unico che potrebbe fare al caso mio ma figurati, costa un botto”; poi però c’è un maglioncino insignificante posto in una pila nell’ultimo scaffale in fondo, dal colore non definito, di una forma semplice e senza particolari vezzi, potrebbe star bene con un jeans classico o un leggings nero asciutto, non spicca, ma in quel momento ti rappresenta, lo indossi ed è così caldo, morbido, apatico ma giusto, giusto per te…

…ecco le canzoni non sono forse un po’ così? Non sono maglioni di lana della misura giusta che si prendono cura dei brividi di freddo? Non sono anche solo la possibilità di vedere navigare le emozioni in una melodia?

Io non riesco a smettere di ascoltare l’Inverno, canzone di Angelica Bovo di X-Factor e scritta da Tananai. L’ho indossata al primo ascolto, è il maglione che stavo cercando. Un testo semplice, una voce sublime, una melodia che in altri giorni assomiglierebbe tanto di più ad un coltello sulle vene e che invece in queste settimane così fredde riesce a tenere bada il tremolio, le mani gelide e persino gli occhi socchiusi. L’inverno è un maglione con il collo alto in cui mi rannicchio fino al naso, è una carezza su un volto stanco, è una mano che mi fa i grattini districando i capelli “capriccio” ed ingarbugliati.

Dare un nome alla follia di chi ha sofferto e non si vendica…

“Vorrei venire lì dove fa freddo ma non nevica“…dove i gradi sono pochi ma non vanno sottozero, dove qualcosa non torna ma in fondo cambiare stanza o addirittura uscire dalla porta di casa significa percorrere una strada nuova e sconosciuta, trafficata o isolata, insolita e senza orizzonte a portata di mano.

“Ho preso a pugni lo specchio”, le ho tentate tutte, questa notte, per far pace con me stessa, per riuscire a scorgere un riflesso che non somigli troppo né alle rughe né ai rimpianti, per asciugare gli occhi e presentarmi lì, al cospetto della mia coscienza, con coraggio ed in pace con me stessa. In una parola, mi sono guardata allo specchio a caccia di conforto e l’ho preteso dall’unica persona che può prendersi davvero cura di me.

“Sai pensavo che potrei fare pure una pazzia, di quelle che non si dimentica, sai pensavo che potrei dare un nome alla follia di chi ha sofferto e non si vendica“…il senso di questo pezzo è racchiuso qui, attraversare il dolore e non cercare vendetta, viverlo fino in fondo in una sofferenza composta e poi trasformarlo in una magia prendendosi tutto il tempo di cui si ha bisogno.

“E scusa mi dimenticavo il bello di quei giorni, mi fa male quando non ci sei…”, i giorni belli non vanno dimenticati, ma accettati. Anche se sono acqua passata, anche se così belli, non torneranno.

“Anche se è tutto diverso io ti aspetto, ti aspetto“. Il punto non è aspettare lui o lei, il punto non è proprio cosa si aspetta. Saper godere dell’attesa che divide un’emozione dall’altra, breve o lunga che possa essere, intensa o leggera, eccolo il punto.. La felicità e le emozioni sono un contatto, sono il panorama che godi da un punto straordinario in cima al Mondo ma che non dura più di una manciata di attimi, in tutto il resto del tempo scorre la vita.

L’Inverno – Angelica Bove

Sto pensando a dove sei
Fossi in me non chiamerei
E poi che ora è in America

Sto pensando a dove sei
Qui c’è sempre quella luna ed è una luna che si dedica

Volo via, vorrei venire lì dove fa freddo
ma non nevica

Anche se
Anche se è tutto diverso
io ti aspetto, ti aspetto
Ho preso a pugni lo specchio
Sto anche meglio, questa notte non ci porta via l’inverno

Sai pensavo che potrei
fare pure una pazzia, di quelle che non si dimentica
Sai che pensavo che potrei dare un nome alla follia
di chi ha sofferto e non si vendica

Volo via, vorrei venire lì dove fa freddo
ma non sembra

Anche se
Anche se è tutto diverso
io ti aspetto, ti aspetto
ho preso a pugni lo specchio
Sto anche meglio, questa notte non ci porta via

E scusa mi dimenticavo il bello di quei giorni
mi fa male quando non ci sei, ti aspetterò pensandoti

Anche se è tutto diverso io ti aspetto
Ti aspetto

Testo by AngoloTesti

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Welcome 2023, benvenuto. Oggi è il 2 gennaio ed un giorno lo abbiamo già messo alle spalle.

Ci ho pensato tanto nelle scorse ore se scrivere il mio consueto un bilancio di fine anno ma la realtà dei fatti è che il mio 2022 è stato così tanto difficile, pesante, sconfinatamente triste, che trovare anche le forze per raccontarlo mi sembrava troppo. Ce l’ho dentro, sì, quello sempre, mi lascia delle consapevolezze enormi su quanto facciano male le sedie vuote e la consapevolezza, che non sempre fa rima baciata con la felicità, è pur sempre una constatazione dei fatti; che poi non sono mancati nemmeno i momenti felici, uno su tutti “I The Jackal” e Juve – inter allo stadio Olimpico, ma per il resto non posso fingere che sia andato come speravo quando non è così.

Al di là dei sacrifici, al di là di qualche no di troppo, al di là delle fregature e dei sentimenti fatti in minuscoli pezzi, per l’ennesima volta, la cosa che più mi fa male se mi guardo indietro è non aver affrontato tutto questo come solo io so fare, o averlo fatto solo in parte. Non è da me.

Ho lasciato troppe volte che la paura, la malinconia, la tristezza prendessero il sopravvento. Sono rimasta immobile troppo a lungo, proprio io che da ferma non sono mai stata a mio agio. Ho sbagliato. Rivivere nella mia mente il tempo sprecato e le tappe di un percorso spinto più dal vento che dalla convinzione era chiedere troppo ad un animo che ha bisogno “solo” di tornare a volare, a respirare, a splendere. E che ha bisogno di riprendere in mano la bussola e seguire le orme dei suoi sogni sparsi un po qua e un po’ là.

E così, più che star qui a raccontare la fine, mi sono detta: voltiamo pagina, scriviamo di un nuovo inizio.

Proprio qualche giorno fa mi è stato chiesto: “Cosa ti auguri per il 2023?” Innanzitutto mi sono resa conta che 2+0+2+3 fa 7, ed ho sorriso, sono buffa lo so. E poi, mentre cercavo il contatto whatsapp del genio della lampada, mi sono data un’unica risposta e mi sono resa conto, ancora una volta, che posso bastare a me stessa: “Mi auguro di tornare ad essere determinata come lo sono sempre stata nella vita. Cocciuta, spaventosamente testarda, e determinata” ho risposto come se in realtà la chiave per il nascondiglio segreto l’avessi sempre avuta appesa al collo.

Non stilerò alcuna lista dei buoni propositi, mi bastano mente e cuore per abbracciare i miei obiettivi ed i miei sogni, l’unica vera medicina sarà non sprecare nemmeno un minuto ed essere qui, fra 365 giorni o poco meno, a tirarmi una pacca sulla spalla sussurrandomi un “Sei stata brava Mary Seven”. Solo a quel punto avrò anche la certezza di aver perso quel brutto vizio di essere brava solo nel mantenere le promesse che faccio agli agli e mai quelle che faccio a me stessa.

E così, caro anno nuovo, questa volta non ti chiedo proprio nulla, anzi, sono io a farti un giuramento: ci rivediamo fra dodici mesi, e mi presenterò all’appello vestita di ciò che sono, qualche passo più avanti, ma come una donna migliore. Promesso? Promesso.

Welcome 2023.

Vi siete mai chiesti quali siano i diritti delle donne forti? Io sì, ci ho pensato a lungo qualche giorno fa, ho stilato una lista e mi sono resa conto che le donne forti non solo hanno gli stessi diritti di tutte le altre donne, ma più di tutto hanno il diritto di essere deboli.

Le donne forti non sono indistruttibili, non hanno una corazza tatuata sulla pelle, non sono delle stronze patentate che non sanno piangere e che se ne fregano di tutto e tutti, è vero non si sbilanciano troppo e non fanno voli pindarici con i sentimenti altrui, tantomeno con i propri, ma sanno comprendere, sanno ascoltare, e non giudicano. Mai.

Le donne forti sono lo scoglio a cui vi appigliate senza chiedere permesso pur di non annegare in un mare in tempesta, loro non si sgretolano facilmente e non cadranno mai davanti ai vostri occhi, ma hanno un vissuto a forma di strada e passi compiuti.

Non confondete la loro leggerezza con superficialità, planano sulle cose dall’alto perché cercano nuovi punti di vista, nutrono la mente di alternative, di scelte, e fremono quando devono dire la loro. Ma poi magari inciampano, sbandano, perdono la rotta e si ritrovano deboli in un mare in tempesta. E chiedono aiuto con gli occhi, senza essere capite. E così annaspano, ma non affondano.

Le donne forti hanno segreti che non raccontano nemmeno a loro stesse, si guardano allo specchio alla ricerca di conferme che faticano a trovare nei volti altrui, si raccontano storie che gli altri non hanno tempo di ascoltare e provano a credere che a quella stessa forza possano aggrapparsi anche loro.

Le donne forti hanno paura. Di fare un passo, di imboccare una strada contromano, di ritrovarsi ad un bivio, di aprire la porta di casa e non sbattere sulla bellezza di un cane che scodinzola e ti corre incontro, o sul profumo di una cena quasi pronta, ma anche di essere troppo stanche per ritirare i panni stesi. Hanno paura ma anche coraggio. E quando si guardano attorno non scorgono vuoti ma spazi, e la stanza non è così deserta e la credenza nasconde in fondo in fondo i biscotti al cioccolato. E allora anche una serata sul divano, con le mani che affondano nelle calorie ed in tv un film strappalacrime, possono avere un enorme senso di rispetto verso loro stesse.

Le donne forti fanno paura perché la gente scambia la loro determinazione per un bene d’uso comune e la loro indipendenza per una fuga dalle cose facili, e allora sembrano complicate in un mondo semplice quando in realtà sono semplici in un mondo complicato e forse proprio per questo restano con i pezzi di puzzle in mano senza riuscire a dare forma al quadro.

Le donne forti sono così forti che brulicano nell’invidia altrui di un mondo troppo codardo per ammettere che per quella forza venderebbero reni e congiungerebbero mani in preghiere folli, ed è così che le fate sentire sbagliate, dando largo alla vostra ipocrisia più che alla vostra lealtà. Se solo sapeste ascoltarvi, tutti quei cassetti che avete nelle vostre menti non conoscerebbero polvere.

E scorre il tempo, nemico giurato delle rughe sul cuore. E si ritrovano al terzo atto di uno spettacolo per cui non hanno pagato il biglietto. Stanno lì, sul palco, col trucco colato, senza copione e le luci in faccia che cercano di domare con le loro stesse mani.

E non ce la faranno a strappare applausi, eppure, nonostante tutto, non sapranno nemmeno arrendersi.

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