Tu sei troppo.
Troppo intraprendente.
Troppo vecchia.
Troppo scarsa.
Troppo scollata.
Troppo libertina.
Troppo preparata.
Troppo sensibile.
Troppo curiosa.
Troppo empatica.
Troppo ambiziosa.
Tu pensi troppo. Dici troppo, fai troppo. Mangi troppe schifezze, dormi troppo poco. Lavori troppo e pretendi troppo. C’è sempre un troppo di troppo.
Qualche tempo fa parlavo con un’amica di un’amica che lavora nel mondo delle risorse umane e mi raccontava come noi donne, molto spesso, tendiamo a sminuirci anche ai colloqui di lavoro, scrivendo curriculum striminziti e tralasciando parecchi dettagli sulle nostre esperienze e sulla nostre capacità. Ci sentiamo sempre troppo per qualcuno anche in ambienti in cui valorizzarsi è la chiave per aprire porte su cui spalancare la nostra vita. Mi ha dato molto su cui riflettere.
Mi sono resa conto delle volte in cui ho taciuto proprio per non sembrare troppo. In ambito lavorativo in primis, perchè fare tante cose, avere diverse passioni, mettere in fila numerose esperienze condotte dalla fame del sapere, del voler crescere, dell’ambizione continua, è un altro troppo, di troppo. Perché “Tutte queste cose non le farai mai bene”, “devi focalizzarti su una roba per volta”, “non esagerare o finirai per perdere pezzi”. Ma non solo nel lavoro. In amicizia o comunque nei legami, per paura di essere allontanata e non compresa, ma anche sul lato sentimentale, come se “amare troppo” fosse una condanna e non un sentimento da esprimere con orgoglio ed imbarazzo buono.
Il troppo infastidisce, s’insinua tra i legami delle persone, e anzichè unirle tende inspiegabilmente ad allontanarle. Ma perchè? Perchè tante cose, mille sfaccettature, diventano fastidiosamente troppe e quindi eccessive? Che fanno, si appoggiano al bordo del vaso e sgorgano giù? Lasciando i fiori senz’acqua ed il tavolo bagnato?
Io non me lo spiego questo troppo che è troppo solo agli occhi degli altri, agli occhi di chi non ha la pazienza di capire che proprio questo troppo mi fa sentire piena, ed intensa. È una richiesta sottile, ma fastidiosa, e anche ingiusta: essere meno emotive, meno se stesse per dimostrarsi più maneggevoli agli occhi altrui. No. No e poi no. Non è un eccesso, un qualcosa di addomesticabile solo in una certa misura, è verità. Purezza di un animo giusto e riconoscibile, qualità da custodire.
In un’epoca in cui viene premiata la regolazione, lo stare dentro i margini, la misura socialmente accettabile, io mando a farsi fottere la teoria del “tu sei troppo“. E me ne frego. E tutto questo non significa travolgere gli altri o sovraccaricarli di una responsabilità che non gli appartiene, significa trovare un equilibrio anche sopra le righe che non faccia paura e che possa essere osservato senza pregiudizi.
La verità è che la teoria del “tu sei troppo” è la scusa più comoda per chi non saprà reggere il confronto e scapperà a gambe levate di fronte ad un’intensità che sa solo di libertà. Il nostro troppo è un valore aggiunto che non dobbiamo giustificare, o negoziare o modellare, ma solo rendere più consapevole. Non ci sono motivi validi per ridurci, così come non ci sono motivi validi per impoverire i mondi che abbiamo dentro. Bisogna innaffiarli e vederli fiorire per dare colore e forma ad un’anima perfetta così com’è.
E allora oggi, con 41 candeline sulla torta e appena un anno di secondo tempo sulle spalle, scelgo di non chiedere più scusa per il mio troppo.
Troppo viva, troppo emotiva, troppo affamata di sogni, di storie, di persone, di vita.
Perché forse il problema non è mai stato chi sente troppo.
Forse il problema è un mondo chi si è messo le mani sugli occhi, sulle orecchie e sul cuore, e che ormai sente sempre meno.



















