Catartico: che purifica interiormente e porta ad una contemplazione comprensiva e superatrice della colpa e delle passioni.
E di passione qui ce n’è da vendere, di colpe una sola, quella di non sentirsi un eroe.
E così che sono state definite le lacrime di Sinisa Mihajlovic allenatore del Bologna, alle prese da 4 mesi a questa parte con uno dei quei mali che non augureresti nemmeno al tuo peggior nemico.
La conferenza stampa dello scorso venerdì ha raccontato molto di più del pre partita di Napoli – Bologna, ha per l’ennesima volta visto un guerriero posare la corazza e dare il là ad una confessione che pare un inno alla vita, uno spunto verso il coraggio preso a due mani che se ne fotte delle difficoltà e va a caccia delle cose belle. O quelle di cui ne valga la pena.
L’ho riascolta e riletta più di una volta per non perdermi i dettagli, avevo voglia di avvicinare la lezione il più possibile ai miei occhi e alla mia mente. Mi sono soffermata su alcuni passaggi, quel “Ti amo amore mio” è poesia allo stato aeriforme, quel “Mia moglie è l’unica persona al mondo con più palle di me” è poesia allo stato solido. Il mix dà vita ad un’opera d’arte non da collezione o da tenere in libreria a prendere polvere, è un libro da tenere sul comodino e di cui leggere un paio di pagine per volte ad ogni risveglio e prima di coricarsi la sera.
“Ho pianto, non ho più lacrime, mi sono rotto le palle di piangere” è un altro dei passaggi che mi ha rapita. Una scarica di adrenalina, una botta di vita; il modo con cui viene pronunciata questa frase, la determinazione, la fermezza, sono tutto: è come mettersi una T-shirt bianca, scambiandola per un giubbotto antiproiettili, e buttarsi a capofitto nella guerra uscendone poi intatti, con pochi graffi e più vivi che mai.
I ringraziamenti, l’amore per i figli, le lodi verso lo staff medico, la cazziata riservata ai giocatori presentatisi di soppiatto solo per una sorpresa, le risate, la commozione: un’ora e mezza di una conferenza stampa che va oltre. Ecco come si è sentito chi ha pesato tutte le parole di questo sfogo, si è sentito completo. Si è sentito pieno, integro e indistruttibile.
Hai ragione su tutto Sinisa Mihajlovic, hai ragione su tutto, anche quando dici di non essere un eroe: sei di più, sei molto di più. Sei un esempio gigantesco e non so se tu abbia idea di quanto l’umanità abbia bisogna di Uomini come te.
AAA offresi tattoo indelebili: No To Racism.
E non sono mai stata così seria. Se avete voglia di essere alla moda, se i tatuaggi sono la vostra passione, se vi piace l’inchiostro sotto pelle, ci penso io ad accontentarvi. Recatevi dal vostro tatuatore preferito e fatevi incidere possibilmente sulla fronte un scritta a caratteri cubitali: NO TO RACISM.
Il weekend calcistico che ci siamo appena lasciati alle spalle ha raccontato, tanto per cambiare, di quei tifosi super fighi che vanno allo stadio solo per idolatrare i propri idoli e del solito sfigato di turno, in arte Balotelli, che non aveva voglia di tirare calci ad un pallone per la sua squadra e che così si è inventato di aver sentito sfottò fasulli per mandare tutti al diavolo.
In sostanza avete ragione voi. Voi che vi lamentate per gli straordinari non pagati, perché la mensa a scuola costa troppo, per i parcheggi dei disabili occupati da chiunque sia, per i call center che vi rompono i coglioni a qualsiasi ora, perché il TG racconta solo di fatti spiacevoli, per la scollatura di Belen, se siete donne, per le mutande Yamamay di CR7, se siete uomini, che tra parentesi se solo le mutande si mettessero in testa potrebbero almeno proteggere quei pochi neuroni funzionanti che vi sono rimasti.
E ancora: Renzi è un pirla, Salvini non ne parliamo, Di Maio chi? E a votare cosa ci vado a fare? Che spreco di tempo, meglio gettarsi con le chiappe in acqua già a maggio, in una delle vostre case al mare che vi ha regalato il papy per i 21 anni e di cui, ovviamente, IMU pari a zero. Che poi cosa sarà mai un 730? Bah, numeri a caso.
Tra l’altro in tutto ciò, mentre scrivo questo post delirante, in tv passa Vasco Rossi e la sua nuova canzone. Ma io dico: Vasco Rossi, che nella sua vita Spericolata ha fatto più danni che la grandine, non potrebbe quanto meno andare lasciare spazio a Benji & Fede, Shade & Co? Con tutto il rispetto per Benji & Fede e Shade, sia chiaro.
Prego, fate pure: continuate a lamentarvi dell’immondizia che trovate ogni volta che scendete le scale di casa vostra, ma la raccolta differenziata non sia mai, troppo sbatti.
E con questo chiudo perché in fondo penso che la futilità degli imbecilli sia un enorme parassita che la società non riesca ancora, oggi, alla soglia del 2020, a scrollarsi di dosso. E so che se qualcuno di voi, IMBECILLI, dovesse per caso leggere queste righe potrebbe non capire nulla, allora oltre il tattoo NO TO RACISM vi dò un altro consiglio: mangiatevi un bel casco di banane, contengono potassio, aiuta la riduzione dei crampi. Anche al cervello. E ne vado tanti inceppati.
Ps. Caro Balotelli, confesso di non aver mai avuto chissà quale simpatia per lei, forse perché non ho mai apprezzato i famosi “Ha talento ma non si applica”. Oggi però, mentre mi spaccavo il culo a lavoro, o meglio nella pausa pranzo che ha spezzato la mia giornata di circa 10 ore lavorative, mi è caduto l’occhio su una sua storia Instagram in cui diceva, fra le altre cose, “Quando Mario faceva e vi garantisco farà ancora goal per l’Italia vi sta bene vero?”. Ecco. A me Mario sta sempre bene, è un uomo, un padre, che merita il massimo rispetto e che forse, per chi la conosce meglio, merita anche altro. Ma da quando è tornato al Brescia punto anche su Balotelli perché sì, l’Italia ha bisogno di lei, e la maglia azzurra le calza a pennello. Non è mai troppo tardi per sognare, né per farci sognare.
Pps. Sua figlia Pia è stupenda 💜

Il Signore degli Anelli, mezzo secolo, cinquant’anni tondi tondi: buon compleanno Jury Chechi.
La tua storia parte da quel fisico magrolino, da un approccio in palestra nato per seguire una sorella maggiore, passa per il corpo libero che troppo libero, poi, da un giorno all’altro, dopo la rottura di un tendine d’Achille ad un mese dalle Olimpiadi (Barcellona 1992), non lo è più stato, le ali si incastrano in un cassetto privo di luce e da uno squarcio di cielo si finisce in prigione. Una prigione immensa, buia, lontana da tutti i tuoi sogni.
Ma se dentro di te hai il talento e l’animo di un campione vero e non di ometto qualunque, allora tutto cambia e dalle disgrazie trovi le opportunità che ti cambiano la vita. E così decidi di aggrapparti con tutte le tue forze ad un paio di anelli perché basta la testa immersa in damigiane di umiltà, a quel punto tocca ai piedi staccarsi da quel terreno che pare un ancora di piombo. Ci sono metalli più preziosi da collezionare, ci sono sogni d’oro che al risveglio, di puro oro, hanno dipinto anche la realtà.
Il mondiale di Birmingham 1993, di oro, vale quello mondiale, l’Olimpiade di Atlante 1996 permette il ricongiungimento perfetto tra le utopie di un bambino con i capelli rossi ed un destino beffardo rivelatosi, in realtà, bacchetta magica.
Ma i campioni sono campioni quando prima di diventarlo sono uomini e quando restano uomini anche se le luci della ribalta si spengono ed il sipario cala, cala come un tramonto di cui non si dimenticano i colori ma che ad un tratto, in un orario non ben definito, lascia posto alla notte. La pazienza dell’attesa, la determinazione nel cercare una nuova luce, la promessa ad un padre che vale un nuovo anno di sacrifici ed un’alba che fa rima con bronzo ad Atene 2004 dal valore inestimabile, riportano l’uomo, quell’uomo, Juri Chechi, sul gradino di un podio alto, più o meno, quanto l’Everest.
Ecco perché mezzo secolo de “Il Signore degli Anelli” è il racconto di anelli di una catena spezzata dalla determinazione di un ragazzino che ha saputo prendersi la sua libertà giganteggiando in tutto il mondo con i suoi centosessanta centimetri.
“Posso considerarmi un uomo fortunato per ciò che è accaduto. A posteriori cambierei alcune cose, ma ho fatto sempre il massimo per raggiungere i miei obiettivi e quindi non ho rimpianti” (Vanityfair.it).
Le mani, come diamanti, attaccate ad anelli che non trovano banali posti tra le dita ma tra le nuvole, e noi, privilegiati, ad ammirare tanta bellezza e quel tricolore, poche volte così in alto, poche volte così prezioso.
Buon compleanno mito, buon compleanno Jury Chechi.
Dicono che il principe azzurro non esista più e forse hanno anche ragione, i galantuomini sono di un’altra epoca, le buone maniere lasciano il tempo che trovano, ma se ti guardi indietro ed incroci quegli occhi ghiaccio di Claudio Marchisio, allora sai che il principino è d’altri tempi.
E proprio quel principino così, in una tiepida mattinata torinese, dice addio al mondo del calcio e lo fa a casa sua, all’Allianz Stadium, su quel prato verde che arrossisce ricordando l’eleganza delle sue giocate.
Ieri, caro Claudio Marchisio, è stato il tuo giorno, un giorno qualunque, senza luci della ribalta, senza eventi particolarmente folcloristici, un giorno che, nella discrezione più totale, ti sei preso fino a farlo diventare il tuo giorno. Nessun giro di campo, la tua famiglia e qualche addetto ai lavori intorno, non un pubblico emozionante a farti da cornice e non mille bandiere lì, pronte a sventolare. Fondamentalmente c’eri solo tu e il tuo sogno.
Ho perso il conto della volte in cui tu abbia ripetuto questa parola nell’arco di un video di pochi minuti che solo oggi ho voluto guardare, incredula, commossa. A 33 anni si potrebbe avere anche della rabbia per una carriera, splendida, che in realtà non è terminata con il giusto commiato né tantomeno con un trofeo sotto il braccio, a 33 anni, nonostante gli anni più floridi dovrebbero essere già alle spalle, si avrebbe ancora molto da dare a quel mondo, a quel pallone che rotola, su quel campo che è sempre stato casa.
Ed invece, la consapevolezza che il fisico non sia più in grado di giocare ai livelli a cui hai sempre meritato di stare, ha prevalso sulla mente, ed il cuore, come tu stesso hai detto, ha avuto la meglio su tutto il resto. Ci sarebbero potuti essere altri soldi, altre maglie, nuove soddisfazioni, altri traguardi, ed invece, basta così. Nel silenzio di un giovedì di ottobre, basta così.
Avresti meritato applausi a scena aperta per tutto quello che hai fatto, per tutto quello che sei stato, un esempio in primis, un centrocampista da urlo, un uomo di una grandezza immensa.
E allora, caro Claudio Marchisio, ci hanno pensato i social a rammentare un gigantesco album di ricordi, frutto di una carriera ineccepibile, frutto di un carattere tanto determinato quanto buono, mix giusto per quella fiaba bianconera.
Messaggi Social, un’ondata d’affetto
Il tuo sogno. Un lungo cammino, una splendida storia. Ed è stato bellissimo viverla insieme. – Juventus FC
Amico mio, il prossimo capitolo sarà ancora più bello. Grazie di tutto! – Dybala
Tanti anni insieme, dentro e fuori dal campo. Tante gioie e qualche sofferenza vissute fianco a fianco ci hanno fatto diventare grandi e tu con questa maglia sei stato un grande sin da piccolo. Un piacere aver giocato accanto a Te, Principino. Ora goditi questa nuova vita e tutte le avventure e le esperienze che ti riserverà. In bocca al lupo». – Bonucci
Un percorso senza ostacoli probabilmente non porterebbe da nessuna parte, Buona strada Claudio!». – Buffon
Grazie per quello che hai dato al calcio, grazie per quello che hai dato alla Juventus ed alla nazionale italiana. Il tuo immenso talento, la tua eleganza e la tua educazione ti hanno fatto diventare un grandissimo campione nel rettangolo da gioco,sono sicuro che con queste grandi qualità non farai fatica a realizzare i tuoi nuovi grandi obiettivi. – Perin
Una maglia prestigiosa e leggendaria, ma anche impegnativa e tu Claudio hai insegnato a tutti noi come indossarla, con generosità e responsabilità. Grazie di tutto Cla. – Pjanic
È stato bello veder crescere quel bambino e condividere con lui un bel pezzo di strada, con la maglia della nostra vita. In bocca al lupo per il tuo futuro Claudio! – Del Piero
Siamo orgogliosi e felici di averti visto indossare la nostra maglia; in bocca al lupo per il futuro – Fc Empoli
Sono sicuro che qualunque sogno tirerai fuori dal cassetto, saprai metterci la classe e la passione di sempre. – Giovinazzi
Mi è piaciuto vederti giocare, ma ancor di più competere contro di te. Oggi il calcio è un po’ meno calcio. Grazie di cuore per tutto – Iniesta
…Chissà se tutto questo lo avevo previsto anche quando dalla provincia di Torino sognavi solo di poter giocare con la tua squadra del cuore.
Grazie di tutto, Claudio Marchisio, principino d’altri tempi, giocatore, centrocampista, uomo UNICO.
Quando Alessandro Del Piero lasciò la Vecchia Signora disse: “Non voglio che venga ritirata la maglia numero 10 della Juventus affinché i bambini possano sognare di indossarla”, allora sono certa che in tanti, ma proprio in tanti, nei più sperduti campi del mondo, sognano la maglia bianconera numero otto perché l’ha indossata Claudio Marchisio.
Potremmo parlare di numeri, perché in fondo il calcio è anche questo, ma se fosse solo numeri parleremmo di giocatori come macchine e non come uomini.
Io, invece, ho conosciuto un uomo speciale ed è di lui che mi sono innamorata quando avevo appena 8 anni e lo sappiamo bene che “Il primo amore non si scorda mai”.
Sono cresciuta così, fra prodezze e panchine ingiuste, fra sguardi che arricchivano i silenzi e raccontavano più di mille parole, sono cresciuta innamorandomi dei tiri a giro, delle punizione nel sette, degli assist in rovesciata, della freddezza dal dischetto.
Sono cresciuta guardando quelle lacrime in un freddo novembre, lacrime che poi mi hanno permesso di innamorarmi ancora, di nuovo, più di prima.
Sono cresciuta guardando la fascia da capitano sul braccio destro ed un’esultanza che valse una coppa intercontinentale.
Sono cresciuta fra le delusioni europee e vedendo un difensore dai capelli rossi alzare il pallone d’oro quando alle sue spalle scalpitava il mio uomo con un Champions sotto il braccio, eppure, anche in quel caso, non udii troppo rumore.
Sono cresciuta con quelle formazioni che terminavano spesso nello stesso modo e con il pensiero che gli Uomini, quelli veri, non abbandonano mai la propria Signora, nemmeno in serie B.
Sono cresciuta con la linguaccia, con i tiri di destro, di sinistro, di testa, i colpi di tacco e i dribbling secchi, sono cresciuta guardando corazze sciogliersi sulla spalla di un compagno quando la vita ti gioca brutti scherzi e ti priva dell’amore paterno.
Sono cresciuta rincorrendo bus bianconeri a caccia di una sguardo, un autografo, una foto che hanno sempre avuto un valore inestimabile e che restano ancora là, mai sbiaditi.
Sono cresciuta con l’apoteosi di un gol alla Germania e di un rigore alla Francia che hanno messo d’accordo tutti e che all’uomo, ancor prima che al giocatore, hanno restituito i pezzi mancanti, o sottratti, di un talento cristallino diventato leggenda proprio lì, con quell’azzurro addosso.
Sono cresciuta con quel giro di campo senza fine, senza fiato, disarmante, straziante, unico, con una torta di compleanno (il mio) rimasta a metà, mentre sua maestà lasciava la scena.
Sono cresciuta fra gli abbracci di chi, come me, quell’uomo lo ha sempre amato incondizionatamente.
Sono cresciuta con un poster sopra al letto.
Sono cresciuta con un sogno nel cuore: una mano tesa ed un microfono, le tue parole ed i tuoi occhi solo per me. E nonostante per ben due volte sia stato “quasi così”, quel sogno non ha smesso di crederci, intatto, prezioso, immerso nell’amore che ho sempre, da sempre, e per sempre, avuto per il mio unico capitano.
Sono cresciuta così da quel 12 settembre 1993 in avanti e non ho mai amato nessuno così negli ultimi ventisei anni.
E se la domanda è: “Lo ami ancora?“, la risposta non può che essere questa: “Sì, lo amo ancora, lo amerò sempre, perché nessuno mai sarà Alessandro Del Piero“.

Nove anni dopo Monza è un’invasione di rosso, di rosso Ferrari. Charles Leclerc, 21 anni e l’incredibile capacità di prendere per mano migliaia di tifosi e condurli là, sulla cima di un podio volando fino a mischiarsi con quel verde bianco e rosso di cui c’è traccia indelebile dove non arrivano le mani, ma arrivano gli occhi e i cuori.
Perso il conto delle palpitazioni in un weekend pressoché perfetto, basta rivedere quei filmati, consci di aver perso in diretta uno spettacolo di un’adrenalina disarmante, per riafferrare quei brividi lunghi più dell’attesa di tutto questo.
Che meraviglia rivedere pezzi di quei giri di pista, trattenere il fiato fino alla bandiera a scacchi, abbracciare virtualmente un ragazzo che si mette le mani sul casco e dice “Siete i migliori, i migliori per sempre”, che meraviglia sentirlo parlare italiano, stringersi a sé nel momento dei paragoni con un certo Schumacher, vederlo salire sul podio, festante, mentre l’Inno di Mameli risuona facendo da collante in quell’unica macchia rossa come il fuoco, come il sangue versato e mischiato a lacrime che non hanno mai fatto sì che la passione affogasse e l’amore per un cavallino affogassero senza appigli.
Charles Leclerc nel suo sguardo giovane e ammaliato, specchio di un talento cristallino, puro come l’animo gentile di un combattente che indossa la corazza solo un passo oltre quell’asfalto, ma estremamente semplice appena dietro la riga di partenza, forse non lo sa di cosa è stato capace, mentre la storia ha già confezionato l’impresa, non si può non essergli grati per averci fatto tornare ad essere vincenti, in casa nostra.
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Foto ilpost.it
calcio.nostalgia e passione (ig)

Ora sì, è di nuovo domenica, centotrenta e passa giorni dopo. Poche ore ed il primo fischio di questo calcio “dilettanti” risuonerà nelle nostre orecchie, poche ore e la prima lunghissima domenica delle trenta, poi a venire, sarà tutto ciò che abbiamo aspettato per un’estate intera.
Qualcuno ha delusioni da smaltire, qualcuno ha ancora fame di vittorie, qualcuno non è riuscito a porre un punto dopo l’ultima stagione e sente di avere altre carte da giocarsi, qualcuno, semplicemente, non riesce a farne a meno.
E allora…
Per tutti quelli che anche oggi, da oggi, sarà bellissimo…
Per tutti quelli che non vedevano l’ora…
Per tutti quelli che agosto l’hanno passato a sudare sotto il sole, o in ufficio a studiare, a preparare i dettagli…
Per tutti quelli che quella panchina la sognavano la notte…
Per tutti quelli che un nuovo coro è sempre il modo giusto per ricominciare…
Per tutti quelli che stamattina si sono svegliati con le farfalle allo stomaco…
Per tutti quelli che staccano alle due dal lavoro e corrono al campo…
Per tutti quelli che prima di uscire di casa diranno: “Mamma fammi l’in bocca al lupo”…
Per tutti quelli che, da buone mamme, diranno “In bocca al lupo tesoro” e dentro di loro spereranno solo che andrà tutto bene…
Per tutti quelli che capiscono e non capiscono, accettano per amore o per affetto….
Per tutti quelli che non compariranno nemmeno sulla distinta ma avranno sempre un ruolo di prim’ordine…
Per tutti quelli che indosseranno la maglietta numero uno sapendo di avere il ruolo più delicato e più esaltante allo stesso momento…
Per tutti quelli che daranno una pacca sulla spalla, comunque andrà…
Per tutti quelli che avranno bisogno di una pacca sulla spalla, comunque sarà andata…
Per tutti quelli che vivono per il gol, per chi vive per l’assist e chi sta sempre lì, a recuperar palloni…
Per tutti quelli che armati di penna e computer afferreranno emozioni al volo e proveranno a descriverle…
Per tutti quelli che “campionato nuovo, scarpe nuove”…
Per tutti quelli che già oggi stringeranno i denti, perché la prima non possono perdersela…
Per tutti quelli che “io ci metto il cuore, vada come vada…”
Per tutti quelli che torneranno a calpestare quel terreno dopo mesi di sofferenza…
Per tutti quelli che indosseranno la fascia da capitano e per chi non lo farà ma si sentirà capitano comunque…
Per tutti quelli che è arrivato il momento di dimostrare chi sono per davvero…
Per tutti quelli che cercheranno in tribuna gli unici occhi che vorrebbero sentirsi addosso, e per chi saprà ricambiare quello sguardo con un’esultanza, un sorriso o con il silenzio…
Per tutti quelli che al 90esimo sapranno di aver dato tutto ma di poter fare sempre di più…
Per tutti quelli che, semplicemente, ci credono, da sempre e per sempre.
Perché potete pure continuare a chiamarlo “Calcio dilettanti”, o “gioco”o come cavolo volete voi, ma tanto lo sappiamo tutti che è di più, molto di più…
E allora ognuno al suo posto e buon campionato a tutti quelli che…il calcio dilettanti è il Calcio!

Bianco che abbraccia il nero, coro che si alza davvero, Juve per sempre sarà.
Recita così l’inno della Juve, quella Juve che ieri sera, all’ultimo respiro, è riuscita ad avere la meglio sul Napoli grazie all’autogol di Koulibaly. Il centrale biancazzurro, uno dei più forti centrali al mondo, ha commesso un errore, un autogol, al 93′, proprio quando sembrava che il big match fosse destinato ad un pareggio ottenuto in remuntada. Ed invece, nel tentativo di sparare oltre lo stadium quella sfera piombata in area, il “centralone” maldestramente la spedisce nel sette alle spalle di Meret. Fine dei giochi, la Juve vince 4 a 3.
Ma oltre il triplice fischio ecco che Giorgio Chiellini, capitano della Juventus ,decide, ancor prima di congratularsi con i suoi compagni, di andare ad abbracciare quell’avversario di mille battaglie, quello che “No, un autogol così non te lo aspetti”.
E forse in questa foto non si vedono le stampelle, testimoni di un destino che al toscano 35enne ha riservato una salita nuova, di circa 6 mesi, per un ginocchio che ha fatto crack, ma si vedono due colori ben distinti che si mischiano, che si confondono e si rispettano. Potreste vedere il bianconero da un lato e l’azzurro dall’altro, potreste vedere il blu (Italia) ed il verde-giallo-rosso (Senegal), o più semplicemente il bianco & il nero.
Quelli come me, che invece sanno guardare più a fondo, non vedono differenze; intravedono una C enorme sul braccio sinistro dell’uno, ed uno sguardo sconsolato ma riconoscente sul volto dell’altro. In questo foto ci sono due cuori enormi, nascosti sotto due maglie diverse, che si sfiorano, che si avvicinano e che tremano.
In questo foto c’è un senso di rispetto assoluto che il cuore lo fa tremare anche a me.
In questo foto c’è l’esempio che martedì, al primissimo allenamento dell’anno, riporterò ai miei pulcini, mettendo davanti ai loro occhi puri il senso di un gioco meraviglioso che in realtà “solo” un gioco non è.

Virgil Van Dijk, semplicemente il top player della passata edizione di Champions League. Il più forte. Più di Ronaldo e Messi, più di chiunque altro.
Eppure vederlo seduto di fianco a quei due mostri sacri un po’ effetto lo ha fatto, nonostante gli 84 milioni di euro versati dal Liverpool al Southampton nel dicembre 2017 non siano proprio due bruscolini ed una certa aura di valore intorno a Van Dijk l’hanno pur creata, appunto, tempo fa. “Sopravvalutato“, “Come può valere tutti quei soldi?“, “Pazzi“, “84 milioni per un difensore, da non credere“. Sì in tanti le hanno sputate queste sentenze, e per un secondo tralasciamo la storiella che conosciamo bene, quella dei “million dollari” del calcio, come direbbe un mio amico. Ragioniamo allora su un passato che non ha lasciato scampo ad un ragazzo che tutto questo se l’è costruito passo dopo passo, mattone dopo mattone, crescendo con quella fretta di chi si ritrova a cestinare la carta d’identità in cambio di sabati sera trascorsi a lavare i piatti in un ristorante. Perché mamma e fratello andavano
aiutati, perché togliersi dalla maglia quel cognome che ricordava la figura paterna di un padre che, in realtà, non c’è mai stato, poteva solo dar sollievo all’orgoglio ma non valeva né un pagnotta né un affitto pagato.
E così se c’era da lavare i piatti per sopravvivere si lavavano, e così se c’era da stringere i denti tra un allenamento e l’altro, si stringevano. Perché la fatica Virgil Van Dijk l’ha guardata negli occhi se l’è cucita addosso. Un po’ come il coraggio. Lo stesso che lo ha aiutato a sopravvivere, grazie a sua madre, quando nel 2012 quei dolori all’addorme si fecero troppo insistenti per essere una banale influenza come qualche dottore disse. Un’operazione d’urgenza e due mesi di riabilitazione furono abbastanza per rimetterlo in piedi.
La gavetta, allora, potè tornare a scorrere, fin quando si accorse di lui il Southampton, fin quando il Liverpool decise di aiutarlo a diventare il più forte difensore d’Europa, fin quando in quella Montecarlo dell’altro ieri, tutta agghindata a festa, al richiamo di “Uefa men’s player of the year” i riflettori hanno intrapreso una strada diversa da quella cui erano abituati, e si sono consumati su 193 centimetri di eleganza e determinazione.
E pensare che se fosse stato per Jacques Lips proprietario di quel ristorante di Breda…”Lascia stare il calcio, non ti darà mai da vivere, qui guadagni soldi sicuri”…
La storia di ieri racconta di un lavapiatti di 16 anni che non mai mollato, di un ragazzo che a 18 anni non era neanche fra i professionisti. La storia di oggi non la racconta nessuno, la scrive un uomo che continua ad arrivare dalle retrovie, a percorrere “la strada più lunga”, ma solo per prendere la rincorsa.
Dio benedica i testardi.
Photo credit exitonoticias.com

Un po’ di tempo fa, per non dire anni fa, lessi su un giornale questa frase: “Avevo tutti i soldi possibili per curare mio padre, eppure…“. Eppure, quei soldi, non bastarono per evitare a Gino Del Piero un destino crudele. Suo figlio, Alessandro, uno dei miei idoli di sempre tanto per il giocatore quanto per l’uomo, rispose così alla domanda del giornalista. Schivo, il suo carattere non lo ha mai visto esporsi troppo soprattutto sulle faccende personali, ma non per questo poco determinato nel rimarcare i pensieri ed i valori di una vita.
Con quella frase, con quelle poche parole, il concetto era molto semplice: i soldi beh certo, aiutano, come negarlo, ma contano davvero più di un affetto, un sentimento, un legame indissolubile?
La risposta, anche oggi, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. Luis Enrique nel pomeriggio di oggi ha perso la piccola Xanita “Xana” di 9 anni a causa di un tumore alle ossa che non le ha lasciato scampo.
Nonostante le cure, nonostante i soldi, nonostante le mille possibilità, non c’è stato nulla da fare, un angioletto le ha portato quelle ali che la condurranno in un posto un po’ più lontano da questo.
A leggere tutto questo ed ora a scriverlo, ho un senso di dolore e sgomento che mi pervade dentro.
Vado sui social e leggo milioni di condoglianze provenienti da tutto il mondo.
Lo stomaco mi si attorciglia.
Passano pochi secondi e mi si attorciglia di nuovo.
Se mi guardo attorno vedo tutto diverso e mi pare di non possedere nulla.
Non vedo una casa, non vedo un’auto, non vedo libri, collane, vestiti, del cibo. Non vedo niente.
Mi chiedo solo cosa conti davvero, me lo chiedo per l’ennesima volta come se fosse un dazio da pagare ogni qualvolta mi lamenti dei jeans che non mi entrano e della vacanza in Canada che non posso permettermi.
Se mi guardo ancora intorno, poi, vedo foglie, alberi, un cielo infinito ed un mare profondo a cui affidare anche i miei pensieri più intimi. Vedo sole, stelle, luna, tramonti, albe e silenzi. Vento e silenzi per l’esattezza. Vedo occhi blu e sguardi incredibilmente compromettenti almeno quanto sorrisi giganti che colorano giornate intere dando speranza a sogni nemmeno troppo notturni, nemmeno troppo nascosti.
Lo stomaco mi si attorciglia ancora e dentro quei nodi, indistricabili, trovo risposte limpide.
Ciò che conta davvero non ha prezzo.
Fottuti soldi, la felicità è esattamente sul binario accanto e l’amore, quello vero, da stasera ha una spettatrice in più, volata in alto per dar man forte ad un cielo che sarà meno buio.
“Ci mancherai moltissimo. Ti ricorderemo ogni giorno della nostra vita, nella speranza che un giorno torneremo ad incontrarci. Sarai la stella che guida la nostra famiglia“.
Coraggio Luis Enrique & family, coraggio.
