Impossible to forget…tredici anni fa, campioni del mondo.

È un ricordo troppo vivo per essere cancellato, è un’emozione ancora così forte per finire nell’oblìo, è un sogno che ancora vive nella memoria di tutti, appassionati e non, e che dà ancora speranza per il futuro.
Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, il cielo è azzurro sopra Berlino.

Quattro giorni prima Fabio Grosso, quattro giorni dopo ancora lui, Fabio Grosso per scrivere la storia di una nazionale che tanto ci fa arrabbiare molto di più rabbrividire…

…ovunque eravate allora, ovunque siate oggi, ovunque sarete domani, fra un anno, fra mille, tutto questo non lo dimenticherete mai, tutto questo non lo dimenticheremo mai.

Grazie Italia!

Chiudete le valigie, andiamo a Berlino! E chi se lo scorda più quel 4 luglio 2006? Chi se lo scorda quel Mondiale?
Il gol liberatorio di Grosso, la perla di Del Piero, del mio Ale, con il mio ex che disse: “Se segna Del Piero mi faccio prete”, prete non lo è diventato ma un calcio in c…gli è arrivato comunque qualche tempo dopo.
Sono passati tredici anni eppure rivedere quelle immagini per 384209490236417172 volta mi fa venire gli stessi identici brividi. Incollata a quel televisore insieme alla mia famiglia, per poi correre in piazza fino a notte fonda, con l’acqua della fontana che non bastava per gavettonarci tutti né tantomeno la voce per gridare al cielo quanto fosse bello giocarsi una finale mondiale…di lì a 5 giorni la storia.

Non so voi ma anche oggi, nemmeno oggi, sono riuscita a fare a meno di guardare queste immagini e allora lasciateci vivere nei ricordi se i ricordi sono questi.

ph. rompipallone.it

https://youtu.be/VvwquHt-yIg

Salvarti sull’orlo di un precipizio, quello che la musica può fare…“, ma anche raccogliere 5000 fans al Rugby Sound Festival per Max Gazzè. 
Presso la suggestiva location di Legnano, dove è già partito l’evento dell’estate ovvero quel Rugby Sound Festival giunto ormai alla ventesima edizione, si sono radunate 5000 voci e 10000 occhi che si sono lasciati cullare dalle note del famoso cantautore romano.
Ieri sera, infatti, è stata proprio la volta di Max Gazzè che ha riservato una tappa del suo tour 2019 ai legnanesi (e non solo) e che con una semplicità disarmante ed un briciolo di timidezza, ha letteralmente addolcito un’atmosfera estiva bollente.
Gazzè, che va così ad allungare la lunga lista di ospiti illustri che hanno calcato il palco del famoso festival, prossimi Gazzelle, Timoria ed Omar Pedrini e J Ax con gli Articolo 31, non ha assolutamente deluso le aspettative.
La folla ha saputo ballare, ascoltare, sciogliersi ed emozionarsi. Tutti i successi più conosciuti hanno abbracciato un pubblico attento capace di apprezzare anche quei pezzi che “Davanti a tutti li cantiamo oggi per la prima volta, o forse seconda, se facciamo errori non fateci caso eh“. Il cantautore ha scherzato ma ha anche trovato la chiave per colpire là dove, forse, qualcuno potesse avere dubbi su un artista che le luci della ribalta le ha sempre un po’ smorzate, accettandole “solo” quando aveva realmente qualcosa da dire. E basta ascoltare i suoi testi per rendersene conto, curati in ogni dettaglio, ricchi di messaggi più o meno espliciti, ricchi di amore, ma anche evidenziatori fluo di una dedizione incredibile verso quello che è il suo mondo, la sua musica.
Un bassista odia la chitarra, la odia perché è piccola, ha i tasti piccoli, ma per questo pezzo pare necessaria” e allora via con “Potranno mai le mie parole esserti da rosa, sposa“.
Non sono mancate poi Cara Valentina, Teresa, I tuoi maledettissimi impegni, Mentre Dormi, La vita com’è, Favola di Adamo ed Eva, Il solito sesso, L’uomo più furbo, fino alla conclusione ampiamente richiesta con Posso, il pezzo portato recentemente al successo con Carl Brave.
Grazie, grazie di cuore, a parte il caldo e le zanzare è stato bellissimo“, dichiara alla fine prima dell’ultimo inchino insieme alla sua band.
Ed è così che quelle 5000 anime hanno abbandonato il pratone del Rugby Sound Festival , con un originale sound nelle orecchie e con la purezza di un artista che non ha certo elemosinato brividi.

credit foto: Elena Di Vincenzo – Shining Production

Per una volta possiamo dirlo: del mondiale di calcio femminile se ne è parlato in lungo ed in largo, quasi da non credere e stavolta, mai come stavolta, ne siamo davvero estasiati.
Questa sera alle ore 21 il calcio d’inizio tra Francia – Corea del Sud darà il via all’8° edizione del campionato del mondo di calcio tutto al femminile, campionato che si concluderà il 7 luglio.
Chi alzerà l’ambito trofeo? Saranno le campionesse uscenti degli Usa? O le padrone di casa della Francia? E l’Italia, la nostra Italia, saprà stupire ancora?

Per parlare delle azzurre e di un sogno che torna dopo venti lunghissimi anni ci sarà tempo visto che l’esordio è previsto per domenica ore 13 contro l’Australia, ma per tutto il resto vi riporto qui di seguito un link da cui attingere ogni informazione possibile per non perdersi nulla, ma proprio nulla, di un evento che saprà colorare con un tocco pink (ma non troppo) un’estate che non è estate senza un Mondiale di Calcio.

E noi azzurre ci siamo, stavolta.

 

Per tutte le info sul Mondiale di Calcio Femminile clicca QUI

Togli la ragione e lasciami sognare in pace…

Se qualche anno fa mi avessero detto “Parteciperai ad un evento di beneficenza, a tinte bianconere, in un lussuoso hotel vista lago, con la presenza di 180 persone vestite di tutto punto, tra cui il presidente della Juventus Andrea Agnelli, Fabio Paratici, la coach Rita Guarino e una serie di giornalisti di un certo spessore e ne scriverai anche un pezzo”, beh, mi sarei ammazzata dalle risate. Ed invece, stanotte, con l’orologio che segna le 2.07, le poche ore di sonno accumulate nelle ultime settimane, non c’è verso di dormire. L’adrenalina mi fa ancora tremare il cuore e sento le gote sorridere mentre lo sguardo si colora della luca dei sogni, ma non quelli che si fanno ad occhi chiusi, quelli che senti sulla pelle quando è pieno giorno e quando l’orizzonte sembra così vicino da poter essere sfiorato con la mano.
Sono qui a cercare le parole, guardo questa tastiera nella speranza che le frasi giuste prendano forma da sole, mi torturo i boccoli e sento, d’un tratto, le guance calde mentre lacrime incomprese e prigioniere da troppo tempo di una cassaforte dorata senza combinazione, vanno a caccia della loro via di fuga. La bocca prova ad assaporarle mentre le narici si riempiono del profumo di una serata indimenticabile, il profumo di buono, il profumo del vento che spazza via le nubi e che mi fa scorgere il cielo di primavera.
In questa stanza buia cerco i dettagli di una vita che danno senso alla mia follia, una follia che sperpera doni e che, come i bambini nel giorno di Natale, mi osserva curiosa scartarli, con i fiocchi fra le dita e le carte stracciate in giro per casa. Da lì al caos è un attimo perché lo so bene che la lista dei desideri è sempre troppo lunga, ma so anche che ogni qual volta inizi a scriverla, a ridimensionarla, a cambiare l’ordine dell’elenco puntato, diventa la lista di qualcun altro ed io, al mio cuore, non posso più fare questo. Per tutte le pugnalate ricevute, per tutte le volte in cui ho lasciato che venisse messo al tappeto dalla ragione, per tutte le volte in cui è stato frantumato in mille pezzi e per tutte le volte in cui, quei pezzi, non combaciavano mai, ora so che è il suo tempo e che il segreto è lasciarlo volare in alto dove non esistono vertigini che tengano per non sfociare nelle acque dei mari inesplorati.
Come su una barca che sa quale rotta seguire, che sa quanti viaggi deve ancora da affrontare, ho preso il timone e l’ho messo nelle mani del mio cuore, consapevole che non esista posto più sicuro al mondo.

Libero com’ero stato ieri, ho dei centimetri di cielo sotto i piedi, adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori…sono nuvola e tra poco pioverà, e non c’è niente che mi sposta o vento che mi sposterà…

…Togli la ragione e lasciami sognare in pace”.

 

Se non avete visto correre almeno una volta Ayrton Senna non sapete niente di formula uno. E non sapete niente di motori, di quattro ruote, di velocità e di adrenalina.
Lui era il pilota per eccellenza, quello che amavi e tifavi a prescindere, quello che ti teneva con gli occhi incollati alla tv per un paio d’ore la domenica dove non capivi mai il confine fra il rombo di quel motore ed il tuo cuore.
Finché un giorno di venticinque anni fa quegli occhi si riempirono di lacrime perché a tutti i magnifici rumori dell’ennesima domenica di formula uno si aggiunse quello di un botto fortissimo, proprio come se un’automobile si schiantasse su un muro a 350 km/h.
Successe esattamente così. E successe ad Imola. Mio padre sobbalzò sulla poltrona, io non sapevo da che parte guardare affinché scorgessi anche un briciolo di realtà che non era quella sotto gli occhi di tutti.
Ayrton Senna se ne andò così, tra lo sgomento del mondo e l’incredibile passione dell’amare all’inverosimile ciò che si fa.
Ma venticinque anni dopo, sai bene che la leggenda di Ayrton Senna non è mani andata troppo lontano da quelle piste, fra le sue mani c’è ancora quello stesso volante che ha tradito la sua fiducia e gli ha spezzato la vita,  e sotto il suo piede quel pedale che lo ha spinto oltre ogni limite, fino ad arrivare là dove nessuno è più riuscito a prenderlo. Perché Ayrton Senna non ha mai avuto eguali, perché Ayrton Senna non avrà mai eguali.
1 maggio 1994

Pensi di avere un limite, così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E Immediatamente riesci a correre un po’ più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione, al tuo istinto e grazie all’esperienza. Puoi volare molto in alto“- Ayrton Senna

La cosa più importante è essere te stesso, senza permettere a nessuno di ostacolarti, senza essere diverso perchè qualcuno vuole che tu sia diverso. Devi essere te stesso. Molte volte farai degli errori a causa della tua personalità, del carattere o delle interferenze che puoi trovare lungo il cammino. Ma solo così puoi imparare: dai tuoi errori. E’ questa la cosa principale: utilizzare gli errori per imparare. Io credo nell’abilità di concentrarsi profondamente, in modo da rendere e progredire ancora di più“. – Ayrton Senna

Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita“. – Ayrton Senna

 

I love football.
E lo dico oggi per l’ennesima volta, dopo l’ennesima stagione di calcio dilettanti che si chiude, dopo l’ennesima annata di salti mortali ed emozioni infinite, dopo l’ ennesima domenica fatta di mille parole, ed ennesimo magone che mi sovrasta quando mi rendo conto che da qui a tre mesi sarà tutto un po’ diverso.
È facile guardarsi indietro ora e capire come tutto possa trovare il proprio posto, vivere la settimana novanta minuti per volta, in realtà, ha sempre un significato più profondo della leggerezza che scorre poi, insieme ai titoli di coda e al sipario che cala. Le domande che hai posto agli altri, d’un tratto, ti piombano addosso e lo sai che per le risposte ci vuole tempo e pazienza, ma ancor di più ci vogliono i dettagli. 
Gli occhi di quel bambino che non stava nella pelle nell’entrare in campo con bomber della prima squadra, possono bastare? Quel pres che ti abbraccia con lo sguardo commosso e ti ringrazia per esserci stata passo dopo passo, significa davvero qualcosa?
Il giocatore che la domenica sera ti scrive per un 5 di troppo e che prova a spiegarti il suo punto di vista non senza presunzione non senza umiltà, sono boccate d’ossigeno, certezze o grattacapi?
Quella coppia di nonnini così dolci che ti aspettano con la caramella in mano sono simbolo d’affetto nonché ricordo di un passato che tu non hai più?
La battuta prima di entrare in campo, per sdrammatizzare una tensione che c’è eccome, il selfie post vittoria, lo sfottò genuino, la scaramanzia che è d’obbligo, il seggiolino scomodo, il tifoso che ti tiene l’ombrello e ti offre il caffè, le storie che senti raccontare in tribuna, l’abbraccio tra due avversari che se le sono date per novanta minuti ma che poi “più amici di prima”, la testa alta di un capitano che non ne vuole sapere di mollare, nemmeno se sei sotto 3 a 0 e mancano 5 minuti, il coraggio di un mister che erge ad eroi i suoi ragazzi, difendendoli a spada tratta, la cattiveria gratuita di chi “Va beh ma sei donna, che ne sai tu” o di chi pensa di non essere sentito quando gli dai le spalle dopo la foto e mica lo sa che avete una passione in comune grande quanto una casa, le interviste del giovedì, la scelta accurata su chi mettere in luce, il “chissà se è abbastanza, chissà se ho fatto bene, chissà se questa frase è giusta così“, il vocale col collega, lo sfogo di un ragazzo che di fronte ad infortunio non sa dove aggrapparsi, la gioia di un padre che “Signorina, è il primo gol in prima squadra”, l’adrenalina dello spogliatoio che respiri non appena intravedi il campo di quella domenica…

…ma da che parte pende la bilancia?

Vorrei saperlo, ma non l’ho ancora capito. Metto tutto sul piatto poi, non appena mi scorgo per leggere i numeri, chiudo gli occhi e schiaccio sul pulsante tilt. Come un film che alla velocità della luce si ripresenta nella tua testa, rivedi tutte ma proprio tutte le immagini, del campo, dei pezzi scritti, dei chilometri percorsi, di quegli occhi neri che non saranno mai come nessun altro paio di occhi.

Da che parte pende la bilancia non lo so mai, la verità è che non mi interessa saperlo, mi bastano i brividi, i nodi allo stomaco, il rossore sulle guance ed i miei occhi bassi quando “Sei bravissima, grazie per tutto quello che fai per noi”, ed i brividi sulla pelle. E se volete misurarli provateci voi e poi fatemi sapere, io non ci sono ancora riuscita.

Ci sarà tempo per dividere gli affetti dalla necessità di avere nuovi stimoli, io dopo queste trenta faticose giornate, nonostante tutto, sto già iniziando il conto alla rovescia e vado a nanna convinta, per l’ennesima volta che no, non è solo un gioco. 

I love football. I love my work.

 

Sabato è successo qualcosa di incredibile e di impensabile fino a qualche tempo fa.
Una squadra di calcio professionistico ha vinto lo scudetto sia con la formazione maschile che con quella femminile, ed il tutto è successo in Italia, a Torino, alla Juventus.
Non sono qua per raccontare record, 8 di fila, nessuno in Europa, due consecutivi in due anni di vita, ecc., i numeri parlano da sé e non c’è bisogno di aggiungere altro, in realtà non sono qua per raccontare nulla ma per godermi lo spettacolo, per lasciare che il mio lato di tifosa prenda il sopravvento e per vedere e rivedere delle immagini che mi facciano brillare gli occhi. E poco m’importa dell’immondizia che ho letto sul web in questi giorni, siamo abbastanza forti per farci scivolare addosso tutto, per rimanere in piedi dopo l’ennesima batosta europea, per non cadere nelle provocazioni di gente che vive di alibi, noi che gli alibi non sappiamo nemmeno dove stiano di casa.
Noi siamo quelli del “Fino alla fine” in un legame di cui si conosce solo il principio. 
E allora per tutti quelli che ancora ci credono e che non smetteranno mai di farlo, per tutti quelli che sono ancora troppo incazzati per arrendersi dopo una sconfitta più dura di un pugno allo stomaco o ancora di più al cuore, emozionatevi guardando il bianco ed il nero sventolare là dove nessuno a sfiorarlo, cucito addosso a uomini e donne che non solo altro che i NOSTRI eroi.
Tu chiamale se vuoi…emozioni!

https://www.facebook.com/giovaalbanese/videos/2122744021348802/

 

 

 

 

Gabriel Omar Batistuta ha colpito ancora un po’ come faceva con quelle esultanze in cui, finta mitraglietta in mano, sparava scatenando tutta la sua adrenalina.
Poco più di un mese fa il mondo del calcio (e non solo) si era prodigato per fare gli auguri all’attaccante argentino che ha raggiunto il mezzo secolo, oggi il Re Leone torna a ruggire e lo fa in modo diverso, nella maniera più dolce possibile. Già perché quando si parla di famiglia, di figli, di insegnamenti, di lezioni di vita, anche il cuore tutto d’un pezzo di un gigante che ha scardinato senza parsimonia le difese di ogni squadra avversaria, prende connotati diversi e si lascia andare, non troppo lontano o là dove il controllo pare superfluo, ma si lascia andare seguendo le frecce in cui giusto e buon senso capeggiano come immagini al led.
Ecco perché la breve storia emersa da un’intervista rilasciata da Batistuta sta non solo facendo il giro del web e riscuotendo successo, ma sta anche regalando (nuovamente) il lato umano di un uomo in un momento in cui, e ancora una volta, il calcio sia tutto soldi, var, arbitri, titoloni ignobili di giornale e tette al vento, nonché ruoli dirigenziali improvvisati e buoi che danno dei cornuti agli asini.  Niente di nuovo insomma.
Allora andiamo con ordine e raccontiamo questa storiella, poi teniamocela stretta che male non fa. Perché succede anche che in un periodo un po’ particolare della tua vita caschi a fagiolo e allora sai che non è il Gabriel Omar Batistuta di turno a farti capire quello che in fondo hai sempre saputo e difeso, ma sono comunque questi piccoli aneddoti lontani anni luci da te a dare forza e vento ad una ruota che gira perché “Quando sembra tutto fermo la tua ruota girerà, sopra il giorno di dolore che uno ha”…o prima o poi, gira davvero.

Giornalista: “La gente si chiede: come è possibile che il figlio di Batistuta (Joaquin 20 anni) lavori in una copisteria? Non voglio sminuire un lavoro assolutamente degno, però è qualcosa di insolito”.
Batistuta: “Che i miei figli lavorino, per me, è come poter regalare loro la dignità”. Potrei permettermi di regalare ai miei figli delle auto nuove e di lusso, ma non so quanto si sentirebbero felici, o almeno quanto potrebbe durare quella felicità. Io so che magari prendono l’auto, si fanno un giro per le vie del centro e le ragazze, o la gente, li guardano. Molti potrebbero pensare “Ah, però, guarda che auto che ha”, e questo li potrebbe imbarazzare, perché dentro di loro sanno che quell’auto non è veramente loro. Non c’è paragone col guidare un’auto magari meno bella e potente, ma di cui poter dire: “Questa me la sono guadagnata da solo”.

Le parole talvolta non servono, alleviano un po’ il dolore, soffiano sulla ferite, proiettano momentaneamente in altre dimensioni, ma non servono a cambiare le cose, a dare nuove speranze e nemmeno a voltare pagina. Il dolore fa parte del percorso, bisogna saperci convivere, bisogna riuscire ad inglobarlo in un angolo di se stessi e bisogna trovare il coraggio, la forza di ripartire, in un modo o nell’altro.
Lo sgomento di un anno fa lo ricordo bene ed è quasi lo stesso di adesso quando mi imbatto in una missiva che è una carezza sull’anima, non trovo altro modo per definire il coraggio e la purezza di un padre ed una madre che riescono ancora a sentire il battito del proprio cuore e che riescono ancora a respirare nonostante la rabbia per quella stessa vita, tanto amata, e tremendamente crudele.
Un anno fa se ne è andato Davide Astori ed io non voglio dire niente se non invitarvi a leggere le parole di una madre ed un padre che stanno compiendo un vero miracolo, ovvero andare avanti affidandosi ancora e nonostante tutto al sentimento più profondo: l’amore.

Un anno senza Davide non si può raccontare. Non esistono le parole, ma forse neanche servono, perché in fondo quello appena passato è stato un anno CON Davide, in un modo diverso e che non avremmo mai voluto scoprire, ma comunque insieme a nostro FIGLIO.

Ecco, INSIEME è la parola che vorremmo pronunciare più forte, ma non possiamo. La nostra voce oggi non è più quella che Davide ha sentito sin da bambino e forse adesso farebbe fatica a riconoscerla, perché il dolore l’ha cambiata per sempre.

Per questo non riusciamo a leggere questa lettera e affidiamo a voi i nostri sentimenti, così come tanti amici hanno fatto in questi giorni in cui il ricordo si è fatto inevitabilmente più intenso.

Per noi Davide NON È UN RICORDO che si attenua o si riaccende a seconda delle circostanze, semplicemente perché Davide non è un ricordo: Davide è una PRESENZA.

Davide è vicino a noi ogni istante. Lo vediamo nella nostra splendida nipotina Vittoria, un piccolo miracolo che ci fa trovare il coraggio di lottare contro la tristezza ogni giorno. Lo rintracciamo nelle parole di molte persone, anche sconosciute talvolta, che hanno il bisogno di testimoniarci quanto Davide sia per loro un riferimento, un esempio, a volte uno stimolo per affrontare i momenti più duri. E poi lo ritroviamo nei racconti di chi lo ha conosciuto, degli amici che hanno condiviso con lui gli attimi più felici della sua vita, racconti che ci fanno sentire ancora il suono contagioso della sua risata o quello più profondo della sua saggezza, a volte troppa per un ragazzo così giovane.

Tanti in questi mesi ci hanno detto che il nostro Davide era speciale, dotato di una GENTILEZZA rara, spesso disarmante. Ed è vero. Davide non doveva sforzarsi per esserlo, è sempre stato così, sin da bambino: naturalmente, istintivamente, gentile. Ma guai a scambiarla per debolezza o remissione: era la sua FORZA. Davide era fortissimo, era la roccia a cui aggrapparci. Per questo noi oggi cerchiamo di essere forti come lui, ma soprattutto come lui ci vorrebbe. È la nostra SFIDA quotidiana, durissima, ma ci proviamo. Grazie a Davide, che ci ha lasciato l’eredita più preziosa che si possa desiderare: un amore infinito. Quello della gente per lui, quello di Davide per la gente, ma soprattutto quello di Davide per la vita.

Continuate a ricordarlo e non stancatevi di raccontarlo. Rivederlo sorridere in una foto, osservarlo correre nelle immagini, sentirlo nei vostri aneddoti non ci fa soffrire: per noi è come RIABBRACCIARLO ogni volta“.