Ed anche quest’anno è giunto il momento.

Il momento del punto e a capo, lo dico subito per evitare equivoci, per non creare patemi, perchè non riesco a non ripetermelo ogni giorno, convinta che fra tutti i miei casini, uno dei casini più belli siate voi.
E’ stato un anno duro, e lo sappiamo benissimo. Un inizio fra mille difficoltà, un numero troppo grande da gestire, età diverse, esigenze diverse, la prima volta su un campo grande e con i “grandi”, un milione di muri dinanzi a noi, ma è bastata quell’incredibile voglia di stare insieme per buttarli giù, uno ad uno, per lasciare che ogni dubbio, ogni perplessità, le mie in primis, svanissero in un batter di ciglia.
Avevo tanta paura, ora posso dirlo, ve lo confesso, avevo paura di non riuscire a seguirvi come avrei dovuto e potuto, paura di un azzardo troppo grande, paura di non saper trovare le parole ed i modi per spiegarvi che lottare insieme per una causa così enorme, ci avrebbe potuto fare male, tanto male, scalfirci, fino a scioglierci, a rinunciare, a non credere.
Ma giorno dopo giorno mi sono resa conto che ancora una volta avete stravolto tutto, TUTTO. Avete stravolto il concetto di insieme, gli avete dato un nuovo significato, così pieno, così vivo, così NOSTRO. Ed io vi amo per questo, senza se e senza ma.
E’ passato un intero anno da quando “Mister ma questo campo nuovo è bellissimo“, che poi bellissimo, forse  non era, ma era bellissimo per i vostri occhi curiosi e le vostre menti sognanti. Bellissimo sul serio, ve lo garantisco, lo è diventato quando ci avete messo piede per la prima volta, dimostrandomi che chissene frega dei centimetri che ci mancavano, dell’inesperienza, dei limiti, dello stop che non viene tanto o non viene al momento giusto, c’era tempo per ogni cosa, mentre era già il tempo di metterci il cuore. Tutto e senza indugi. Da lì è stato un crescendo: il vostro cuore ha sbattuto forte sui tiri a giro e i cambi di gioco, sulle ripartenze fulminee, sui calci di punizione imprendibili e sui tiri dalla distanza, il vostro cuore ha compensato ingenuità ed inesperienza, e non ha mai e dico mai indietreggiato un attimo, ha traballato forse, ma è sempre stato lì; calpestato, a volte preso a botte senza sconti, ha subito lezioni di calcio e qualche gol di troppo, ma mai ha pensato di cedere o regredire. Ha continuato a battere, si è stretto in un abbraccio di cui sento ancora i brividi sulla pelle, (la nostra prima vittoria, che meraviglia), ha risposto colpo su colpo e piano piano si è fatto largo in quell’eco di rumori. Ed è arrivato il gioco, e i gol di rapina e quelli da fuori area, e l’ingenuità è venuta meno, e poi vai a vincere in casa della seconda della classe, e scali posizioni in classifica, piovono sorrisi, certezze, complimenti “Raccoglierete i frutti, vedrai, siete già tanto forti così“, e ti tuffi nei tornei con un entusiasmo invidiabile e ne esci, però, con le ossa rotte accerchiato dalla sfortuna, ma mai a testa bassa, perché anche quando qualche lacrimuccia vi ha mostrato nelle vostre fragilità, non vi ha mai dismesso i panni di eroi, i miei eroi.
Si conclude un anno di fatiche immense, un anno in cui non abbiamo fatto a meno, però, di scambiarci promesse ed emozioni, lacrime e sorrisi, vittorie e sconfitte, rimproveri e pacche sulla spalla, un anno in cui non ci siamo persi, ma ritrovati, sempre più vicini, sempre più NOI perché “Noi siamo noi e nessuno è come noi”, ve lo ripeterò sempre.
E allora io me lo tengo stretto questo NOI, un noi fatto di famiglie speciali, di allenatori incredibili senza i quali sarei persa (grazie Ste, grazie Chiara), fatto di una società che sa fidarsi, fatto di voi così pesti ma ancor di più così pesti del mio cuore.
Grazie per i vostri occhioni, per le ore spensierate, per la volontà, per l’impegno, per quel crederci sempre, grazie per quei sorrisi che sono ossigeno puro, grazie perché quando tutto è un casino, sapete rimettere a posto ogni cosa ed accendere la luce nel buio più profondo, grazie per l’energia, per la grinta, per l’esempio che  mi date e che siete, grazie perché quell’immagine di voi che correte ad abbracciare il compagno che sbaglia un rigore decisivo dovrebbe essere patrimonio dell’umanità e rimarrà a lungo impressa nella mia memoria, grazie perché se mi sono ritrovata e riscoperta dentro e fuori dal campo lo devo tanto anche a voi.
Non posso farvi altre promesse se non quella di dirvi che sarò ancora pronta a tutto, più di prima, per arrivare dove noi sogniamo di arrivare e dove so che insieme arriveremo.
Non proverò mai un’emozione uguale a quando mi dite: “Ti prego mister, vero che ci alleni anche l’anno prossimo?” sentendomi la più importante del mondo, e se fino ad oggi non vi ho mai risposto, ed ho divagato, prendendovi anche un po’ in giro, tutto ciò che posso dirvi è: “Vi prego, datemi ancora questo privilegio…“.

 

Lo so, non è una canzone nuova, ce la trasciniamo dietro da qualche mese, eppure più la ascolto più la sento la colonna sonora perfetta di una vita imperfetta, la ninna nanna più dolce quando spengo la luce e faccio pace col mondo provando a credere che domani sarà un’altra battaglia dalla quale, però, ne uscirò vincitrice e più forte.

Amo perdermi in queste parole…buonanotte così!

 

Ho perso tempo per guardarmi dentro e-
ho sistemato qualche mia abitudine
ma poi la sera arrivava ed io
mi chiedevo dov’è il senso
se c’è un senso a tutto questo

Ho perso tempo per guardarti dentro e-
ti ho dedicato il cuore tra le pagine
ma poi la sera arrivava ed io
mi chiedevo dov’è il senso
se c’è un senso a tutto questo

Senti
non c’è bisogno di parlare
dalla serranda scende il sole
e noi ci siamo accontentati

Ma ci sarà
il ballo delle incertezze
ci sarà
un posto in cui perdo tutto
che per stare in pace con te stesso e col mondo
devi avere sognato
almeno per un secondo

E ci sarà
tra la gente che aspetta
chiunque ha
rischiato tutto ed ha perso
che per stare in pace con te stesso e col resto
puoi provare a volare
lasciando a terra te stesso

Ho camminato in equilibrio su di me
mischiando il tuo sorriso alle tue lacrime
ma la coscienza non si spegne ed io
mi chiedevo dov’è il senso
se c’è un senso a tutto questo e-

Ho respirato sui tuoi battiti lenti e-
adesso vivi, sì ma dentro un’immagine
ricordo c’era il vento ed io
mi chiedevo dov’è il senso
se c’è un senso a tutto questo

E ci sarà
il ballo delle incertezze
ci sarà
un posto in cui perdo tutto
che per stare in pace con te stesso e col mondo
devi avere sognato
almeno per un secondo

E ci sarà
tra la gente che aspetta
chiunque ha
rischiato tutto ed ha perso
che per stare in pace con te stesso e col resto
puoi provare a volare
lasciando a terra te stesso

So di momenti
quelli persi a dare un senso forse
mi chiedi perché fragile
sono diverso forse
ero un bambino
e stavo in cortile
respiravo piano
ho sempre rinchiuso
vita e sogni
nel palmo della mano

Sono presente
ancora oggi
nel ballo delle incertezze
dove ti siedi
e più sei poco e più ti senti grande
incontro me stesso
e poi gli chiedo se vuole ballare
ferma la musica
che il silenzio adesso sa parlare

E ci sarà
il ballo delle incertezze
ci sarà
un posto in cui perdo tutto
che per stare in pace con te stesso e col mondo
devi avere sognato
almeno per un secondo

E ci sarà
tra la gente che aspetta
chiunque ha
rischiato tutto ed ha perso
che per stare in pace con te stesso e col resto
puoi provare a volare
lasciando a terra te stesso

 

Non dimenticatevi di scovare, di scavare, di crederci, non dimenticatevi di avere pazienza, con voi stessi che siete il meglio del meglio, datevi del tempo, prendetevi del tempo, tutto quello di cui avete bisogno, non importa che sia un’ora, un giorno, un anno o quattro, quattro maledettissimi anni. Non importa se le macerie stanno sotto tutto, rimboccatevi le maniche, a mani nude, scavate, scavate, scavate, togliete ogni sasso, e quando li avrete tolti tutti non abbiate paura se davanti ai vostri occhi si presenterà l’unico spettacolo che non vogliate vedere, non importa se non ci sarà un campo, non importa se ci saranno mille pezzi da ricomporre per ridare un senso ad ogni cosa, non importa se cercherete consensi attorno e non troverete nessuno, non importa se vi faranno sentire come le ribelli del gruppo, come le stronze delle stronze, come quelle tutte sbagliate, come quelle che non hanno filtri e dicono sempre ciò che pensano, fosse un male poi, perché ad un certo punto…ad un certo punto il cuore e la mente concilieranno e niente, sarà bellissimo come non lo è mai stato. I dolori verranno meno, finiranno in un angolo, la schiena ti darà tregua e gli anni che passano avranno un peso specifico che non sarà più un’oppressione, sarà un lento scorrere delle cose che cambiano, mutano, si trasformano, si evolvono, per riapparire in una nuova veste. Quel senso di smarrimento su quel tanto amato rettangolo verde svanirà, la paura di essere giudicate lascerà posto ad occhi che stravedono per voi, a voci che vi chiedono l’ultimo sforzo per una scivolata che salva un gol, le “responsabilità”, se così si possono chiamare, saranno piacevoli, e non avrete timore perché saprete di poterle rispettare tutte, di poterle compiere, finalmente.
Al posto giusto, al momento giusto, ecco come vi sentirete. Al posto giusto, al momento giusto, con le persone giuste accanto. E con le mani a cuore per quegli occhietti azzurri di quell’ometto che dieci mesi fa ti ha rubato l’anima.
E’ incredibile la vita, è incredibile il calcio, è così inebriante l’odore dell’erba, il rumore di un pallone che sbatte su un palo, così dolce la sensazione di poterti ancora prendere cura di lui, e lui di te, la leggerezza di una mente che sa ancora guardare con fiducia al futuro, la voglia di correre e correre e correre ancora, a perdifiato, fino al triplice fischio e molto oltre…

…quando tutto pensavate fosse finito, quando eravate pronte per dire basta, quando vi siete dette “Ok, queste scarpette saranno le ultime” e poi avete insistito e vi siete ritrovate immerse in un nuovo, stupefacente, inizio…

…so che non capirete, ma per una volta lasciate che capisca io e che sia tanto orgogliosa di me.
25 giugno 2014 – 23 giugno 2018, mary seven is back!

Grazie a tutti quelli che mi hanno dato la cosa più preziosa, la fiducia.

Il calcio ti toglie tutto. TUTTO.
E non importa che tu sia uomo o donna, che tu abbia 5 o 50 anni, che tu sia un fenomeno o meno, che tu sia un portiere o un attaccante, che tu vesta la maglia bianconera o quella sbiadita che hai nel cassetto che si stacca e col numero a penzoloni, che tu giochi in serie A, in prima categoria o al Csi. Non importa niente.
Il calcio ti toglie tutto. Le energie, la voce, le domeniche mattine nel letto, le nottate con gli amici (ok qui sto barando), le rinunce alle serate con il/la fidanzato/a (ok anche qui sto barando ahahaha), ti toglie il respiro, ti toglie una schiena sana, ti toglie i sorrisi e pure le lacrime, ti toglie i sogni, i soldi a volte, ti toglie le speranze, le amicizie che credevi vere, ed un elenco infinito di cose che nemmeno se stessi qui fino a domani mattina completerei.
Il calcio ti toglie tutto.
Il calcio ti dà tutto.
L’energia, la voce, le domeniche mattine su un campo, le nottate con gli amici (ve lo aveva detto), gli occhi addosso di un uomo o donna che sta al di là della linea e guarda solo te, il respiro, il dolore che passa ed il sollievo per una schiena malconcia ma che nonostante tutto regge, i sorrisi, le lacrime, i sogni, il vero valore delle cose, le speranze, le amicizie sincere, ed un elenco infinite di cose che nemmeno se stessi qui fino a domani mattina completerei.
Perchè ci sono serate, ci sono partite, ci sono sguardi e abbracci che te li tatui addosso e che non vanno via più. Mai più. E che soprattutto non hanno eguali. Ogni persona che ama il calcio ha una seconda pelle, ma io non so spiegarvelo di cosa è fatta, so solo dirvi che è una corazza che riesce a farti sentire INVINCIBILE e pronto a tutto. Ed essere pronti a tutti, ragazzi, è uno spettacolo. 

Buonanotte così <3

Ma davvero d’estate esiste qualcosa di meglio di un panino con la salamella ed una birretta fresca con gli amici? Certo: un panino con la salamella, una birretta fresca con gli amici ed…un torneo estivo!
Volley o beach, calcio o calcetto, maratone e percorsi ciclistici, partitina a tennis, tuffo in piscina o gara a freccette, scegliete quello che volete ma scegliete!
Da consumatrice esperta di tornei (e di panino con la salamella e di spritz in compagnia e…lo so che si vede), come non consigliarvi il torneo dell’Amicizia – Memorial Pino Conte? Presso l’oratorio di Madonna in Campagna a Gallarate, sarà festa dal 18 giugno al 20 luglio per la 28° edizione consecutiva.
Calcio a 5, con regolamento calcio a 7, su campo in erba sintetica, è qui che si sfideranno venti e passa squadre per alzare al cielo l’ambito trofeo (della serie cara Champions scansate proprio), trofei come sempre firmati Introini & Pavan della mitica Elena.
Per tutte le info e le iscrizioni cliccate esattamente QUI 

Vi aspettiamo numerosissimi, anche perchè detto sinceramente, sta cosa che l’Italia non è ai Mondiali in qualche modo bisognerà superarla, almeno proviamoci!

Inutile nascondersi: certe cose ti segnano, e ti segnano per sempre. Un anno fa lottai in piazza San Carlo a Torino per tenermi stretta questa vita ed il ricordo di quegli istanti, il ricordo di quella notte, mi creano uno sgomento che non pensavo potesse mai arrivare a toccare me. Ed invece, coinvolta a pieno regime, con paure che forse non mi abbandoneranno mai, con paure con cui convivi e che, però, ti aiutano anche a capire i tuoi limiti e a spronare te stessa per oltrepassarli. Il punto è che certe cose non fanno solo male, certe cose faranno male per sempre, le cicatrici restano cicatrici ma guardandole da un’altra prospettiva quei segni non sono ricami dell’anima?

Le mie mani e la mia mente si rifiutarono di mettere insieme i pezzi per un po’ ma cinque giorni dopo riuscii a partorire questo pezzo per dare testimonianza di un 3 giugno che sarà sempre un sogno infranto al pari di un ricamo che ha saputo rendere la mia anima un po’ meno bella ma certamente più forte.

Ringrazio ancora sportface.it che mi diede quest’opportunità.

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E’ stato uno strano lunedì quello della scorsa settimana, un lunedì tra un mix di malumori, incomprensioni e scadenze pressanti, un lunedì di quelli che ti fa maledire la fine del weekend, un lunedì vero e proprio insomma. Ecco perché quella sera accovacciata sul mio divano e con il mio amato mac fra le mani, cercavo qualcosa che mi facesse un po’ distogliere l’attenzione dai mille pensieri che mi frullavano nel cervello, che mi desse una scossa. Cercavo senza sapere dove posare realmente gli occhi fin quando sono stati gli occhi stessi a trovare luce. “Maxischermo in piazza San Carlo a Torino con piattaforma riservata a giornalisti e addetti stampa”, avevo letto sul web. Un brivido lungo la schiena, avevo già capito, la mia mente aveva già fatto un salto lungo circa 150 km, il mio cuore non aveva neanche saltato, era già là. Dovevo provarci e riuscirci. Sono partite circa 30 mail dal mio computer quella sera, trenta mail che hanno quasi tutte trovato risposta: “Ci mandi i suoi dati e le faremo sapere”, manco avessi presentato una canzone per il festival di Sanremo.

Poco meno di 48 ore dopo, la risposta attesa da tutta una vita: “Il suo accredito è stato accettato, ci vediamo sabato, buon lavoro”. Mezz’ora di salti incontrollati ed una svariata serie di note vocali alla collega che avrebbe vissuto con me quella medesima esperienza.

“Daniele vado a Torino sabato, chiedimi quello che vuoi”, la conferma più piccata ad un pezzo della famiglia Sportface. Già lo so, starete pensando questa è pazza, e in fondo normale non lo sono mai stata, ma io amo la mia follia, la sola, insieme a questa perseveranza e a questa smisurata passione, che mi permetta di raggiungere ciò che ho sempre sognato o molto più banalmente di fare ciò che amo di più, in spicci, di essere felice.

I convenevoli ve li tralascio: l’attesa, la cura maniacale nel preparare lo zaino e gli attrezzi del mestiere, l’ansia a diecimila, l’euforia di poter essere in mezzo ad un popolo di 30 mila persone che condividono i tuoi stessi colori e di poterlo fare da un posto privilegiato, quello di giornalista, l’adrenalina di poter scrivere della tua squadra del cuore che per l’ennesima volta si gioca il “tutto in una notte”, l’orgoglio di esserci, i pezzi del puzzle che d’improvviso s’incastrano ed un sorriso quasi spavaldo di fronte a quel lunedì nero che sembra d’un tratto così lontano. E poi il viaggio, la bandiera che sventola, i cori su cori e su cori. Ribadisco: lo so che sono pazza e che non mi capirete, ma non sono qui per questo. Io non voglio essere capita per ciò che faccio o ciò che provo quotidianamente, vorrei essere capita per ciò che ho sentito in quella lunga notte.

Perché tra un flash, una battuta, uno scambio d’opinioni, gli scongiuri verso un cielo grigio, una diretta facebook, perché tra un gol di Cristiano Ronaldo ed un gol di Mario Mandzukic erano circa le 21.45 quando quell’ultimo scorcio di stagione ha preso avvio. La Juve non gira, il centrocampo è lento e si è abbassato troppo, la difesa pare meno solida del solito, Higuain è così fuori dal gioco e poi c’è il talento cristallino di uno su cui ho scommesso non appena l’ho visto calciare un rigore con la maglia rosa del Palermo, ha 23 anni, si chiama Paulo Dybala e questa sera pare imprigionato nelle sue stesse paure. Casemiro e Ronaldo fanno il resto ma proprio quando cerchi conforto nei tuoi fratelli bianconeri,quando il tuo sguardo si scontra con il silenzio assordante di un’intera piazza che non riesce a spiegarsi il perché ancora una volta, sul più bello, tutto sfumi, ecco che quel silenzio si tramuta in un rumore che sa tanto di spari, ecco che il cuore ti si ferma e che la mente vola non a 150 km di distanza ma là dove non pensi possa esistere vita.

Una frazione di secondo, una folla impazzita che sta correndo proprio nella tua direzione, lo sforzarsi di trovare una lucidità che non fa capolino nel tuo cervello ma che, grazie a Dio, non soffoca quell’istinto di sopravvivenza a cui ti aggrappi come se fosse l’ultimo brandello di vita. Lo zaino in spalla e la mano della tua collega che hai afferrato e trascinato il più lontano possibile: non c’era tempo per le domande, c’era da correre. Circa 400 metri di corsa disperata evitando di calpestare la gente a terra e provando a non scontrarti con nulla, quelle mani che si disuniscono per un attimo, ma gli occhi che non si perdono e le dita nuovamente intrecciate. Il riparo sicuro è quello di un bar in cui ti fermi e ti ritrovi accerchiata di persone che hanno sangue ovunque, che urlano e piangono e non sanno il perché. “Una bomba, hanno sparato, arrivano” ed il terrore a quel punto trova spazio in un bagno in cui gli affanni di un respiro trasalito rimbombano a più non posso. E adesso cosa facciamo? Potevo lasciare che la paura di morire avesse la meglio sulla voglia di vivere? Noi, fratelli sconosciuti, ci siamo abbracciati, abbiamo condiviso il terrore e, quando abbiamo ripreso a respirare, l’umanità.

Ho visto gente che si consolava senza sapere cosa dire e chi avesse davanti, ho visto ragazzi infermieri in borghese bianconera, prendersi cura del prossimo ferito, ho visto gente che predicava calma, bambini accolti da mamme improvvisate ma oneste, soccorsi pronti e polizia attenta, cellulari prestati perché sopportare anche che le proprie famiglie piangessero sarebbe stato troppo. Ho rivisto quello scenario di una piazza devastata, perché c’era da recuperare la borsa della tua amica che lì dentro aveva anche le chiavi della macchina e che, nuovamente grazie a Dio, dopo poco era come un miraggio fra le tue mani, e ho capito che la guerra era passata di lì. C’era d abbandonare Torino, la città dei tuoi sogni, e c’era quello sgomento nel cuore che non si dava pace e che ti impediva anche di capire quanto i miracoli esistessero, quanto tu stessa fossi un miracolo.

Il ritorno a casa e la notte insonne pensavo facessero il resto, mi sbagliavo. Il resto lo hanno fatto gli occhi e le mani di mio padre e mia madre, dei miei fratelli, che sono stati la mia ancora di salvezza in quel mare in burrasca. Non potevo permettere a nessuno di non farmeli vedere più, di non riassaporare più i loro profumi, di non alimentarmi dei loro sorrisi. Io non so a cosa hanno pensato quelle trentamila persone, io so che ho pensato a loro ed è così che mi sono salvata. Ma ancora non era finita e forse questa storia non avrà una fine. Quando ho rivisto le immagini il giorno dopo, quando le parole hanno trovato una collocazione di senso compiuto, quando i milioni di messaggi che i social ed il mio cellulare mi hanno recapitato ribadendomi che fossi più viva di quanto in realtà credessi, ho trovato anche tutte quelle lacrime che fino a quel momento non avevo ancora versato. Ed eccole le domande che arrivano puntuali come una sentenza. E non sono né i perché, né da dove è nato tutto ciò, niente del genere, le domande che mi hanno martellato il cervello erano che fine avessero fatto tutti i disabili che avevo attorno, gli stessi che avevo difeso poco prima non appena la gente si mettesse nella loro traiettoria impedendogli di vedere la partita, che fine avesse fatto quella signora tanto simpatica con cui avevo condiviso le ansie da Champions dal pomeriggio, che fine avesse fatto quel giornalista tanto carino dagli occhi azzurro cielo, e ancora di più dove fosse quella bimba che si era seduta accanto a me pochi istanti prima del triplice fischio, che mi aveva chiesto in che porta dovessimo segnare e che al gol di Mandzukic mi aveva stretta così forte come se mi conoscesse da sempre o come se volesse donarmi un pezzetto del suo piccolo grande cuore. Ho pregato per loro, spero che Dio mi abbia ascoltato anche questa volta.

Adesso arriva il bello. Sognavo di scrivere il mio primo articolo sulla mia Juventus in modo totalmente diverso, sognavo di commentare di un Gigi con la coppa al cielo, sognavo di raccogliere le emozioni di quel popolo così tanto simile a me. E sognavo anche di piangere mentre digitavo ogni singola lettera su questa tastiera. Sognavo di avere il cuore a mille, proprio come adesso. Ecco perché so che un giorno sarò di nuovo lì, perché che sono folle l’ho già detto? Non mi lascerò vincere dalla paura. Ci vorrà tempo? Ci vuole sempre tempo. Non ho mai visto sogni realizzarsi con il solo schioccare delle dita. E a tutti questi sogni se n’è aggiunto uno: mi piacerebbe guardare negli occhi quel talento cristallino con il numero ventuno sulle spalle e mi piacerebbe che ci scambiassimo un po’ di paure. Così diverse e in fondo così uguali. Lui e la paura di accarezzare un pallone in quel di Cardiff, io e la paura di non poter più sentire sussultare il mio cuore come quel 13 maggio 2012 quando cambiai la mia foto di copertina su facebook lasciando che lo sguardo dell’uomo più uomo e campione più campione che conosca si commuovesse dinanzi al tributo più meraviglioso mai visto. Il nesso è così semplice ed immediato tra  due. Ecco, vorrei anche questo dalla mia vita. Perché se c’è una cosa che ho imparato da questa tremenda vicenda è che l’amore vince sempre. E allora che vi siate aggrappati a chissà quale pensiero in quegli istanti, all’amore per i vostri figli o per i vostri compagni, per i vostri amici, per le vostre madri, per voi stessi o a Dio, non fa differenza: non lasciatevi vincere dalla paura, lasciatevi vincere dall’amore.

 

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Avete mai provato a guardare oltre? Oltre tutto e tutti intendo? Oltre le scarpette colorate, oltre il gel e le pettinature strane, oltre i riti scaramantici, oltre i selfie, oltre uno stop che ogni tanto la palla sfugge, oltre i gol mangiati e quelli stampati all’incrocio dei pali, oltre le lamentele per un 5.5 di troppo, oltre le parole strappate e quelle dette invano? Sì? E cosa avete visto? Li avete mai visti due occhi pieni di lacrime che raccontano una storia intera?
Vedete, ci sono mille e più motivi per cui io ami lo sport, ma quello delle storie di vita è certamente uno dei più affascinanti. Bastano frammenti, a volte, un pezzetto qua e là, ricuci i pezzi e il gioco fatto. Ti trovi di fronte intere pagine scritte da persone qualunque che d’un tratto diventano eroi. Noti i pesi sulle spalle, le cicatrici, la forza nelle braccia che spingono in piedi quando sei faccia a terra, noti le mani che tremano perchè i ricordi sono ancora vivi, i sorrisi spenti per quell’occasione mancata…
…noti la verità. Esiste qualcosa di meglio delle verità? Ah sì, essere se stessi. 
Le storie più belle sono quelle che ci mostrano esattamente per ciò che siamo. Ma non per ciò che siamo con quelle scarpette e quei tatuaggi, per ciò che siamo realmente, nudi e crudi, pieni zeppi di difetti ma unici. 
E allora andate oltre gente, fate un passo in più, scovate, cercate, non fermatevi, andate oltre che le persone bisogna amarle per il loro animo e che lo spettacolo, OLTRE, è da togliere il fiato.

Le origini risalgono a quando le popolazioni politeiste dedicavano un giorno all’anno ad ogni dea legata alla terra, celebrandola ad esempio per la ritrovata fertilità. Per i greci era la Dea Rea, rea appunto di essere la madre di tutti dei, per i romani era la Dea Cibele, simbolo della Natura e di tutte le madri. Nel tempo assunse poi significati diversi ed evoluzioni: in Inghilterra di festeggiava il “Mothering Sunday” ovvero quando, nella quarta domenica di quaresima, era concesso a tutti i giovani lontani da casa per motivi di lavoro, per fare i servi altrove e quindi,  banalmente, per guadagnarsi da vivere, tornare in famiglia. Diversa la concezione di “mother’s day” americana: si iniziò a commemorare questo giorno legandolo al discorso del suffragio alle donne e a discorsi pacifisti, perchè ogni madre era simbolo di pace. In Italia ci penso un sacerdote, ovvero Don Otello Migliosi nel 1957, a celebrare la festa della mamma durante le sue messe nella chiesa di Assisi, dando perciò ufficialità all’iniziativa dell’anno precedente ideata dal sindaco di Bordighera Raul Zaccari. Nell’epoca più recente la Festa della Mamma trovò spazio su tutti i calendari nel giorno 8 di maggio, poi per convenzione fu spostata alla seconda domenica di maggio.
Oggi rileggendo le origini di questa festa mi rendo conto che tutto trova forma in te: tu sei la terra, la fertilità, la natura, la famiglia e l’unione, tu sei i diritti di donna e la pace. Tu sei maggio che è il mese dell’amore, ed anche il mese in cui mi hai dato alla luce, tu sei il trait d’union di una matta famiglia, sei nonna innamorata tutta da prendere in giro, sei colei che mi lascia le scaloppine pronte quando esce perché “non si sa mai” e quella che si commuove se io mi commuovo. Tu conosci tutti i giocatori della Juve perchè ti faccio “una testa così”, ed ami i mercoledì di Champions perché si sta insieme, poco importa se poi arriva o non arriva un rigore che mi cambia la serata, importa però se cambia il mio umore. Tu mi guardi e sai e non chiedi, o se chiedi pur conoscendo la risposta, tu sei, come dico sempre, il mio orizzonte e il mio porto sicuro. Ma più di tutto sei colei che ha tatuato i valori che contano nel mio animo risoluto, lindo e a te devoto. Tu che mi hai insegnato ad amare le cose semplici, sei la cosa più semplice che io abbia mai visto e forse è proprio per questo che ti amo. Infinitamente.

Buona festa della Mamma a tutte coloro che hanno avuto il coraggio di esserlo, a tutte coloro che avrebbero il coraggio di esserlo ma che non lo saranno mai, o forse lo saranno comunque, a chi nasconde un segreto dentro di sé, a chi costruire il cuore di un figlio e cullarlo tra le proprie mani difendendolo da ogni tempesta, amandolo incondizionatamente. E a auguri a te, mia dolce mammina. 

– Avere il culo grosso ti costa un abbonamento annuale in palestra, la rinuncia alle abbuffate di schifezze e l’umiliazione quando fai shopping di fronte alle 170 cm x 51 kg e taglia 38, e nonostante tutto il culo grosso te lo tieni;🙈😂🍟🍔🍹🍹🍹
– Essere una donna che lavora nel mondo del calcio ti costa 89345698249487 sfottò, cori negli spogliatoi, soprannomi ed appellativi vari 🦉
– Essere una donna appassionata di calcio e juventina, ti costa sofferenza ogni qualvolta si pronunci la parola #champions, ti costa un iPhone intasato di foto, video, gif varie ed eventuali dal 1997 senza interruzione, oltre che l’investimento di un treno in piena corsa al 93′ di un mercoledì qualunque passato dall’essere “un mercoledì da leoni” a “un mercoledì da co…”🙈😤😱😈👋👋👋
– Essere una donna, appassionata di calcio, juventina, che gioca al fantacalcio con 9 uomini che hanno la delicatezza di Pio e Amedeo (moltiplicata x 9 appunto) e che te la fanno assaporare dal 15 agosto al 31 luglio, che all’asta di inizio anno manco se ti presenti in gonna e tacco 12 ti lasciano i tuoi pupilli…ti costa ancora più caro, ma la soddisfazione di svegliarsi il lunedì mattina e vedere che con il punteggio di 68.5 a 68 hai vinto la prima #fantachampions della storia, non ha eguali.
Ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c’è il #fantacalcio
Dimenticavo: il karma fa sempre il suo corso Filippo Cazzola 😂😂😂😂😂😂 😂 abbandona il gruppo wa peggio di schettino 😂😂😂
➡Sami Khedira ti amo ❤😍⚽⚽⚽

Girovagavo sui miei social alla ricerca di alcune parole che potessero allietare una serata fatta di mille pensieri e mi sono imbattuta in questa roba qui…le stesse identiche lacrime di allora, la stessa pelle d’oca ed il cuore che trema…dieci giorni senza di voi sono un martirio, mai più.

– Resoconto di una stagione indimenticabile (under 10 2016-17) –

Non so neanche da dove partire eppure so che devo farlo, ma poi divento prolissa e mi sgridate…ma devo farlo.
E allora partiamo dall’inizio.
Da tre anni fa quando mi venne chiesto di allenare. “Io? Ma non sono in grado…”
E poi eccomi lì, su quella panchina a guardare quei piccoli ometti crescere, incantata. Eravate così piccini, ed era difficile spiegarvi che così piccini c’era da farsi le ossa con quelli più grandi. Ma noi eravamo lì, anche quando prendevamo 10 gol a partita, siamo sempre stati lì.
Poi c’è stato l’anno scorso e l’anno di transizione, si è cresciuti un po’, non abbastanza per imporsi, ma il giusto per capire che la strada fosse quella giusta. Abbiamo perso qualche pezzo e non potevamo fare diversamente se non compattarci ancor di più e accogliere chi si stava affacciando per la prima volta in questo mondo. Fatto anche questo.
E così succede che inizi a giocartela, che perdi di misura e fa male, malissimo, ma dentro nascono nuove consapevolezze e cresci. E t’iscrivi al campionato primaverile e arrivi 4° ad un solo punto da tutte e tre le squadre che ti precedono, e batti la capolista, e fai sei vittorie di fila, e vai ai tornei con le squadre di FIGC e strappi due pareggi che…come ve li spiego, e poi fai il torneo estivo in cui capisci di potertela giocare fino in fondo e arrivi ad un soffio da una semifinale che sarebbe stato il giusto premio per tutto. Vi ho guardato negli occhi in quello spogliatoio e vi ho visto amareggiati, delusi, con le lacrime: “Mister ci credevamo, potevamo farcela…”, mi si è spezzato il cuore “Se non abbiamo vinto è perché non eravamo ancora pronti, ma vi prometto che lo saremo”. Era proprio qui che volevo arrivare. Avete abbandonato le vostre paure ed ora lo sapete anche voi quanto siamo diventati squadra. Perché i tu, io, lei, lui non esistono più, esiste solo un NOI.
NOI che a settembre ripartiremo più forti, più grandi, per una nuova avventura, NOI che staremo ancora insieme e questa è una promessa che ci siamo scambiati ieri ed ogni giorno, NOI che siamo un muro d’acciaio, che dimentichiamo i parastinchi, che non ascoltiamo e che facciamo a gara per tirare le punizioni,NOI che quando segniamo è subito “Esultanza del Tacchino”, NOI che giochiamo alla crossbar challenge, NOI che in macchina mettiamo Rovazzi perché ci piace così, NOI che ci facciamo riconoscere in ogni campo ed anche in ogni pizzeria, NOI che siamo NOI e non abbiamo eguali, NOI così imperfetti e così pesti, così pesti e così EROI. I miei EROI.
Non avrei mai creduto di essere all’altezza e forse alla vostra altezza non lo sarò mai perché tutte le volte che vi guardo e provo ad insegnarvi qualcosa, siete voi ad insegnarla a me.
Non potrei essere più orgogliosa di così ed anche se un giorno le nostre strade si divideranno so che ovunque andrò, ovunque andrete, voi avrete sempre un po’ di me, io avrò sempre e per sempre un po’ di voi.

Alle pesti del mio cuore, ai loro genitori che definire fantastici è poco, alla società OSGB di Gallarate, alla vera mister e al mitico preparatore del mio portierone, a tutti gli avversari con cui ci siamo scontrati, a quelli che ci hanno preso in giro e a quelli che si sono rimangiati tutto, a quelli che non credevano e che adesso credono, e a quelli che hanno lottato con noi e per noi dal primo minuto, al mio Buffonardo, al mio murone d’acciaio, agli ultimi arrivati diventati un pezzo fondamentale di questa famiglia, a chi c’è stato poco, al mio 2010 che si fa valere in mezzo ai 2007, a chi c’è da tre anni a questa parte, al mio Dybala, al mio tenerone che quando segna manda i baci alla mamma, alla quota rosa, al mio bomber e al mio capitano…GRAZIE di cuore.

Se amate il calcio, profondamente, date una possibilità ai bambini: allenateli, cresceteli, formateli, cullateli, fate tutto ciò che è nelle vostre forze e molto di più. E se avete una vita incasinata, un lavoro stressante, un cuore malconcio, ed il tempo che non basta mai, fidatevi di me, buttatevi in quest’esperienza. Non solo ne varrà la pena, ma non ci sarà niente al mondo che vi ripagherà di più.

“Voi metteteci il cuore…sempre”

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