Inutile nascondersi: certe cose ti segnano, e ti segnano per sempre. Un anno fa lottai in piazza San Carlo a Torino per tenermi stretta questa vita ed il ricordo di quegli istanti, il ricordo di quella notte, mi creano uno sgomento che non pensavo potesse mai arrivare a toccare me. Ed invece, coinvolta a pieno regime, con paure che forse non mi abbandoneranno mai, con paure con cui convivi e che, però, ti aiutano anche a capire i tuoi limiti e a spronare te stessa per oltrepassarli. Il punto è che certe cose non fanno solo male, certe cose faranno male per sempre, le cicatrici restano cicatrici ma guardandole da un’altra prospettiva quei segni non sono ricami dell’anima?

Le mie mani e la mia mente si rifiutarono di mettere insieme i pezzi per un po’ ma cinque giorni dopo riuscii a partorire questo pezzo per dare testimonianza di un 3 giugno che sarà sempre un sogno infranto al pari di un ricamo che ha saputo rendere la mia anima un po’ meno bella ma certamente più forte.

Ringrazio ancora sportface.it che mi diede quest’opportunità.

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E’ stato uno strano lunedì quello della scorsa settimana, un lunedì tra un mix di malumori, incomprensioni e scadenze pressanti, un lunedì di quelli che ti fa maledire la fine del weekend, un lunedì vero e proprio insomma. Ecco perché quella sera accovacciata sul mio divano e con il mio amato mac fra le mani, cercavo qualcosa che mi facesse un po’ distogliere l’attenzione dai mille pensieri che mi frullavano nel cervello, che mi desse una scossa. Cercavo senza sapere dove posare realmente gli occhi fin quando sono stati gli occhi stessi a trovare luce. “Maxischermo in piazza San Carlo a Torino con piattaforma riservata a giornalisti e addetti stampa”, avevo letto sul web. Un brivido lungo la schiena, avevo già capito, la mia mente aveva già fatto un salto lungo circa 150 km, il mio cuore non aveva neanche saltato, era già là. Dovevo provarci e riuscirci. Sono partite circa 30 mail dal mio computer quella sera, trenta mail che hanno quasi tutte trovato risposta: “Ci mandi i suoi dati e le faremo sapere”, manco avessi presentato una canzone per il festival di Sanremo.

Poco meno di 48 ore dopo, la risposta attesa da tutta una vita: “Il suo accredito è stato accettato, ci vediamo sabato, buon lavoro”. Mezz’ora di salti incontrollati ed una svariata serie di note vocali alla collega che avrebbe vissuto con me quella medesima esperienza.

“Daniele vado a Torino sabato, chiedimi quello che vuoi”, la conferma più piccata ad un pezzo della famiglia Sportface. Già lo so, starete pensando questa è pazza, e in fondo normale non lo sono mai stata, ma io amo la mia follia, la sola, insieme a questa perseveranza e a questa smisurata passione, che mi permetta di raggiungere ciò che ho sempre sognato o molto più banalmente di fare ciò che amo di più, in spicci, di essere felice.

I convenevoli ve li tralascio: l’attesa, la cura maniacale nel preparare lo zaino e gli attrezzi del mestiere, l’ansia a diecimila, l’euforia di poter essere in mezzo ad un popolo di 30 mila persone che condividono i tuoi stessi colori e di poterlo fare da un posto privilegiato, quello di giornalista, l’adrenalina di poter scrivere della tua squadra del cuore che per l’ennesima volta si gioca il “tutto in una notte”, l’orgoglio di esserci, i pezzi del puzzle che d’improvviso s’incastrano ed un sorriso quasi spavaldo di fronte a quel lunedì nero che sembra d’un tratto così lontano. E poi il viaggio, la bandiera che sventola, i cori su cori e su cori. Ribadisco: lo so che sono pazza e che non mi capirete, ma non sono qui per questo. Io non voglio essere capita per ciò che faccio o ciò che provo quotidianamente, vorrei essere capita per ciò che ho sentito in quella lunga notte.

Perché tra un flash, una battuta, uno scambio d’opinioni, gli scongiuri verso un cielo grigio, una diretta facebook, perché tra un gol di Cristiano Ronaldo ed un gol di Mario Mandzukic erano circa le 21.45 quando quell’ultimo scorcio di stagione ha preso avvio. La Juve non gira, il centrocampo è lento e si è abbassato troppo, la difesa pare meno solida del solito, Higuain è così fuori dal gioco e poi c’è il talento cristallino di uno su cui ho scommesso non appena l’ho visto calciare un rigore con la maglia rosa del Palermo, ha 23 anni, si chiama Paulo Dybala e questa sera pare imprigionato nelle sue stesse paure. Casemiro e Ronaldo fanno il resto ma proprio quando cerchi conforto nei tuoi fratelli bianconeri,quando il tuo sguardo si scontra con il silenzio assordante di un’intera piazza che non riesce a spiegarsi il perché ancora una volta, sul più bello, tutto sfumi, ecco che quel silenzio si tramuta in un rumore che sa tanto di spari, ecco che il cuore ti si ferma e che la mente vola non a 150 km di distanza ma là dove non pensi possa esistere vita.

Una frazione di secondo, una folla impazzita che sta correndo proprio nella tua direzione, lo sforzarsi di trovare una lucidità che non fa capolino nel tuo cervello ma che, grazie a Dio, non soffoca quell’istinto di sopravvivenza a cui ti aggrappi come se fosse l’ultimo brandello di vita. Lo zaino in spalla e la mano della tua collega che hai afferrato e trascinato il più lontano possibile: non c’era tempo per le domande, c’era da correre. Circa 400 metri di corsa disperata evitando di calpestare la gente a terra e provando a non scontrarti con nulla, quelle mani che si disuniscono per un attimo, ma gli occhi che non si perdono e le dita nuovamente intrecciate. Il riparo sicuro è quello di un bar in cui ti fermi e ti ritrovi accerchiata di persone che hanno sangue ovunque, che urlano e piangono e non sanno il perché. “Una bomba, hanno sparato, arrivano” ed il terrore a quel punto trova spazio in un bagno in cui gli affanni di un respiro trasalito rimbombano a più non posso. E adesso cosa facciamo? Potevo lasciare che la paura di morire avesse la meglio sulla voglia di vivere? Noi, fratelli sconosciuti, ci siamo abbracciati, abbiamo condiviso il terrore e, quando abbiamo ripreso a respirare, l’umanità.

Ho visto gente che si consolava senza sapere cosa dire e chi avesse davanti, ho visto ragazzi infermieri in borghese bianconera, prendersi cura del prossimo ferito, ho visto gente che predicava calma, bambini accolti da mamme improvvisate ma oneste, soccorsi pronti e polizia attenta, cellulari prestati perché sopportare anche che le proprie famiglie piangessero sarebbe stato troppo. Ho rivisto quello scenario di una piazza devastata, perché c’era da recuperare la borsa della tua amica che lì dentro aveva anche le chiavi della macchina e che, nuovamente grazie a Dio, dopo poco era come un miraggio fra le tue mani, e ho capito che la guerra era passata di lì. C’era d abbandonare Torino, la città dei tuoi sogni, e c’era quello sgomento nel cuore che non si dava pace e che ti impediva anche di capire quanto i miracoli esistessero, quanto tu stessa fossi un miracolo.

Il ritorno a casa e la notte insonne pensavo facessero il resto, mi sbagliavo. Il resto lo hanno fatto gli occhi e le mani di mio padre e mia madre, dei miei fratelli, che sono stati la mia ancora di salvezza in quel mare in burrasca. Non potevo permettere a nessuno di non farmeli vedere più, di non riassaporare più i loro profumi, di non alimentarmi dei loro sorrisi. Io non so a cosa hanno pensato quelle trentamila persone, io so che ho pensato a loro ed è così che mi sono salvata. Ma ancora non era finita e forse questa storia non avrà una fine. Quando ho rivisto le immagini il giorno dopo, quando le parole hanno trovato una collocazione di senso compiuto, quando i milioni di messaggi che i social ed il mio cellulare mi hanno recapitato ribadendomi che fossi più viva di quanto in realtà credessi, ho trovato anche tutte quelle lacrime che fino a quel momento non avevo ancora versato. Ed eccole le domande che arrivano puntuali come una sentenza. E non sono né i perché, né da dove è nato tutto ciò, niente del genere, le domande che mi hanno martellato il cervello erano che fine avessero fatto tutti i disabili che avevo attorno, gli stessi che avevo difeso poco prima non appena la gente si mettesse nella loro traiettoria impedendogli di vedere la partita, che fine avesse fatto quella signora tanto simpatica con cui avevo condiviso le ansie da Champions dal pomeriggio, che fine avesse fatto quel giornalista tanto carino dagli occhi azzurro cielo, e ancora di più dove fosse quella bimba che si era seduta accanto a me pochi istanti prima del triplice fischio, che mi aveva chiesto in che porta dovessimo segnare e che al gol di Mandzukic mi aveva stretta così forte come se mi conoscesse da sempre o come se volesse donarmi un pezzetto del suo piccolo grande cuore. Ho pregato per loro, spero che Dio mi abbia ascoltato anche questa volta.

Adesso arriva il bello. Sognavo di scrivere il mio primo articolo sulla mia Juventus in modo totalmente diverso, sognavo di commentare di un Gigi con la coppa al cielo, sognavo di raccogliere le emozioni di quel popolo così tanto simile a me. E sognavo anche di piangere mentre digitavo ogni singola lettera su questa tastiera. Sognavo di avere il cuore a mille, proprio come adesso. Ecco perché so che un giorno sarò di nuovo lì, perché che sono folle l’ho già detto? Non mi lascerò vincere dalla paura. Ci vorrà tempo? Ci vuole sempre tempo. Non ho mai visto sogni realizzarsi con il solo schioccare delle dita. E a tutti questi sogni se n’è aggiunto uno: mi piacerebbe guardare negli occhi quel talento cristallino con il numero ventuno sulle spalle e mi piacerebbe che ci scambiassimo un po’ di paure. Così diverse e in fondo così uguali. Lui e la paura di accarezzare un pallone in quel di Cardiff, io e la paura di non poter più sentire sussultare il mio cuore come quel 13 maggio 2012 quando cambiai la mia foto di copertina su facebook lasciando che lo sguardo dell’uomo più uomo e campione più campione che conosca si commuovesse dinanzi al tributo più meraviglioso mai visto. Il nesso è così semplice ed immediato tra  due. Ecco, vorrei anche questo dalla mia vita. Perché se c’è una cosa che ho imparato da questa tremenda vicenda è che l’amore vince sempre. E allora che vi siate aggrappati a chissà quale pensiero in quegli istanti, all’amore per i vostri figli o per i vostri compagni, per i vostri amici, per le vostre madri, per voi stessi o a Dio, non fa differenza: non lasciatevi vincere dalla paura, lasciatevi vincere dall’amore.

 

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La bella favola del Brescia Calcio Femminile purtroppo sembra non avere un lieto fine: vicinissimo è l’addio alla Champions League e alla serie A 2018

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Una canzone d’improvviso alla radio che non lascia scampo e riporta alla visione di ciò che è successo solo sette giorni fa…le foto, le parole, le emozioni fanno tutto il resto, fanno ancora tantissimo. Un omaggio incredibile per colui che la domenica e non solo ha saputo omaggiare me e milioni di appassionati di una classe che difficilmente avrà eguali: signore e signori, Andrea Pirlo.

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Lo so che è tardi, lo so che ormai sei là, ma sono convinto che là in alto oggi la guardavi con mio papà la partita! Questo gol, anche se non vorrà dire niente, anche se non servirà a niente, lo dedico a te #davideastori #forzaitalia #grazieatuttivoi

Volevo augurarvi la buonanotte così, con questo messaggio che Mario Balotelli ha scritto sul suo profilo ufficiale instagram dopo la partita di stasera con l‘Arabia Saudita, vinta 2 a 1 grazie proprio ai gol di Balotelli e Belotti. Parte dunque con il piede giusto l’avventura del neo ct Mancini. Certo la strada è lunghissima, certo si sbaglierà ancora tanto, certo lo criticheremo come abbiamo sempre fatto con tutti i suoi predecessori, però…lasciatevi coinvolgere dalla tenerezza di questo post e per una volta cestinate tutte le critiche; il sangue amaro finisce per intoppare le vene, la dolcezza, al contrario, scioglie ogni remora ed aiuta a sorridere.

Good night 

Vorrei capire quanti di voi nella vita si sono sentiti molto più simili e Cristiano Ronaldo piuttosto che a Loris Karius, perchè in tutta onestà quello che sto leggendo sul web e sui social mi sta lasciando attonita.
La supponenza con cui si chiede ad un 24 enne di pensare più a lavorare piuttosto che ai tatuaggi da dove arriva esattamente? Dal tubetto di gel che usate ogni sabato sera prima di andare a brontolare in disco? Dalle magliette firmate e per le quali spendete mezzo stipendio? Dai 100 € che pavoneggiate ad un classico aperitivo con gli amici perché o Terrazza Martini o niente, o mi ubriaco o niente? No, fatemi capire. Perché io ieri sera sono stata la prima a dire “Il bambino di 10 anni che alleno para meglio”, ma le frasi fatte, i commenti a caldo, fanno anche parte del gioco, così come pensare che forse Loris Karius non fosse all’altezza di questi novanta minuti, ma permettersi di descrivere l’esattezza dei gesti tecnici manco il vostro nome fosse Attack ed il cognome Buffon (o chiunque preferiate voi) e ancor di più permettervi di deridere, di giudicare l’uomo, è una cosa che non succedeva nemmeno nella storia antica. Poveri cavernicoli, con tutto il rispetto per i cavernicoli sia chiaro, che vivevano in un’epoca diversa, surreale, e che non hanno avuto le possibilità. Voi, invece, vivete tremila miliardi di situazioni diverse al giorno, avete sulle spalle storie di vita vissuta che magari fanno impallidire pure la mia, eppure non avete il coraggio di andare oltre, di mettervi nei panni altrui, di comprendere. Non so se provo più disgusto nel leggere queste cose o nell’abbraccio mancato di una squadra impegnata a piangere, certo, a disperarsi, ma evidentemente non abbastanza matura ed umana da rendersi conto che quel numero che in finale ci è arrivato con voi, con gli stessi identici meriti, forse una pacca sulla spalla l’avrebbe meritata proprio da quegli “amici” che per un anno intero si sono vissuti dentro e fuori dallo spogliatoio. Ecco, più della rovesciata di Bale, è questo ciò che avremmo dovuto vedere in eurovisione mondiale. E non scherzo eh, perché la meraviglia del calcio passa da qui o forse è tutto qui. Mi auguro fortemente che dietro le quinte qualcosa di così bello sia successo.
Sii orgoglioso Loris Karius del tuo percorso, dei tuoi errori, della forza che immediatamente hai trovato rialzandoti da quel prato verde, orgoglioso per le mani giunte con cui ti sei presentato sotto la tua curva guardandoli negli occhi quei tifosi che davvero “You’ll Never Walk Alone”. Adesso farà male, malissimo, e sarà terribilmente indimenticabile, ma se nella tua vita quando ti sei chiesto quale fosse la tua strada hai visto la luce solo su questa, se hai combattuto come un eroe per conquistarla, allora non arrenderti, passo dopo passo arriverai dove hai sempre sognato arrivare e non importa che tu faccia il calciatore o il panettiere, la scelta del tuo destino è solo e solamente tua. E non aver paura di ripresentarti da solo sotto quella curva, sai, tutto può succedere, questo è il calcio, questa è la vita, ma tu Loris Karius con il numero uno sulla schiena, cammina a testa alta perché di finti santi ed eroi ne è pieno il mondo, ma gli Uomini che sanno uscire intatti e più forti dalle avversità sono sempre troppo pochi.
…la chiamano “la solitudine dei numeri uno”, io preferisco chiamarla “la solitudine dei numeri unici”.

Ci ha provato, eccome se ci ha provato, ha stretto i denti, ha fatto degli errori, è caduto, si è rialzato, ha gettato il cuore oltre l’ostacolo, ma alla fine ha visto il suo sogno sfumare sul più bello: è questo in sintesi il terzo turno playoff del Gorla Maggiore, squadra di prima categoria con nel cassetto il desiderio di volare in promozione.
Dopo aver battuto nella semifinale del girone l’Arsaghese e dove aver giganteggiato contro il Tradate nella finalissima, l’ostacolo del terzo turno è stato il Barona, squadra milanese risultata evidentemente troppo ostica per i grigiorossi.
All’andata, in trasferta, i ragazzi di Rimoldi sono incappati in una sconfitta di misura (1 a 0), il ritorno disputatosi ieri sera è terminato con il più classico dei pareggi (1 a 1). Amarezza e qualche lacrima, dare tutto non è bastato, ora Ippolito e compagni proveranno a sperare in un ripescaggio, senza rimpianti perché nonostante alti e bassi di una stagione infinita non è mai mancato l’orgoglio per crederci sempre, fino alla fine, dimostrando che ancora una volta basta un campo, un pallone e dei ragazzi pronti  a mettersi in gioco per esprimere al meglio le emozioni che solo il calcio può dare…che importanza ha che si tratti di serie A o prima categoria? Il denominatore comune è sempre lo stesso, è quella passione che come benzina alimenta tutto, è il valore aggiunto in un mondo che sa a volte con crudeltà tarparti le ali, ma che non potrà mai impedire di smettere di sognare, e cosi sogni si sa, si può anche andare lontanissimo.

Per rileggere tutte le emozioni della serata CLICCA QUI
Per riviverla nel foto racconto di David Franciamore CLICCA QUI 

Il boato di San Siro quando queste stars toccano il manto verde prima ed il pallone poi lascia presagire quello che sarà, ovvero una notte magica in tutto e per tutto.

SECONDO TEMPO

90′ TRIPLICE FISCHIO: alla Notte del Maestro le White Stars e le Blue Stars pareggiano per 7 a 7.
83′ GOL:
non fa nemmeno in tempo ad entrare il caro Gigi Buffon che Pippo Inzaghi gli dà in benvenuto. 7-7 e tripletta per Super Pippo.
81′ + DI UN GOL:
al minuto 81 esce Andrea Pirlo ed entra Nicolò Pirlo. Che favola, ragazzi.
80′ GOL:
pippo gol si ripete, questa volta di testa. 6-7.
78′ GOL:
pio pio Matri, le White Stars ora puntano alla remuntada. 5-7
74′ GOL:
va bene tutto ma all’appello poteva forse mancare Super Pippo Inzaghi? Non scherziamo. 4-7
70′ GOL:
la settima meraviglia vede l’esultanza con mano all’orecchio perchè la firma lui…Luca Toni. 3 a 7.
47′ GOL:
è già gol non appena rientrati in campo. Contropiede vincente di Brocchi, le Blue Stars si portano sul 6 a 3.

PRIMO TEMPO

45′ GOL: dopo aver deliziato la platea con qualche numero di troppo…per chi stasera ha indossato un pantaloncino taglia xl, raccoglie il cross di Sheva e di testa realizza il 3 a 5.
43′ GOL:
la premiata ditta Del Piero – Pato è ancora vincente. Questa volta Alex si fa parare il sinistro, sulla respinta in papero è a suo agio come in uno stagno. 3-4
36′: GOL:
Cassano assist-man, il pendolino Cafu con un diagonale secco la mette in buca d’angolo. 2-4.
33′ GOL:
le White Stars non ci stanno ed accorciano le distanze: il maestro finta di calciare una punizione in porta ed invece imbecca con un filtrante Bobone Vieri che si gira e trova il 2 a 3. Via la maglia, lo stadio canta per lui.
29′ GOL:
Se Gilardino si fa parare la conclusione da distanza ravvicinata, Cassano no: 1-3.
12′ – GOL:
Lancio di Del Piero, stop a rientrare e sinistro sul secondo palo di Alexander Pato. 1-2
5′ – GOL: lancio di Cassano, Quagliarella opta per il pallonetto su Dida e non sbaglia. Forte questa Sampdoria.
2′ – GOL: poteva forse non lasciarla lui la prima impronta di serata? Assist di Quagliarella, zampata di Sheva. 0-1

IL TABELLINO
WHITE STARS – BLUE STARS 7-7 (3-5)
WHITE STARS: Abbiati, Dida, Bonucci, Chiellini, Costacurta, Favalli, Jankulovski, Maldini, Nesta, Oddo, Simic, Zambrotta, Zanetti, Baronio, Camoranesi, Gattuso, Lampard, Leonardo, Pepe, Pirlo, Rui Costa, Verratti, Vidal, Baggio, Del Piero, Di Natale, Iaquinta, Inzaghi, Matri, Pato, Ronaldo, Totti, Vieri, Gilardino. Allenatore: Conte, Ancelotti.
BLUE STARS: Buffon, Storari, Adani, Barzagli, Bonera, Cafu, Diana, Ferrara, Kaladze, Materazzi, Serginho, Abate, Albertini, Ambrosini, Brocchi, De Rossi, Diamanti, Marchisio, Pirlo, Seedorf, Borriello, Cassano, Quagliarella, Ronaldinho, Shevchenko, Tevez, Toni, Ventola. Allenatore: Allegri, Donadoni, Tassotti.
Arbitro: Andrea Romeo (Maggiani – De Luca)
Marcatori: pt: 2′ Shevchenko (B), 5′ Quagliarella (B), 12′ 43′ Pato (W), 29′ Cassano (B), 33′ Vieri (W), 36′ Cafu (B), 45′ Seedorf (B); st: 47′ Brocchi (B), 70′ Toni (B), 74′ 80′ 83′ Inzaghi (W), 78′ Matri (W),

Proverò a raccontarvi il batticuore, i brividi, le emozioni, le mani che tremano guardando questo stadio di cui, in questo momento, non riconosco nemmeno l’erba, proverò davvero a farvi capire cosa significhi per me essere qui, questa notte, proverò a regalarvi i miei panni senza preoccuparmi della taglia perché so che questa sera, se amate il calcio anche solo un millesimo di quanto lo ami io, questi panni vi staranno benissimo e vi faranno sentire Re o Regine come non lo siete mai stati, come lo avete sempre e solo sognato.

La forza di un uomo si misura dalla grandezza dei suoi sogni“. Andrea Pirlo 21. 

Giuro che troverò il tempo per raccontarvi il milione e mezzo di emozioni di questo weekend, emozioni che tra l’altro domani potrebbero triplicare, ma lasciatemi spendere due parole per queste ragazze che hanno contribuito alla grande a tingere l’Italia di bianco e nero.
La Juventus Women non resiste alla tentazione di “copiare” i maschietti e al primo anno in assoluto in serie A si laurea Campione d’Italia. 
Al Silvio Pioli di Novara è andato in scena lo spareggio contro le leonesse del Brescia giunte prime in classifica al pari proprio delle bianconere; e così ci sono voluti novanta minuti ulteriori per capire chi fosse la più forte di questa stagione. Ma siccome novanta minuti, dopo le 22 giornate messe in saccoccia, sembravano pochi, ecco che si è arrivati a 120, e siccome anche 120 sembrava non fossero abbastanza, ecco i calci di rigore, ad oltranza oltretutto. Primo e secondo tempo congedano le due squadre con uno 0 a 0 in cui, però, è la Juve a mostrarsi più propositiva, Juve che tra l’altro colpisce un palo ed una traversa con Bonansea. Nei supplementari la stanchezza la fa da padrona, le ragazze di mister Guarino rischiano solo con qualche calcio da fermo, ma non riescono più a trovare il guizzo che le consacrerebbe, rimandando così la consacrazione ai calci di rigore. Qui si presenta sul dischetto bomber Bonansea, conclusione parata da Ceasar. Inizio in salita, dunque, per la squadra di Torino, che però non sbaglia più: Rosucci, Gama, Galli, Cernoia e Boattin vanno tutte a segno, Brescia invece, nonostante le reti di Girelli, Giugliano, Sikora, Sabatino, vede i suoi sogni di gloria infrangersi con i tiri dagli undici metri di Daleszczyk (ottima parata di Giuliani) e Di Criscio, che spara alto il rigore decisivo.
Si scatena la festa sulle tribune ed in campo, la Juventus si prende lo scudetto 2017/18.
Siamo la prima società che al primissimo campionato di serie A riesce a vincere lo scudetto…siamo nella storia!afferma felicissima Sara Gama, capitano bianconero e della Nazionale. E come darle torto. E’ successo proprio così, la Juventus come altre società in passato, ci ha creduto, ci ha scommesso ed ha vinto. Tanto è difficile chiederle di più, quanto è facile però sperare che tutto ciò continui a muoversi, in una sola direzione, per emergere.
Il Calcio è anche donna, il calcio è di chi lo ama. Non apriamo parentesi questa sera sull’organizzazione, sulla premiazione, sulla gestione mediatica dell’evento, e bla bla bla, ci sarà tempo per ogni cosa, teniamoci negli occhi lo show di 22 e passa ragazze che hanno dimostrato una passione ineguagliabile. Però mentre loro continueranno a correre dietro ad un pallone, cara Italia del calcio, cara Figc che proprio pochi giorni fa ti sei svegliata dal tuo torpore accorgendoti che esistono anche donne calciatrici, inizia a correre va che siamo indietro anni luce e che magari, dopo stasera, qualcosa in più l’hai capito, quantomeno ciò che ti sei persa fino ad oggi.
Per il resto…fino alla fine forza Juventus! Onore a voi.

Sono due giorni che cerco le parole e non le trovo, non ci riesco. Forse domani sarà tutto più chiaro o forse non lo sarà né domani né mai, forse ho bisogno di commuovermi per toccare con mano una commozione che ho dentro e che fatico ad esprimere e per capire cosa sarà di noi senza te.
Più di un buon amico che ho apprezzato per aver sempre detto ciò che gli passava per la testa, più di un amore corrisposto e protetto con le unghie e con i denti, più di una lunga serie di sogni coincisi e meravigliosamente condivisi, più di una lezione di stile e di una sbottata quando la pazienza va a puttane scontrandosi con un destino un po’ troppo beffardo, più delle scuse che ne sono seguite, più di un mondiale che in qualche modo ci ha segnato la vita, più di un’esplosione di colori in uno stadio nuovo, nostro, destinato a diventare teatro di una lunga serie di spettacoli da brividi, più della tua umiltà, più di un rigore parato a Figo, più di un riflesso prodigioso su sua maestà Iniesta, più di un paio di occhi azzurro cielo stampati su chissà quante immagini e sul mio cuore, più di un’emozione tagliente che ha superato di gran lunga le aspettative, che non ha mai illuso, che ha contemplato il giovane talento prima e la maturazione di un uomo divenuto campione e storia e leggenda, più di un abbraccio fra due capitani che non si sono scambiati la fascia ma la corona, più delle lacrime di bambino in quel San Siro devoto ed incredulo in attesa solo di notti estive e magiche, da vivere ancora insieme, più della serenità e dell’umanità di un ragazzo che ci ha sempre creduto, che ha sempre lottato, con noi e per noi, più di quella Coppa del Mondo sollevata sotto il cielo di Berlino…più di tutto e tutti ci sarai tu Gigi Buffon.
Imperfetto, autentico, unico, anzi UN1CO.

Grazie di tutto, portierone, grazie di tutto Gigi Buffon.