Già, è proprio così: settordicimila domande e nessuno che ti chiede più se sei felice.
Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un pezzo sul web che parlava proprio di questo, di richieste, di frasi abitudinarie, di etichette e di superficialità. Null’altro che sconfinasse in qualcosa di più profondo, qualcosa di reale oltre il materiale, o che si avvicinasse vagamente al concetto di felicità.

Ogni giorno viviamo in una società che ci tartassa di domande nelle circostanze più svariate. La quotidianità ci porta ad imbatterci nella consuetudine, nell’ovvietà, nella catalogazione di persone che, più o meno volontariamente, etichettiamo a seconda del lavoro che svolgono o dei loro rapporti sentimentali.

A partire dalla conoscenza di due persone che nasce inevitabilmente con un “Mi chiamo Giulia e tu?” si prosegue con il quiz che conduce a delineare il profilo esatto di una persona. Studio, lavoro, amici, casa, auto, sei sposato, hai figli, dove vai in vacanza, quanto costa la tua borsa, ti piace Ligabue, preferisci questo o quello e bla bla bla…ma nessuno più che osa porti l’unica domanda che conti davvero: sei felice?

L’apoteosi dell’assurdità è che ci divertiamo a creare un archivio mentale su risposte che nemmeno ascoltiamo e su domande di cui non ci prendiamo cura trasformandole, nella maggior parte dei casi, in convenevoli adatti alla circostanza.

E poi eccola qui l’arma letale: la superficialità. Provare a scavare è vietato, approfondire è fuori moda, interessarsi una fatica immonda. Allora restiamo lì nel limbo del “Chiedo ma non troppo” e del “A debita distanza per non incappare in grossi rischi“. Ma passare al Metal detector con in tasca un “Sei felice?” non permette più di salire sull’aereo dell’atterraggio sicuro, quello delle quote basse e dei paesaggi scontati. Se solo ogni volta dopo un “Come stai”, un “Cosa fai di bello” o un “Ti piace il pistacchio” ci aggiungessimo un “sei felice”, ci accorgeremmo che non solo il Metal detector si tratterebbe nell’emissione di qualunque suono, ma che l’aereo di terza classe lascerebbe posto al velivolo con rotta verso l’infinito, quello dei paesaggi inesplorati, delle mete a malapena disegnate nelle nostre menti dei percorsi inesplorati. Ma non è tutto: il “Sei felice” implica impennate di buon umore, implica interesse e genera interessa, implica spunti di riflessione e dà il là a conversazioni più ampie, cestina i convenevoli, vi veste di un abito che fa luce sui sogni pieni di polvere, lustrando ambizioni ed autostima, che non guasta mai.

E così oggi quando vi troverete al bar a bere il caffè, quando vi scambierete favori con un collega, quando vostra madre vi preparerà la cena o il vostro vicino sarà alle prese con il taglio del prato, provate ad avvicinarvi e buttatelo lì un “Sei felice?”, sarà sorpresa, estasiato, incuriosito. Magari vi prenderà anche un “Che cazzo di domande fai” e verrete guardati un po’ straniti ma attendete una risposta. Non giudicatela per nessun motivo al mondo, guardate negli occhi il vostro interlocutore e, con quello sguardo fate un controllo incrociato per vedere se “tutto combacia”. Che tanto di parole possiamo dirne e raccoglierne milioni, la verità è sempre racchiusa lì.

“Tutti quelli che incontri ti chiedono sempre se hai un lavoro, se sei sposato o se possiedi una casa, come se la vita fosse una specie di lista della spesa. Ma nessuno ti chiede mai se sei felice“.
– Heath Ledger

Togli la ragione e lasciami sognare in pace…

Se qualche anno fa mi avessero detto “Parteciperai ad un evento di beneficenza, a tinte bianconere, in un lussuoso hotel vista lago, con la presenza di 180 persone vestite di tutto punto, tra cui il presidente della Juventus Andrea Agnelli, Fabio Paratici, la coach Rita Guarino e una serie di giornalisti di un certo spessore e ne scriverai anche un pezzo”, beh, mi sarei ammazzata dalle risate. Ed invece, stanotte, con l’orologio che segna le 2.07, le poche ore di sonno accumulate nelle ultime settimane, non c’è verso di dormire. L’adrenalina mi fa ancora tremare il cuore e sento le gote sorridere mentre lo sguardo si colora della luca dei sogni, ma non quelli che si fanno ad occhi chiusi, quelli che senti sulla pelle quando è pieno giorno e quando l’orizzonte sembra così vicino da poter essere sfiorato con la mano.
Sono qui a cercare le parole, guardo questa tastiera nella speranza che le frasi giuste prendano forma da sole, mi torturo i boccoli e sento, d’un tratto, le guance calde mentre lacrime incomprese e prigioniere da troppo tempo di una cassaforte dorata senza combinazione, vanno a caccia della loro via di fuga. La bocca prova ad assaporarle mentre le narici si riempiono del profumo di una serata indimenticabile, il profumo di buono, il profumo del vento che spazza via le nubi e che mi fa scorgere il cielo di primavera.
In questa stanza buia cerco i dettagli di una vita che danno senso alla mia follia, una follia che sperpera doni e che, come i bambini nel giorno di Natale, mi osserva curiosa scartarli, con i fiocchi fra le dita e le carte stracciate in giro per casa. Da lì al caos è un attimo perché lo so bene che la lista dei desideri è sempre troppo lunga, ma so anche che ogni qual volta inizi a scriverla, a ridimensionarla, a cambiare l’ordine dell’elenco puntato, diventa la lista di qualcun altro ed io, al mio cuore, non posso più fare questo. Per tutte le pugnalate ricevute, per tutte le volte in cui ho lasciato che venisse messo al tappeto dalla ragione, per tutte le volte in cui è stato frantumato in mille pezzi e per tutte le volte in cui, quei pezzi, non combaciavano mai, ora so che è il suo tempo e che il segreto è lasciarlo volare in alto dove non esistono vertigini che tengano per non sfociare nelle acque dei mari inesplorati.
Come su una barca che sa quale rotta seguire, che sa quanti viaggi deve ancora da affrontare, ho preso il timone e l’ho messo nelle mani del mio cuore, consapevole che non esista posto più sicuro al mondo.

“Libero com’ero stato ieri, ho dei centimetri di cielo sotto i piedi, adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori…sono nuvola e tra poco pioverà, e non c’è niente che mi sposta o vento che mi sposterà…

…Togli la ragione e lasciami sognare in pace”.

 

Un milione di volte è poco: io Rocky Balboa potrei recitarlo a memoria. Tutti e 5. Anzi tutti e 6. Più i due “Creed”.
Una delle immagini più fighe che io abbia in testa di quando ero piccola è questa: divano, lite per i posti (come di consuetudine), io, i miei fratelli, papino, mia madre che lava i piatti e Rocky in tv. E quante volte lo abbiamo imitato: “Io sono Rocky”, “E io sono Drago” “E allora io ti spiezzo in due”.
No va beh, come ve lo spiego?
Penso che anche il videoregistratore fosse stufo di quelle videocassette, usurate, viste e riviste fino allo sfinimento, e quante volte prima di una gara, giusto per darmi la carica, perché come mi dava la carica Rocky…
…adesso mi scappa un sorriso a ripensare a tutto ciò, ma stasera quando ho acceso la tv e mi sono trovata di fronte Rocky 4, il mio preferito (anche il due però non scherza eh?! 😬) mi ha pervasa un velo di malinconia.

Il tempo che è passato da quelle serate pare infinito, la vita che è trascorsa, la testa di quella ragazzina era così leggera e spensierata, oggi ci sono i mattoni a far compagnia al mio cervello, sono cambiate tantissime cose, i sogni li abbiamo ridimensionati quasi tutti, ma la voglia di farcela è rimasta intatta. Anche in periodi come questi, dove bisogna scavare nel profondo per sfiorarla, so che sotto la polvere, le ossa rotte, le speranze disilluse, la più fragile delle autostime, lei è lì, alla ricerca del varco giusto per emergere, paziente, un po’ smarrita ma intatta, presente ed infinita. Ritroverà la strada. Ne sono certa.

ps. Ho scoperto che è la saga, ci vediamo lunedì prossimo per Rocky 5 😉

 

📌”No, forse non vincerò. Forse l’unica cosa che potrò fare sarà quello di rendergli la vita difficile. Ma per battere me, dovrà riuscire ad uccidermi, e per uccidermi dovrà avere il fegato di stare di fronte a me. E per fare questo, dovrà essere pronto a morire anche lui. E io non so se sia disposto a farlo… non lo so“.

📌”Beh, ecco, a dire la verità, sai certe volte un po’ di paura ce l’ho è vero; quando sono sul ring e le prendo, e le braccia mi fanno tanto male che non riesco più ad alzarle. Sì allora penso: “Dio quanto vorrei che mi beccasse sul mento così non sentirei più niente!” Però poi c’è un’altra parte di me che viene fuori e non ha tanta paura… c’è un’altra parte di me che non vuole mollare, che vuol fare un altro round. Perché fare un altro round quando pensi di non farcela, è una cosa che può cambiare tutta la tua vita. Capisci quello che voglio dire?”

📌”Non fa male, non fa male“

Se anche voi come me siete del segno del toro (il più bello di tutti ovviamente), se anche voi come me agli oroscopi non credete ma un orecchio teso verso Paolo Fox al 31.12 di ogni anno non guasta mai, se anche voi come me credete in ogni inizio del mese e nello specifico credete che ogni inizio del mese corrisponda ad un cambiamento radicale della vostra vita, ecco mettetevi comodi e datevi due sberle.

Poi però convocate per un faccia a faccia anche Paolo Fox e tutti i suoi surrogati, e due sberle datele pure a loro. Perché va bene non credere agli oroscopi e a tutte quelle fregnacce, ma se uno insiste e insiste e insiste, è ovvio che dia vita al tarlo nel cervello.

L’anno del toro lo è dal 2000. “Nuovo millennio, nuova vita” dicevano, se miao proprio. Da lì è stato un continuo incremento di sfighe che manco la mia prof di economia politica delle superiori riuscirebbe a rappresentarlo con il suo famoso grafico del Break Even Point (dev’essere nata lì l’espressione “Tenemos Huevos” tra l’altro). Ma anno 2000 a parte, non voglio rimuginare sui ricordi e fare quella rancorosa, voltiamo le diciotto pagine a seguire e parliamo del 2019. Perché anche quest’anno è stato preannunciato come l’anno del toro.

“Occasioni di lavoro e di carriera come se piovessero, la salute di una ragazzina di 13 anni alta e magra, batticuore a non finire con conseguente coda fuori dalla porta, e poi soldi, soldi, soldi della serie Mahmood chi?“. Ma fosse solo questo il problema. Non vorrei snocciolarvi tutti i cavoli miei e ci mancherebbe altro, ma “Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale” è stato con ogni probabilità il preludio all’1% del mio elenco di sventure datate “da qui all’infinito”. E così sia.
Sempre detto io che Tiziano Ferro la sapeva lunga. Che poi “Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale” era troppo poco anche per una come me, che quanto a sfighe non è mica una dilettante da quattro spicci, allora l’elenco lo abbiamo arricchito con computer, hard disk a puttane, influenza tre volte in due mesi, un qualche centinaio di euro in tasse aggiuntive (tanto mi avanzano), la fatturazione elettronica, 2/3 questioni lavorative, le unghie che si rompono, il fantacalcio (e potrei scrivere poemi solo su questo a partire dal famoso rigore di Veretout), per non parlare di whatsapp che non manda i vocali: e se l’uomo della mia vita avesse deciso proprio oggi dopo le 17.30 di dichiararsi? E se il suo vocale fosse ancora in corso di invio e la sua dichiarazione d’amore più dolce si fosse persa nei meandri dell’app? E se per sbaglio, per sbaglio sia chiaro, quella stessa dichiarazione d’amore avesse deciso di scriverlo ed erroneamente, distratto da qualsiasi cosa, l’avesse mandata ad un’altra? Eh? Come la mettiamo? Le attese fanno soffrire la gente caro signor whatsapp, inizia a sentirti in colpa per la mia singletudine.

Comunque non ci pensate nemmeno al “È tutto qui“, perché no, non è tutto qui. Manco nei miei sogni. C’è stato un giorno in cui mi sono chiesta: ci manca solo che si faccia vivo il mio ex ed un paio di idioti appresso a lui, taaaaac. Più gufa io che gli interisti e milanisti ieri sera (e i romanisti e i laziali e i napoletani e i genoani e i fiorentini ed il Castronno, ed il Csi di Bareggio, ed il Greov di Varese, ed il torneo di beneficienza di Lurago Marinone, ma anche quelli della partitella scapoli ammogliati del 2001, solo per citarne alcuni). Ma la ciliegina sulla torta, perché c’è sempre una ciliegina sulla torta, è arrivata martedì.

Vado dal dottore. Premesso che ci andrà tre volte all’anno e che ogni volta faccio la coda con, nell’ordine, un vecchietto over 90 che ci prova, uno che mi chiede di dargli una mano con il cellulare, una signora che punta a rubarmi il posto, quelli che fanno i furbi “Le passo davanti solo per una ricetta, ci metto 5 minuti”, uno straniero a cui mi tocca fare da traduttore simultaneo, ed un paziente a cui rispondo con l’affetto di una mamma accorgendomi solo dopo mezz’ora che non sta parlando con me ma da solo; ecco al netto di tutte queste situazioni habitué, martedì sono stata fortunata perché “meno gente del solito e appena appena un paio di casi umani, niente di più“. Ma era ovvio che la congetture si nascondessero dietro l’angolo.

Entro dal dottore, ogni volta è una seduta dallo psicologo, dove lo psicologo sono io. Non ho capito se ispiro fiducia, chiacchiere o se le mie sembianze da pungiball mi facciano passare per essere il sacco di Rocky 4, fatto sta che questo si sfoga con me. E si sfoga con me perché internet non funziona e si sfoga con me per le mille chiamate che riceve e si sfoga con me per tutti i pazienti che gli fanno domande Marzulliane o che pensano di essere in punto di morte solo perché gli viene prescritto un integratore, senza dimenticare il “Dove l’ho messo, era qui ne sono certo“. Ma passiamo al riconoscimento del paziente ed in questo caso di me medesima. Il suo primo atto è scambiarmi per mio fratello Daniele, il secondo per mio fratello Davide, il terzo è chiedermi se sono certa di non essere uno dei due. Poi finalmente è il mio turno e posso raccontare le mie problematiche. Certo che io sia una rompipalle è risaputo e quindi oltre le problematiche emetto anche la mia sentenza e mentre lui mi guarda esterrefatto e mentre la sua mano è già pronta a prescrivermi un ciclo alla neuro, ad un certo punto taglia corto e mi smentisce con due giri di parole; nella mie mente vedo andare in mille pezzi le 967 pagine internet consultate prima di mettere piede lì. Alla fine dell’incontro emette la sentenza: “Signorina le prescrivo questo, questo e poi questo e mi raccomando assolutamente da evitare il cioccolato e l’alcool“.

Il mondo si ferma. Chiedo di ripetere.

“Niente cioccolato ed alcool, non sarà mica un problema immagino, lei è una golosa? È una che beve?”

Fin da piccola mi hanno insegnato: negare l’evidenza, sempre. Quindi fanculo alla panza, alla cellulite e ai rotoloni (che tra l’altro potrebbe conoscere meglio di chiunque altro), fanculo anche ai brufoli e a tutto il resto. “Io golosa? Ma no, si figuri, qualche sfizio ogni tanto ma sono una che sa trattenersi tranquillamente (pugno allo stomaco). Bere io? Ma va, sono un’atleta ricorda? Uno spritz quando capita…” “Ecco bene, allora non farà fatica a non farlo capitare“.

Pugno allo stomaco, spada conficcata nel cuore e botta in testa della serie Game, Set, Match.

Ci vediamo fra un mese caro Roger Federer, ma ricordati bene che la prossima volta le faccio passare tutte avanti le tue pazienti preferite, persino quelle che ci provano senza ritegno.

E per la seduta sono 50 €. Grazie.

Salgo in auto, in direzione farmacia ovviamente e sento la news che d’un tratto illumina il mio cammino: “A novembre uscirà il nuovo album di Tiziano Ferro e si intitolerà “Si accettano miracoli“”.

Caro Paolo Fox, ora te lo devo proprio dire: fanculo alle tue congiunzioni astrali, Tiziano Ferro is the way.

L’8 marzo festa della donna è: luoghi comuni come se piovessero, il cellulare che si riempie di frasi banali ma sentite, di foto anche squallide ma che valgono un pensiero, le mimose che non sono certo il fiore più elegante, invadono le case, il giallo che predomina. i social dei perbenisti impazzano e le serate nelle disco si sprecano…ma vi siete mai domandati cosa possa esserci dietro tutto questo?

Una madre single che chiede aiuto ad un babysitter per un paio d’ore con le amiche, un avvocato alle prese con la causa che può cambiargli la vita, un chirurgo che ieri o domani sarà pronta per ricucire il cuore di un essere umano, una donna delle pulizie con le braccia stanche, una pallavolista di serie A giudicata “dilettante”, una ragazza a cui viene tolto il respiro ogni volta che il suo ex le scrive, una 15enne alle prese con la prima cotta, una nonnina che ne ha viste tante, un’insensibile a cui hanno calpestato il cuore mille e più volte, una fanciulla di strada a cui vengono misurati i sentimenti in soldoni, una donzella con i capelli corti e per questo omosessuale, o con un colore diverso della pelle e per questo extracomunitaria, una giornalista affermata ma poco credibile o una piena di passione e di sogni…

…che differenza fa? Coraggiose, determinate, sentimentaliste, inguaribili sognatrici, impacciate, con la cellulite ed i capelli arruffati, orgogliose, lunatiche, ironiche, sensibili, testone, buone, semplici, alte 180 cm, alte 160 cm, bionde, moro, con un 4° di reggiseno o una 1°, con la passione per la danza classica e la cucina, con il tacco dodici sempre pronto, o i tacchetti tredici sporchi di fango, timide, spregiudicate, vere, amanti della pizza e dei dolci, vegetariane e freddolose, incapaci nel ricordare “La Teoria della Relatività” ma capaci nel sapere a memoria tutte le canzoni di Vasco Rossi…

…non ha importanza chi voi siate, cosa facciate, quali siano i vostri gusti del gelato preferiti o quanti esami abbiate passato all’università, né con quanti uomini siate state a letto, o quanti vestiti da sera abbiate comprato in attesa dell’occasione speciale, non ha importanza quali siano le vostre scelte, se puntiate di più sulla carriera o se non crediate più nell’altro sesso o se il vostro unico desiderio sia diventare madre, non ha importanza se il vostro viso mostri le prime rughe o se il vostro culo sia ancora così sodo da star bene in ogni pantalone…

…tutto ciò che conta davvero siete voi, SIAMO NOI e il modo esatto in cui vogliamo vivere la nostra vita.
Quando incontrate una donna provate a conoscerla, ed una volta che avrete iniziato a conoscerla, provate ad insegnarle ad amarsi perché per quanto possa farlo da sé non sarà mai abbastanza, solo così avrete l’onore di ammirare il quadro che non ha epoca e di un valore inestimabile, il suo sorriso. Poi armatevi di un briciolo di coraggio e amatela voi cosicché quel quadro possa essere solo vostro.

 

Auguri a tutte le donne e a tutti coloro che hanno finalmente imparato ad amarle.

 

 

 

 

 

 

 

Le parole talvolta non servono, alleviano un po’ il dolore, soffiano sulla ferite, proiettano momentaneamente in altre dimensioni, ma non servono a cambiare le cose, a dare nuove speranze e nemmeno a voltare pagina. Il dolore fa parte del percorso, bisogna saperci convivere, bisogna riuscire ad inglobarlo in un angolo di se stessi e bisogna trovare il coraggio, la forza di ripartire, in un modo o nell’altro.
Lo sgomento di un anno fa lo ricordo bene ed è quasi lo stesso di adesso quando mi imbatto in una missiva che è una carezza sull’anima, non trovo altro modo per definire il coraggio e la purezza di un padre ed una madre che riescono ancora a sentire il battito del proprio cuore e che riescono ancora a respirare nonostante la rabbia per quella stessa vita, tanto amata, e tremendamente crudele.
Un anno fa se ne è andato Davide Astori ed io non voglio dire niente se non invitarvi a leggere le parole di una madre ed un padre che stanno compiendo un vero miracolo, ovvero andare avanti affidandosi ancora e nonostante tutto al sentimento più profondo: l’amore.

“Un anno senza Davide non si può raccontare. Non esistono le parole, ma forse neanche servono, perché in fondo quello appena passato è stato un anno CON Davide, in un modo diverso e che non avremmo mai voluto scoprire, ma comunque insieme a nostro FIGLIO.

Ecco, INSIEME è la parola che vorremmo pronunciare più forte, ma non possiamo. La nostra voce oggi non è più quella che Davide ha sentito sin da bambino e forse adesso farebbe fatica a riconoscerla, perché il dolore l’ha cambiata per sempre.

Per questo non riusciamo a leggere questa lettera e affidiamo a voi i nostri sentimenti, così come tanti amici hanno fatto in questi giorni in cui il ricordo si è fatto inevitabilmente più intenso.

Per noi Davide NON È UN RICORDO che si attenua o si riaccende a seconda delle circostanze, semplicemente perché Davide non è un ricordo: Davide è una PRESENZA.

Davide è vicino a noi ogni istante. Lo vediamo nella nostra splendida nipotina Vittoria, un piccolo miracolo che ci fa trovare il coraggio di lottare contro la tristezza ogni giorno. Lo rintracciamo nelle parole di molte persone, anche sconosciute talvolta, che hanno il bisogno di testimoniarci quanto Davide sia per loro un riferimento, un esempio, a volte uno stimolo per affrontare i momenti più duri. E poi lo ritroviamo nei racconti di chi lo ha conosciuto, degli amici che hanno condiviso con lui gli attimi più felici della sua vita, racconti che ci fanno sentire ancora il suono contagioso della sua risata o quello più profondo della sua saggezza, a volte troppa per un ragazzo così giovane.

Tanti in questi mesi ci hanno detto che il nostro Davide era speciale, dotato di una GENTILEZZA rara, spesso disarmante. Ed è vero. Davide non doveva sforzarsi per esserlo, è sempre stato così, sin da bambino: naturalmente, istintivamente, gentile. Ma guai a scambiarla per debolezza o remissione: era la sua FORZA. Davide era fortissimo, era la roccia a cui aggrapparci. Per questo noi oggi cerchiamo di essere forti come lui, ma soprattutto come lui ci vorrebbe. È la nostra SFIDA quotidiana, durissima, ma ci proviamo. Grazie a Davide, che ci ha lasciato l’eredita più preziosa che si possa desiderare: un amore infinito. Quello della gente per lui, quello di Davide per la gente, ma soprattutto quello di Davide per la vita.

Continuate a ricordarlo e non stancatevi di raccontarlo. Rivederlo sorridere in una foto, osservarlo correre nelle immagini, sentirlo nei vostri aneddoti non ci fa soffrire: per noi è come RIABBRACCIARLO ogni volta“.

 

Io lo so cosa state pensando: la mary seven in versione stilosa, romantica, tutta occhi a cuore e baci perugina? E intanto avete pure la bocca spalancate e le mani sulle guanciotte in versione emoticon da whatsapp…
A volte riesco a sorprendervi e sorprendermi. Sarà che siamo quasi in “quei giorni lì”, sarà il cucchiaio di Nutella di ieri sera ancora in circolo, sarà che sempre ieri sera mi sono imbattuta per puro caso nell’Isola dei Famosi e in Stefano Bettarini: “Domani è San Valentino auguri alla mia Nicoletta, ti amo” e ho vomitato la cena ma, eccomi qua a dire la mia sul giorno degli innamorati.
A prescindere dal fatto che il consumismo voli più in alto degli acuti di Adele, mi sono posta una sola domanda e mi sono chiesta: ma davvero c’è bisogno di un giorno ben preciso per dichiarare il proprio amore?
Prima di rispondere ho snocciolato nella mia testa l’elenco di frasi d’amore e dichiarazioni strappalacrime da film in cui le favole sono all’ordine del giorno e poi ho rapportato tutto alla vita reale con un algoritmo che Mark Zuckerberg sarebbe orgoglioso di me.
Poi però ho preso in mano il concetto d’amore che probabilmente avevo scritto sul mio diario col lucchetto delle medie e mi sono lasciata andare al profumo inebriante di una sensazione che in fondo è nel cuore di tutti noi.
Il segreto è allargare gli orizzonti e non focalizzarsi su un mazzo di rose rosse, su un messaggio che non arriverà mai, su quell’abito da sera comprato ed indossato per sfilate lunghe dalla camera alla cucina e mai per l’occasione da sogno, il segreto è rendersi conto che l’amore ha mille sfaccettature è che sa travolgerci come nient’altro al mondo. L’amore per un partner è una cosa meravigliosa, ma l’amore per una madre, l’amore per un fratello, l’amore per il compagno di banco che ha condiviso con noi anni di ansie e di “non ho studiato un cazzo, mi suggerisci?”, l’amore per un amico che trova sempre la frase giusta per strapparti un sorriso, l’amore per un cane che scodinzola già da quando sente il rumore della tua auto entrare in cortile, l’amore per una passione, per uno sport, l’amore per il proprio lavoro, l’amore per due nipoti che sono luce per i tuoi occhi, l’amore per una passeggiata al chiaro di luna o nel mezzo di un pomeriggio qualunque, l’amore per un libro che ci ha cambiato la vita, l’amore per una scelta che ci ha trasformato la vita, l’amore per una vaschetta di gelato che ci farà vedere più grasse un secondo dopo averla deliziata, ma più leggere nell’animo nello stesso istante in cui il nostro gusto preferito si scioglierà in bocca ed i pensieri svaniranno, l’amore per un posto che sarà sempre il tuo posto o “il vostro posto”, l’amore per una canzone che saprà descrivere in maniera quasi perfetta uno scorcio di vita, l’amore per una foto che raccoglie ricordi lontani fatti di sorrisi gentili, l’amore per quel cuscino, stretto fra le mani, che profuma di buono, l’amore per quello sguardo che ti toglie il respiro e che allo stesso tempo sa donarti ossigeno, l’amore per un progetto che sa esprimere il massimo della creatività o per un sogno che sa aspettare pazientemente il suo turno senza sgretolarsi, l’amore per quella pacca sulla spalla e per quel “non fa niente”…tutto questo e molto altro hanno forse meno valore?
L’amore è una legge universale da cui non si scappa e che merita attenzione e rispetto, è il tatuaggio che avete sulla vostra anima che vi è stato donato prima del via e vi accompagnerà per tutto il viaggio, è un segno distintivo di cui vorrete anche liberarvi in certi momenti ma che porrà l’accento su ogni sussulto della vostra vita, dandovi sempre la possibilità di vedere le cose da un altro punto di vista, come una finestra sul mondo apribile solo con la vostra impronta digitale o con il vostro sorriso, a libera scelta.
E allora torniamo alla domanda perché se la domanda è: davvero c’è bisogno di un giorno ben preciso per dichiarare il proprio amore? La risposta è sì, ed è sì perché talvolta il coraggio si deposita in soffitta e non trova la forza per scendere le scale, fin quando una folata di vento spalanca ogni spiraglio e lo fa uscire anche dal più piccolo degli oblò. San Valentino è proprio quella folata di vento, quell’arietta che vi scuote dal torpore di un inverno gelido, quell’arietta che smuove i panni al sole, che ha la forza di prendere il coraggio a due mani e di trascinarlo nel più remoto angolo di mondo, talvolta a forma di un paio d’occhi neri e di un sorriso così disarmante da liquefare pure la muraglia cinese. Si ama ogni giorno, si amano un miliardo di cose al giorno, ma il fuggi fuggi generale ed i pensieri che si accavallano, ridimensionano anche il nostro cuore e ci fanno credere che non sappia più battere ma solo tenere un ritmo costante che vale a malapena per sopravvivere.
Investite cinque euro in una rosa rossa, uscite mezz’ora prima dal lavoro e cimentatevi in una cenetta di un paio di portate, passate dal supermercato e ricordatevi quali sono i suoi cioccolatini preferiti, od il barattolo di nutella nel caso in cui voleste esagerare, smanettate sul web e cercate quella che secondo voi è la più bella poesia d’amore, stampatela e fategliela trovare sul cuscino, “rapitevi” anche solo per uno spritz di mezz’ora o per una pausa pranzo dove il menù “tutto compreso a 10 €” pare la cena stellata nel più prelibato ristorante Michelin del mondo solo perché di fronte a voi c’è la sensualità di un uomo che vi fa impazzire per come vi versa un bicchiere di vino o di una donna che non rinuncia al dolce. Indossate il paracadute e lasciatevi trasportare dal vento fin dove i vostri respiri saranno troppo intensi per disunirsi e le vostre labbra l’unico panorama visibile dai vostri occhi…
…e se anche la notte passata il vostro letto vi è sembrato troppo vuoto, non dimenticatevi di dichiararvi, potreste scoprire che quella persona non aspettava altro, non aspettava che voi, e se invece quella dichiarazione così attesa non dovesse mai arrivare, allora amatevi voi che gli altri hanno da fare.

Buon San Valentino (non lo dicevo dall’89 😂)

ps. devo aver esagerato con la Nutella 🙈
pps. ogni riferimento non è puramente casuale 💙

Non avrei mai pensato di poter esultare con un Criiiiiiiistianoooooooo Rrrrronaldooooo e di veder combaciare le mie urla con affascinanti immagini in bianco&nero eppure da quella conferenza che mi fece capire “È tutto vero” sono trascorsi mesi di indizi ormai pronti a tramutarsi in prove. E la prova che tutto possa finalmente andare come da tempo speriamo, sei proprio tu Cristiano Ronaldo.

L’amarezza per un pareggio e per un’uscita di scena inaspettata, la fame di gol e la voglia di caricarti sulle spalle un intero popolo che non aspetta che te, la lucidità nelle analisi, l’eleganza dei tuoi gesti, il tuo marchio di fabbrica prima, durante e dopo un gol, l’esserti cucito addosso una casacca da sempre meravigliosa ma da qualche mese ancor più pezzo pregiato di un mondo che conosce la straordinarietà della tua presenza, gli obiettivi tuoi che sono di tutti, ed un amore, un affetto che probabilmente solo nei nostri più bei sogni pensavamo di poterci scambiare così, irrefrenabilmente ed incondizionatamente.

Ed oggi tu che sei l’uomo dei record per eccellenza, prendi un numero e lo aggiungi alla tua età a testimonianza di un tempo che passa e che non ha padroni se non se stesso, un tempo che però sa prendersi tutto e restituirti altrettanto se rispettarlo, accettarlo e maneggiarlo con cura rientrano ogni anno nella lista dei tuoi buoni propositi…

…ed il tempo vale molto CR7 e questo ce lo insegni proprio tu che a volte in un millesimo di secondo sai trasformare la speranza in realtà e sai volare alto osservando tutto da un’altra prospettiva, da una finestra che forse fino a qualche mese fa era sempre stata chiusa, trascinando in cima quegli abili sognatori che quella vetta, fino ad oggi, l’hanno solo sfiorata.

E allora buon compleanno a te che hai scelto di affacciarti sul nostro mondo e di condividerlo…buon compleanno Cristiano Ronaldo o più semplicemente CR7 e perdona il nostro egoismo se mai come stavolta speriamo che il regalo sia tu a farlo a noi, perché insieme abbiamo nuvole e stelle da oltrepassare ed uno spettacolo da goderci. E per sdebitarci non temere, sapremo farlo al momento giusto…in fondo se ti dico standing ovation ti sovviene qualcosa?

Ho preso in mano la lista dei buoni propositi del 2018 e non ho fatto altro che arrabbiarmi con me stessa. Ho chiuso gli occhi nella speranza di riaprirli e non trovarmi di fronte a quei 53 punti di cui meno della metà si è trasformata in cosa fatta. E le colpe, al di là di un destino che non sempre è di luna buona, sono soltanto mie. Perché se alcuni limiti oggettivi faticano a dare tregua, altri hanno la flessibilità giusta per essere deformati a tal punto da assorbire le sembianze di un sorriso che basterebbe per vedere tutto da un’altra prospettiva dando alle cose una luce nuova, filtrandole come un post su instagram che in realtà è solo un appuntamento con la propria memoria per fissare lì, in quell’angolino di anima, un ricordo che vale come punto di partenza.

Poi ho richiuso gli occhi ed ho provato a rendermi conto della vita che mi è passata addosso. 
Ho respirato ed analizzato tutto ciò che mi venisse alla mente dandomi le colpe che merito e le lodi che merito. Perché deve essere così, perché è giusto così.
Ho fatto diversi sbagli quest’anno.

Ho sbagliato quando non mi sono concessa un taglio di capelli in più, un tacco dodici in più, un libro in più, una giornata in più, solo per me, ho sbagliato quando non ho saputo valorizzare a puntino il mio lavoro, per la paura di non essere all’altezza.
Ho sbagliato quando non ho detto sì a quell’amica, o presunta tale, che in realtà aveva bisogno di un sì qualunque e non del mio, ed ho sbagliato perché avrei dovuto dimostrarle che in realtà non perdo l’equilibrio salendo le scale e lasciandola alle mie spalle, né “lei” né chiunque altro.
Ho sbagliato quando ho lasciato quel progetto a metà, prometto che lo rispolvererò.
Ho sbagliato quando non me ne sono fregata abbastanza dei giudizi altrui, ma siamo sulla strada giusta, almeno io, perché voi, beh voi siete dei poverini.
Ho sbagliato tutte le volte che non mi sono vista bella, né carina, né accettabile, né adeguata, in pratica sempre. Questa è una ferita aperta ed una lotta continua che non mi dà tregua.
Ho sbagliato perché non ho avuto abbastanza coraggio e forse questa è una delle cose che mi rimprovero maggiormente e che mi fa più male.
Ho sbagliato perché avrei potuto dire qualche grazie in più e qualche scusa in più, ah l’orgoglio, e forse avrei anche potuto concedere qualche abbraccio in più e qualche bacio in più, ma ho il cuore di pietra.
Ho sbagliato perché sono ancora troppo sensibile e questo proprio perché ho il cuore di pietra.
Ho sbagliato quando non mi sono innamorata di me stessa quelle sere in cui ho indossato il mio “vestito migliore” nella speranza che tu potessi guardare me, oltre l’intimo di pizzo intendo, guardarmi per spogliarmi di ogni mio dubbio ed insicurezza ed apprezzarmi non solo per quello che sono ma per quello che saremmo. Perché se fai qualcosa che è puramente interpretabile ecco, non puoi pretendere che dall’altra parte ci sia qualcuno che interpreti tutto esattamente come lo interpreti tu e non è nemmeno questione di illudere, è questione di non chiedere, di stare a debita distanza solo per non sapere, per la paura di un sì che scombussolerebbe la tua vita ordinaria e arida di sussulti, o di un no che al contempo ti darebbe lo stesso scricchiolio al cuore e la stessa forza per prendere una decisione che saprebbe portarti oltre, là dove i tuoi occhi non osano e la tua anima cerca ossigeno. Ma ad un certo punto, punto giusto? Punto e a capo, e così sia. È ancora non so perché il destino mi sbatta in faccia segnali al led tutte le volte in cui io dica stop, tutte le volte in cui io dica “Questa è l’ultima”, ma spero che il 2019 sia più clemente perché tutti questi segnali portano verso strade che percorse da sola sono buie, desolate, insignificanti e non arrivano mai a destinazione, mentre io ho bisogno di arrivare lontano. Da sola evidentemente, ma lontano, dove io so.

Chiudo gli occhi di nuovo e mi trema il cuore.
Mi balzano in testa le immagini di un’estate vissuta a mille, le immagini di un torneo che mi ha vista rinascere, le immagini dei concerti che mi hanno cullato e degli amici, quelli veri, che ci sono sempre stati. Le immagini di Milano di giorno e di Milano di notte (adoro), le immagini degli spritz condivisi e pregustati, le immagini di tutte le mie corse, dei miei sacrifici, l’immagine di mia madre che mi vede stanca ma felice, le immagini di una videocamera e di un microfono, le immagini di tutte le scommesse vinte talvolta con qualche mano d’azzardo. Mi trema il cuore quando penso a Berlino, a quanto ho voluto quell’esperienza, a quanto l’ho costruita tassello dopo tassello, a quanto mi sono sentita figa (per una volta) in quell’Olimpia Stadium da brividi, mi trema il cuore quando penso che io e le mie pesti siamo ancora insieme su un percorso così complicato ma così voluto e mi trema il cuore perché mi amano incondizionatamente e perché stiamo costruendo insieme qualcosa di unico che non avrà mai eguali nella vita.
Mi trema il cuore per quel sì che nella mia testa è frullato per giorni, pronunciato in maniera titubante, sussurrato quanto basta per salire su una nave rossoblù comandata da pulcini che sanno dove condurla. Ho trovato un altro posto che sa di casa.
Mi trema il cuore tutte le volte che penso alle mie notti insonni, fra pensieri e pezzi che riescono a trovare forma solo nel buio, fra un lavoro che mi succhia pure il midollo ma che è anche la più magica delle pozioni che vale scorci di felicità.
Mi trema il cuore per ogni immagine di un rettangolo verde che no, non ce la faccio, sono fatta così, sono matta così. Ogni minuto di quei novanta minuti ha le stesse emozioni della prima volta, ha le stesse emozioni dell’ultima volta e quella passione che se tradotta in litri traboccherebbe pure dalle damigiane di un paradiso di vino, resta sempre il mio orgoglio più grande. Dio benedica mia nonna o chiunque me l’abbia trasmessa perché è il più bel difetto di fabbrica che io abbia.
Poi mi balzano alla testa le immagini di uno specchio a forma di maryseven.it, uno specchio da maneggiare con cura ma che non incute più timore: riuscire ad aprirsi, a confrontarsi, a raccontarsi è un processo lento e faticoso, ma io so che sono nata per domarla quella fatica.
E poi ancora ci sono le immagini di te che mi chiami zia per la prima volta ed io che mi sciolgo, le nostre mani che si intrecciano, i tuoi giochi, i tuoi occhietti furbi, le canzoni che dondolano te, alle prese con la nanna, me, alle prese con l’amore che non conoscevo. E come se non bastasse, voilà: tutto elevato al quadrato, perché la vita mi ha dato due opportunità per rinascere e quelle opportunità siete voi, voi che siete tutto l’amore del mondo ed io che per una volta riesco a sentirmi amata come non mai. Riky del mio cuore, Lorenzino del mio cuore, per sempre.

E così tracciamo la linea, voltiamo pagina come si suol dire.
Alla luce di tutto questo non faccio altro che rendermi conto di ciò che sono: un casino vivente. Scombussolata, strampalata, ironica, pazza, orgogliosa, disordinata, insicura ma allo stesso tempo decisa, ammaccata, ferita, delusa, semplice, onesta, ma con una forza incredibile. Mi crogiolo in questo e vado avanti. A testa alta e con il mio sorriso.
Vera più che mai, pura, uragano fra la tempesta.
Ho ancora tanta troppa voglia di scalare le montagne.
Non soffro più di vertigini.
Fammi volare 2019.

“Un passo indietro ma solo per prendere le rincorsa“.

“Doing what you like is freedom, loving what you do is happiness”.