Da quando Senna non corre più...non è più domenica, non è più velocità, non è più formula uno…

ayrton senna

Ventisei anni dopo…quel rombo non è stato più lo stesso. La tv la domenica pomeriggio si è spenta un po’ ovunque, troppi cuori quell’adrenalina non l’hanno mai più riprovata. Zitti tutti c’è Senna, e già sapevi che sarebbe stato spettacolo.

I duelli non sono mancati, è vero, l’era Schumacher chi se la scorda, e poi Alonso, Hakkinen, Villeneuve, gli italiani mai sbocciati fino in fondo, il cuore di Jean Alesi, Damon Hill, Felipe Massa e quella piccola vicenda con Glock, piccola e misteriosa per dirla tutta, fino ai giorni un po’ più nostri, con il comandante Hamilton e a seguito tutti gli altri.

Non ultimo Charles Leclerc che ha riportato speranza, una marea rossa in una Monza assopita da troppo tempo, ed un cavallino a trottare come non lo si vedeva da tempo, da tanto tempo.

Di cose ne abbiamo viste tante, e di tutti i colori, ma come Ayrton Senna probabilmente no, e probabilmente così non ne vedremo più. Unico, nel guidare ed in tutto il resto, una tenacia vivida ed uno stile inconfondibile, inimitabile. Il più grosso rimpianto della sua carriera, o forse di noi appassionati che ci speravamo, fu certamente non vederlo dalle parti di Maranello, con un’auto rossa che gli avrebbero cucito appositamente addosso e che avrebbe certamente portato col muso davanti a tutti, sotto quella bandiera a scacchi.

Voleva assolutamente venire qui” ha dichiarato Montezemolo in una recente intervista…

Quella Ferrari non è mai stata sua, ma lui si è preso molto di più. Si è preso un posto in cima alla lista, si è preso uno spazio inarrivabile, si è preso la magia di chi lo ha sempre guardato con occhi diversi, il tempo e la mente di chi quella tv, la domenica pomeriggio, non l’ha più riaccesa.

Ventisei anni non bastano per sbiadire i ricordi, l’indelebile non si cancella…verranno nuove epoche, ed in ogni nuova epoca ci sarà sempre un po’ di Ayrton Senna, quel campione leggendario senza tempo dal tragico destino.

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Novanta minuti, gli ultimi novanta minuti.

novanta minuti

È notte fonda. L’aperitivo con gli amici ed il posticipo del sabato, poi a nanna presto che domani si gioca. Il solito messaggio sul gruppo whatsapp “Qualsiasi cosa accada, Insieme per i nostri novanta minuti, forza Leoni“, scudo di un’ansia che avanza a passo svelto e che si prende buona parte dei respiri.

Sveglia puntata, anche se come ogni domenica o quasi sarai solo li attenderla. Occhi chiusi, ma non si dorme. Tiri le coperte, ti giri, ma niente. Un bicchiere d’acqua, forse la pizza era un po’ salata. Ma la scena di quella testa appoggiata su un cuscino scomodo, degli occhi sbarrati che questa notte sanno solo perdersi in un buio mai stato così profondo, è la stessa nella camera di tutti.

Ti ricordi dell’andata, del gol mangiato nel recupero, di quanto era tosto quell’attaccante da marcare, dell’abbraccio al tuo portierone dopo un volo plastico che ha salvato tutto, della cazziata del capitano a fine primo tempo, degli occhi di papà quando il mister ti ha scelto e tu, alzandoti dalla panchina, hai avuto bisogno di sapere che sarebbe andata bene.

Sonnecchi un po’, ti risvegli qualche ora dopo pensando sia già mattino, ma niente, manca ancora troppo. Guardi l’ora sul telefono, sfogli qualche storia su Instagram, controlli i messaggi…

Mentre la luce si fa spazio tra gli spiragli di una persiana rotta e che più e più volte ti sei promesso di sistemare, mentre il cane è già arrivato a cercare coccole, noti lo smartphone che si illumina “Ehi, io sono già sveglio, che dici tra mezz’ora al solito posto?“. Non aspettavi altro. L’acqua fresca sul volto nella speranza di nascondere una notte insonne, ti infili la tuta, 5 minuti e sei al bar. Le strade sono ancora deserte, i tavolini mezzi vuoi. Un caffè, spremuta, brioche e la Gazzetta tra le mani.

novanta minuti

 

Di fronte a te il compagno di 30 colazioni su 30, ogni domenica, sempre lì, come se lì ci fosse il vostro fischio d’inizio. Basta uno sguardo per capirvi, le ore di sonno le contate sulle dita di una mano, si parla di tutto ma non di quello che sarà. Vorresti dirgli che ti tremano le gambe, che senti il peso dell’attacco sulle tue spalle, che la caviglia è ancora indolenzita…lui vorrebbe risponderti che la vede dura, che all’andata quel numero dieci lo ha fatto impazzire, che forse sarebbe meglio partisse dalla panchina e che magari lo dirà al mister appena arrivato al campo…

…ma niente, non vi dite niente, e sapete già tutto. La battuta si sposta sulla cameriera del bar, solo per sdrammatizzare un po’, le bionde in realtà non ti sono mai piaciute. Pacca sulla spalla e si va. “Ci vediamo dopo, passo a prenderti?” “No tranquillo, vengo con la mia“. Ci sono quelle tre canzoni da ascoltare nel tragitto casa – campo, non puoi perdertele nell’ultima domenica.

Il pranzo è sempre lo stesso, lo stomaco in realtà è chiuso. Tua madre ha fatto la crostata solo per te, ma riesci a sbuffare comunque, lei sa il perché: il countdown nella tua testa è già partito, la tensione si fa sentire. Controlli il borsone un paio di volte, poi saluti tutti “Babbo ci vediamo al campo“, mentre mamma rimarrà lì, non troppo attaccata al telefono, nella speranza che non suoni mai, e con il solito messaggio delle 15.15 per papà…”Tesoro, quanto stanno?“.

In macchina ti scende una lacrimuccia mentre Ligabue canta “Lì, sempre lì, lì nel mezzo, finché ce n’hai stai lì“. È la prima del trittico di canzoni. Poi ti dai la carica, alzi il volume e non senti più nulla. Parcheggi, qualche minuto d’anticipo. C’è il tempo per una battuta con la signora del botteghino all’ingresso: “Dacci dentro bomber” ti esclama e ti fa l’occhiolino, ricambi.

Varchi il cancelletto davanti agli spogliatoi, dai un’occhiata timida al campo, il signore dei palloni ti guarda e te lo sussurra appena “Wè bomber, devi buttarla dentro oggi”, vaglielo a spiegare che non hai dormito un cavolo e tutto il resto. Il pres ti dà una pacca sulla spalla, “Già sai…” e non aggiunge altro, lui la conosce la tua scaramanzia, grande come quella fascetta che ti leghi al polso, come il mettere prima la scarpa sinistra o l’entrare in campo su un piede solo.

novanta minuti

 

Poi varchi la porta dello spogliatoio, incroci gli occhi dei tuoi compagni e lì c’è la prima botta di adrenalina. Ti cambi al solito posto, il ds entra a dettarvi i tempi, dieci minuti e siete tutti in cerchio sul retro del campo. Il mister dice due cose e dà la formazione, più volte ribadisce quel dentro o fuori che pare la spada di Damocle sulla testa. Il riscaldamento va via liscio, il “ghiaccio” inizia ad avere qualche crepa, provate un paio di punizioni e non becchi la porta. Insomma, non si mette benissimo.

Mentre tornate negli spogliatoi incroci un paio di ex compagni oggi con la casacca opposta alla tua, pronti a vendere cara la pelle, proprio come te. Poi tutti di nuovo dentro, c’è il discorso del mister. Seduti su quelle panche vi sentite quasi inermi, sopraffatti da una stagione che ormai è al capolino. Nella tua testa scorrono le immagini di tutti questi mesi e ti rendi conto di quanto manchi al traguardo. Il tuo film in realtà è quello di tutti. I ventitré gol messi a segno fino ad oggi sono un bottino che ti fa andare orgoglioso della tua annata, ma non ti gratificheranno abbastanza se all’appello dovessero mancare quelli di questi novanta minuti. Forse non te lo perdoneresti mai, a patto che, sì insomma…il bene della squadra viene sempre prima.

C’è la chiama dell’arbitro.

Prima di uscire ci pensa il capitano a dire la sua, come sempre. Vi chiama leoni, vi chiama fratelli, vi spinge a dare il massimo anche oggi, soprattutto oggi, per quei maledettissimi novanta minuti e lo fa come solo lui sa fare, colpendovi dritto al cuore. Pensi: “Cazzo che fortuna ad avere un capitano così, se un giorno dovessi avere quella fascia al braccio, vorrei essere come lui…“. Vi abbracciate, eccolo qui l’abbraccio più bello del mondo. La convinzione di tutti è che dentro quell’abbraccio non vi succederà mai niente.

Si spalanca la porta ed è un attimo. C’è la foto di rito, ti distrai e sbirci in tribuna, quest’anno non l’avevi mai vista così gremita, la fortuna di giocarsi tutto in casa. Controlli che le scarpe siano allacciate strette, poi metti il primo piede sul prato verde, e cambia tutto. La paura sta lasciando il posto ad un’adrenalina incredibile. Il tragitto fino al centro del campo non ti è mai sembrato così lungo, quasi più lungo di quei novanta minuti lì davanti a te. In riga aspettate il via, saluti il pubblico, ti scambi il cinque con i compagni e ti prendi ancora qualche incoraggiamento. Papà è al solito posto, fiero. 

novanta minuti

 

Chiudi gli occhi per un attimo, li riapri e guardi il cielo, e al cielo affidi i tuoi sogni. Il sogno di un playoff o di un titolo, il tuo primo titolo, il sogno di un playout che allontana una retrocessione diretta, il sogno di una salvezza insperata, o di una posizione a metà classifica che sarà banale solo per gli altri, il sogno di un gol che aspetti da mesi o del riconoscimento di capocannoniere, il sogno di una manona al posto giusto al momento giusto, o dell’assist che cambia la partita; il sogno di non sbagliare gli undici e di azzeccare i cambi, di trovare le motivazioni giuste e di poter esultare con i tuoi ragazzi.

Il sogno di veder i sacrifici ripagati, la tua società nella posizione che merita, i volontari del bar stanchi di questi nove mesi ma contenti per aver dato una mano alla squadra del loro paese; il sogno di vedere quell’ingresso in campo con i bambini del settore giovanile e le tribune piene da togliere il fiato.

Il sogno di scrivere l’articolo perfetto, di non sbagliare le pagelle, di saper trovare le parole giuste per raccontare quella miriade di emozioni che in realtà ti è piombata addosso già al mattino appena sveglio, quando le farfalle nello stomaco avevano già fatto il girotondo e quando l’incipit del pezzo ti è venuto fuori mentre le mani tremavano dall’ansia…il sogno di un’intervista in cui gli occhi di chi sta dall’altra parte del microfono riescano ad imbattersi nei tuoi, a trovare appiglio proprio lì, e poi conforto, comprensione, gioia, e tutto ciò di cui abbiate vicendevolmente bisogno, forse rispetto, forse gratitudine, forse amore.

Qualunque sia il tuo sogno, riapri gli occhi, tiri un sospiro di sollievo, il frastuono dei cuori che battono all’unisono pare l’inno alla gioia.

Guardi il pallone.

Novanta minuti, gli ultimi novanta minuti.

Fischio d’inizio.

Sì, sono pronto.

 

Carolina Kostner potrebbe far rima con tenacia, forza, leggiadria, farfalla bianca. Qualunque aggettivo le si abbini la porte comunque ad indossare lo scettro di Regina del Ghiaccio, ecco perché ho scelta lei come secondo appuntamento di “One Shot Sport”.

Carolina Kostner

One Shot Sport

Nata a Bolzano, l’8 febbraio 1987, ha intrapreso la carriera di pattinatrice artistica su ghiaccio ad appena 4 anni, forse solo sognando i traguardi raggiunti poi negli anni a venire. L’apice nella sua carriera racconta, per ben due volte, di una regina del ghiaccio che brilla più di tutte, che ammalia, che incanta e scioglie persino i dubbi. Non che il resto della sua carriera l’abbia mai vista troppo lontana da podi, anzi, il suo palmares conta oltre 30 medaglie conquistate nelle gare più prestigiose.

Nel 2012, o meglio il 31 marzo 2012, esattamente 8 anni fa, dopo la consacrazione europea e qualche caduta, c’era da spingere un po’ oltre; ma spingere sul ghiaccio al 99% comporta rovinose cadute, scivoloni che valgono più di una sbucciatura sul ghiaccio. Eppure Carolina non ha tremato e a Nizza, all’età di 25 anni, si è regalato una sogno: diventare la più grande pattinatrice artistica del mondo.

Ma la vita di un’atleta ha quel grande cruccio che inizia per O e finisce per Limpiadi, come non poter raccontare di un podio olimpico dia meno valore anche a tutto il resto. Non è così, ma non si può negare quanto quell’emozione e quel traguardo abbiano tutto un altro sapore. Mentre qualcuno le chiedeva a gran voce un medaglia già nel 2010, la regina di Bolzano ha saputo aspettare il momento giusto, e non lo ho gridato quel successo, lo ha sussurrato in quel di Sochi appena quattro anni dopo.

Carolina Kostner a mani giunte sul ghiaccio di Sochi

Carolina Kostner

A mani giunte in un’Ave Maria di Schubert che l’ha vestita di bronzo, ha alzato gli occhi verso il cielo e ha ringraziato Dio del dono di cui è stata privilegiata, mentre una platea ed una nazione intera s’inchinavano, ringraziando lei di non avercene privato, di non aver mollato, di aver creduto che quel dono fosse degno degli sguardi commossi di chi, sognante, si è lasciato trascinare sulle nuvole, mano nella mano, con la regine del ghiaccio.

La gratitudine di quegli occhi in quell’assolo era più pura del ghiaccio che pareva subire il solletico di due lame leggiadre, intente a lasciare tracce di un talento che equivaleva alla bacchetta magica di una fatina e che quello che sfiora, trasforma. In carrozza come quella famosa zucca? No, di più, molto di più, in poesia, pura poesia. E questa è una delle poesie dalle rime baciate più incantevoli che io conosca.

Il resto, il resto è storia.

Carolina Kostner e il sogno Cortina

Carolina Kostner

“Non amo piangermi addosso – prosegue Kostner – ho un carattere tale per cui voglio affrontare i problemi, superarli e trovare delle soluzioni. Ed è quello che ho fatto, mi sono rimboccata le maniche e penso che chi mi ha seguito in questi anni ha capito che non sono una persona che si arrende facilmente”. Incalzata poi dal conduttore aggiunge: “Dopo una vita passata a lottare per il successo in modo pulito, con dedizione e sacrificio, senza mai prendere nessuna scorciatoia è stato difficile giustificarmi, anche se avevo la consapevolezza di non avere avuto mai niente a che fare con il doping. È stato un periodo molto duro – ammette – ma ora è passato. Certo, in quella circostanza, come qualunque donna mi sono sentita delusa, arrabbiata ma oggi con onore posso dire che sono testimonial della Wada” (fonte sportfair.it)

E poi la butta lì, proprio come quella famosa notte a Sochi con quella bacchetta magica.

“Quello che è sicuro è che non appendo i pattini al chiodo: sogno di continuare a condividere le mie emozioni sul ghiaccio con le persone, a prescindere che si tratti di una gara, di un’esibizione, di altri progetti in cantiere o di Cortina 2026, anche se l’idea di rivivere un’Olimpiade nel proprio paese – confessa – è bellissima”.

Già sarebbe bellissimo, poetessa in patria.

One shot sport – Fabrizio Donato 

 

foto carolina-kostner.it

 

Fabrizio Donato: è lui il primo protagonista di “One Shot Sport“, un nuovo angolo del mio sito che almeno in questo periodo ho deciso di dedicare alla mia più grande passione, (lo sport, lo avreste mai detto? 🤔😂).

Fabrizio Donato

In giorni in cui tra mille priorità lo sport slitta in secondo piano ma solo dal punto di vista visivo, (non pratico e non trovate scuse perché con tutti i tutorial che ogni giorno troviamo in rete scoprendo che pure il panettiere di fiducia ha un fisico alla Filippo Magnini, bastano un paio di bottiglie d’acqua per volteggiarsi alla Vanessa Ferrari), bisogna a volte aggrapparsi alla nostra memoria per trovare pezze che chiudano i buchi nella coperta della nostalgia.

One shot sport

Fabrizio Donato

Ed in questo caso, non so nemmeno io perché, ho deciso di partire da una pezza di bronzo. Piccola premessa: io sono una di quelle che su YouTube scova i video più impensabili, tipo visualizzazioni tre e sono tutte e tre mie con tre account diversi. Perché essere appassionati di calcio, sport che Dio solo sa quanto io ami, non significa snobbare tutto il resto, anzi. È una passione troppo viscerale e profonda per lasciarsi condizionare da un unico gesto, da un’unica disciplina. Ecco perché la decisione Olimpiadi nel 2021 (giusta sia chiaro) mi ha spedito nell’angolino a piangere.

Ma siccome senza sport non so stare, dopo aver fatto la scorta dell’acqua per gli esercizi in cortile, sono tornata lì, proprio su YouTube. E niente, fra le lacrime, perché ogni volta mi commuovo come se la gara fosse in diretta e soprattutto come se non sapessi l’esito, ho scelto di partire da Fabrizio Donato. Fabrizio Donato è un triplista italiano che vanta, fra le altre, 4 medaglie europee (di cui 2 d’oro) e un magnifico bronzo olimpico.

Fabrizio Donato e quella sabbia di bronzo

Fabrizio Donato A Londra con quel 17.48 cm la sabbia si colorò di bronzo e l’urlo liberatorio che ne seguì è una di quelle scariche di adrenalina che andrebbe vista e rivista prima di ogni impegno di vita quotidiana, è una botta di vita. Persino andare dal dentista potrebbe risultare “na passeggiata di salute” con quella “corazza addosso”.

Ma se questo è stato l’acuto di una carriera lunga 25 o forse 30 anni, la cosa che più stupisce e che più ammiro di Fabrizio Donato è l’essere esploso a 33 anni. Quando tanti pensano che la via del declino sia lì ad un passo, salta fuori lui, un ragazzotto ultra trentenne che decide di entrare nel mondo dei grandi. Ed il mondo dei grandi si accorge di lui, lo accoglie a braccia aperte e decide di tenerlo lì per un po’, cullarselo, di imparare. Il mondo dei grandi si siede ad ammirarlo e aspetta. E sa che l’attesa non sarà vana.Dal 2009, campione europeo indoor a Torino, ad oggi, sono state scritte tante pagine. Eppure il libro pare non essere ancora finito.

Il futuro passa da qui

Fabrizio Donato

Quando parlo di 25 o 30 anni di carriera, parlo di un classe ’76 che non ha ancora messo un punto, e se poi mi imbatto in un video come questo (clicca QUI) mi rendo conto dell’incertezza di un futuro che però continua a sorridere. E continua a sorridere perché c’è speranza, perché c’è volontà e perché c’è un cassetto che, una volta aperto, ti spara in faccia una luce che abbaglia e che nutre. Forse acceca a tal punto da non lasciar intravedere quale sarà la strada giusta ma la luce, pur nel dubbio, permette comunque di correre, il buio concede una stenta camminata che non troppo lontana dai burroni.

C’è un corpo che parla, una mente che sussurra ed un cuore che fa da trait d’union. Se la domanda è: “Un altro anno di sacrifici, per chiudere una carriera magnifica con la sesta olimpiade all’età di 45 anni?…“, la risposta…beh la risposta è QUI, perché a prescindere da quello che sarà, tutto questo non lo cancellerà mai nessuno.

La fortuna non è altro che la fusione tra le occasioni e la grande preparazione“.

foto FIDAL COLOMBO/FIDAL

Un passo più in là, “solo” un passo più in là: arrivederci Tokyo 2020. Non un addio, non un mai più, ma un arrivederci che toglie il fiato, come nelle gelide giornate d’inverno in cui cammini un po’ a testa bassa per evitare l’aria che taglia la faccia a fa lacrimare gli occhi.

tokyo 2020

Gli occhi però, oggi, lacrimano lo stesso, e quello lacrime racchiudono uno stato d’animo difficile da spiegare a parole. Quattro anni sono tanti, indescrivibilmente lunghi, ma paradossalmente un po’ meno di questo tunnel oscuro in cui si ritrova incastrata una realtà triste e timorosa.

“Solo” un passo più in là

tokyo 2020L’inevitabile decisione di afferrare a due mani Tokyo 2020 e spostarla un po’ più in là, crea una voragine fatta di sgomento e rammarico, ed allontana dalla visione periferica di uno sguardo che in questo periodo non si è cibato d’altro che di questo sogno, l’immagine nitida di quei cinque cerchi così lucidi e così perfetti.

Ogni espressione del silenzio intorno, racconta di emozioni infrante che devono in qualche modo tornare a ricompattarsi per sopravvivere. Ti guardi le mani segnate dal sacrificio e vedi la sabbia afferrata nell’ultimo viaggio scivolare via, cadere a terra granello dopo granello, perdendo completamente la forma di quel castello costruito con immensa fatica, custode geloso dei tuoi sogni. Allora chiudi gli occhi e provi a respirare, a caccia del coraggio che manca. Provi a sussurrarti che c’è ancora sabbia intorno per dare forma a nuovi castelli e che le tue mani non sono ancora abbastanza stanche.

Arrivederci Tokyo 2020

tokyo 2020

Riapri gli occhi con un raggio di sole che fa il solletico al tuo sorriso, alzi la testa e, come per magia, fai un passo, e poi un altro, e un altro ancora. No, non sei poi così lontano quell’orizzonte, linea che demarca il possibile dall’impossibile; tutto ciò che sta di qua è sulla strada dei desideri, e i desideri, si sa, sono sogni che profumano di realtà.

Ora, che tu sia un atleta, una giornalista, un coach, la mamma di un possibile campione olimpico, un fisioterapista, un giudice, un magazziniere, un cameraman, un venditore di merchandising, un volontario, o un semplice tifoso, non temere: un passo indietro solo per prendere la rincorsa. 

“Va’ a prendere le tue cose, i sogni richiedono fatica.” P. Coelho.

487 giorni…road to Tokyo 2020 (2021). 

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Fly or Die…Tokyo 2020

tokyo 2020

Ho sacrificato interamente la mia vita privata in questi ultimi quattro anni. Ho messo da parte qualsiasi pensiero di fare una famiglia, di vivere le mie amicizie come un ragazzo normale, di ricambiare il tempo che mi viene regalato da tutte le persone che mi vogliono bene. Ho messo da parte tutto quanto, mettendo davanti un solo pensiero. Pensiero che era diventata una dolce ossessione con cui convivere.

Mi sono svegliato ogni mattina di questi ultimi 4 anni chiedendomi come prima cosa se avessi dormito abbastanza bene per poter affrontare al meglio l’allenamento del pomeriggio. Poi colazione, caloria per caloria segnata ogni giorno, ad ogni singolo alimento. Allenamenti tutti i giorni, ovvio. Ma tra questi… alcuni andavano male, e condizionavano il mio umore per giorni interi, a volte settimane. Settimane passate a non rispondere a nessuno per trovare dentro di me la forza per reagire.

Tutto questo perché sapevo quanto fosse importante ogni singolo dettaglio in vista di quell’appuntamento. Vivevo ogni singola scelta personale in funzione di quel evento. Se dovevo andare a cena da qualche parte, le domande in successione che si presentavano nella mia testa erano:

Puoi permetterti questa cena per la dieta?
Domani hai allenamento di tecnica?
Quando è la prossima Gara?
Quella più facile, che si pongono tutti: mi va una cenetta fuori? Era forse la 10ima della lista, e la sua rilevanza nella decisione finale rasentava lo 0…
Ogni singola azione condizionata da loro…
Ogni singolo pensiero….
Ogni…
Singolo…
Respiro…
Vorrei aver dato alla mia donna l’amore e le attenzioni che si merita, vorrei aver dato la mia spalla ai miei amici mille volte in più…

E ora mi guardo allo specchio dopo aver letto le notizie al giornale.
Una lacrima scende lenta nel viso nello stesso canale ben scolpito dalle lacrime di 4 anni fa e capisco. Capisco che tutto questo è stato fatto per un qualcosa che non ci sarà…
E se quella volta scrissi, addio Rio, addio mia Rio…
Ora forse un po riesco a consolarmi nel darti l’arrivederci!
Si, ma chissà a quando….
ARRIVEDERCI TOKYO, ARRIVEDERCI MIA TOKYO!”

(Gianmarco Tamberi)

 

atalanta

È una notte speciale quella della Dea Atalanta che scrive la pagina di un romanzo bellissimo e che pone un po’ più in là il punto esclamativo in un cammino che ormai degli aggettivi “meraviglioso”, “bellissimo” e “stupefacente” non sa più che farsene.

Valencia – Atalanta finisce 3 a 4, dopo che all’andata la squadra di Gasperini si mise un bel pezzo di qualificazione storica già nel taschino con un altro rotondo punteggio, un 4 a 1 che lasciava grandi speranze per questo sogno che vuole continuare ad essere vicinissimo alla realtà o a mischiarsi direttamente con essa.

Una notte speciale

atalanta

E pensare che mesi fa c’era chi non la volesse in Champions, chi reputava non fosse all’altezza, chi temeva perché l’Italia potesse fare “brutta figura”, poi vedi una squadra che non riesce a smettere di fare gol, che approccia ogni partita con l’atteggiamento della cenerentola che non ha paura nemmeno dello specchio ma che poi, al novantesimo, quando torna a cercare il suo riflesso, ha il rossore sulle guance tipico del primo appuntamento e anche qualche lentiggine.

Le manone del numero dodici che a 27 anni fa un esordio in Champions da Champions non tremano, né il piedone con quel guizzo finale che vale persino la vittoria, il sacrificio di una linea di mediana che sembra persino doppia e di un numero dieci che questa sera è più spada e sciabola che fioretto, sfociano poi nell’esigenza di quel 32enne che stasera, ma non solo stasera, si traveste da supereroe, salvo poi tornare bambino che cerca il pallone anche oltre il triplice fischio. Perché un poker meraviglioso merita un grande riconoscimento e per un calciatore, c’è forse qualcosa di più prezioso del suo pallone? 

La Dea nerazzurra chiamata Atalanta

atalanta

La magia e la volontà che si tengono per mano, un successo che nacque probabilmente da quella volta in cui, post eliminazione dai preliminari di Europa League con il Copenaghen, mister Gasperini chiese ai suoi ragazzi l’obiettivo stagionale e trovò come risposta, sulla lavagna, la parola “salvezza” scritta, guarda un po’, da Joseph Ilicic, la convinzione ulteriore che un “Mario Rossi” qualunque possa compiere la più grande delle imprese o, semplicemente, realizzare i suoi sogni, alimentano la speranza.

Una speranza che passa per una dedica speciale “Bergamo questa è per te, Mola Mia” implorando festeggiamenti contenuti, ed un “Non Mollare” che sa di preghiera, ma mettendo ancora una volta nero su bianco, o per meglio dire, nero su azzurro, la promessa che questa favola non combaci ancora con il suo lieto fine, perché il tempo non è finito, e perché stasera basterà sorridere e guardarsi negli occhi per dirsi tutto.

Più di quei 40 mila preziosi euro frutto di una rinuncia dolorosa ma giusta, nelle mani di angeli che da settimane non conoscono più la differenza tra il giorno e la notte e che collezionano miracoli salvando vite? Ecco, questo non lo so, ma forse siamo lì lì.

E così, in bilico, su una scala dorata che collega una nuvola ad un’altra, c’è una città intera affacciata ad una finestra ad osservare il suo paradiso e quel Paradiso è lì, a braccia aperte, che non aspetta altro che la sua Dea.

La storia è già scritta, chapeau Atalanta.

 

Quando il “Fino alla fine” è uno stile di vita, allora tutto è possibile, ma quando decidi di andare oltre allora sai di aver già fatto un passo verso l’apoteosi del paradiso.

fino alla fine e oltre
Girovagavo sui social come spesso faccio prima di addormentarmi e mi è caduto l’occhio su questo video che in realtà sono molto di più di una serie di immagine una in sequenza all’altra.

Rimonta incredibile”, “Miracolo sportivo”, “Pazzesco”, “Da non crederci”…sono solo alcuni dei commenti apparsi sotto il video, un video che conta qualcosa come tredicimila visualizzazioni. Troppo poche per l’intensità ed il coraggio che svolazzano in un palazzetto di Cuneo attaccati con le unghie ad una rete che pare una scialuppa di salvataggio.

Più di uno spot al volley in sé o allo sport in genere, questi 8 minuti di video sono uno spot alla vita, ecco perché reputo il “Fino alla fine” un mantra indicibile ed ineguagliabile che non può essere solo un credo o una fonte di ispirazione. Il “Fino alla fine” è uno stile di vita, una filosofia, è una spinta a due mani verso un portone che spalancato vale come finestra sul mondo e come pozione magica sui tuoi sogni.

Il “Fino alla fine” è un gioco di parole che in realtà si prende anche un po’ gioco di te, è un conto di zero euro che prevede il resto, è una fine che in realtà ha solo le sembianze di un inizio. E di un oltre. E di un pezzo di paradiso.

Oltre. Sempre oltre. Tu vai oltre. È un posto speciale. Quando non ce la fai, vai.

 

 

https://www.facebook.com/legavolleyfemminile/videos/642237626521700/

 

Il pezzo mai pubblicato: gli ultimi romantici del calcio.
Tra le scartoffie di un sito troppo spesso in disordine, a perfetta immagine e somiglianza della padrona, mi sono imbattuta negli articoli in bozza ed ho trovato questo, questo pezzo mai pubblicato che risale al 27 maggio 2019. Chissà perché sia rimasto lì, forse non mi convinceva a pieno. Ed invece oggi, rileggendolo, l’ho trovato più umano di tanti altri.
Ed ho deciso di pubblicarlo, così, senza cambiare una virgola, tasto invio e ci siamo, è online.

gli ultimi romantici del calcio Barzagli, De Rossi, Pellissier, ma anche Abate e Moretti, senza dimenticare (guai a chi lo facesse), Fabio Quagliarella. I romantici del calcio che ieri, in un modo o nell’altro, hanno lasciato il segno e chiuso il sipario su una parentesi di passione viscerale, di un amore indescrivibile e vicendevole, con quel dare avere reciproco che fa quadrare i bilanci di un’intera carriera. Che poi i numeri qua non c’entrano nulla, farebbero girare la testa solo mettendo in fila le carte di identità di questi ragazzotti ancora pieni di entusiasmo ma consapevoli del tempo che scorre, delle strade che talvolta si dividono, delle scelte che non sempre si azzeccano e delle incomprensioni che a volte si creano.
Più che nelle giocate e nelle parole di ognuno di loro, è negli sguardi commossi e grati dinanzi ad un pubblico in delirio e talvolta incredulo, che si è nascosto il segreto di chi questo maledetto calcio lo ha amato e rispettato più di se stesso. Provate a chiedere a Quagliarella il valore di quelle ventisei reti se è mai lontanamente paragonabile all’abbraccio caloroso di una curva che espone “Grazie capitano, la sud ti rende omaggio“. “Era a caratteri cubitali, ce lo avrò negli occhi per tutta la vita, grazie”.

Ah, questi benedetti ultimi romantici del calcio.

gli ultimi romantici del calcio Poi c’è Danielino De Rossi. E per lui, per la sua immensità, vorrei che la sua “storiella” d’amore giallorossa la raccontasse questa lettera.

È difficile spiega’ er significato
de na vena giallo rossa che ha pulsato
fino all’ultimo, ogni volta con orgoglio
tra vittorie, grandi gesta e qualche sbaglio.
Me ricordo quanno ancora regazzino
dominavi er centrocampo senza affanni,
co’ la grinta che t’ha reso in tutti st’anni
na sequoia sovrastante ner giardino.
Co’ carisma e classe hai fatto innammora’
tutte ste anime della romanità,
che han riflesso dentro l’occhi quel gueriero
pronto a dà battaglia all’universo intero,
co’ la maglia come na seconda pelle
tatuata tra ferite e storie belle.
C’hai portato in cima ar monno co’ veemenza
co’ quer bolide tra rabbia ed incoscienza,
la colonna tua è rimasta lì ner tempio
dei più grandi, da ammirare pe’ l’esempio.
T’ha invidiato mezza europa bello mio
ma nun je l’hai fatta mai a dicce addio,
sei affondato co’ la barca a testa alta
co’ la voja de portacce alla ribalta.
Darci solo na carriera è il tuo rimpianto?
È st’orgoglio trasparente il nostro vanto, qualche coppa poi sfumata po’ fa male
ma alla fine quel che resta è il sentimento
de st’amore immenso non tanto normale,
che ce sradica gli affanni ed il tormento.
E così finisce pure n’artra era
qualche lacrima accompagnera’ la sera,
la tua fedeltà c’ha reso tanto fieri
ora è tempo de lascia’ da parte l’ieri.
Senza mai dimentica’ quel volto puro
de sto capitano eterno, non futuro”è .

Pelle d’oca.

gli ultimi romantici del calcio Anche diciassette stagioni con la stessa maglia non sono tanto un gioco da ragazzi. “Racconterò a mio figlio del numero 31“, hanno scritto su quegli spalti, così gremiti di tifosi che, quando proprio quel numero trentuno è comparso sulla lavagnetta luminosa, li ha visti alzarsi in piedi alla ricerca dell’osannazione perfetta per colui che non sarebbe potuto essere più perfetto di così, in un matrimonio in cui il per sempre resiste persino alle lusinghe delle più affascinanti ed avvenenti tentazioni. “L’affetto dei tifosi è straordinario. Questo per me doveva essere il giorno più brutto ma loro l’hanno saputo trasformare nel più bello, nonostante la retrocessione”. Già perché il Chievo Verona ripartirà dalla serie B, mentre Sergione Pellissier è già pronto, con il ruolo di ds, a riportare di nuovo il suo Chievo nell’olimpo della serie A.

gli ultimi romantici del calcio E poi c’è Barzaglione. Sono bastati quattro spicci per portare a casa un campione del mondo, un uomo vero, risoluto, determinato. Al minuto 61 di Juventus – Atalanta della scorsa domenica, l’abbraccio tra il pilastro difensivo bianconero capace di vincere 8 scudetti di fila e l’uomo che per 5 volte consecutive ha condotto la squadra ad alzare il trofeo italiano per eccellenza, ha lasciato che vacillassero anche i cuori più probanti e, prima dei titoli di coda su un’era conclusasi che non avrà eguali, ha lasciato scorrere le lacrime di due grandi guerrieri rivelatisi nel tempo uomini d’onore, mai così vicini come in quell’abbraccio.

Come neve al sole: dismessa la corazza, è così che mi sento dinanzi agli ultimi romantici del calcio.

Tra gli uomini, i guerrieri: Mario Mandzukic uno di noi.
Questa scenografia fu un immenso striscione prima di uno Juventus Barcellona di un paio di anni fa. E non credo possa esserci niente di meglio che rappresenti Mario Mandzukic, Marione per gli amici, alla Juventus.

Un uomo ed un guerriero, sostantivi messi sullo stesso piano che in realtà hanno stabilito l’indissolubile legame tra il numero diciassette bianconero e la vecchia signora. Quattro anni e mezzo che tradotti in numeri fanno 162 presenze, 44 gol, 4 campionati, 3 Coppe Italia, 2 Supercoppe, non bastano per raccontare il cuore di un guerriero che spesso sradicava palloni al limite della sua area, per poi ritrovarsi esattamente dalla parte opposta a svettare più in alto di tutti. Sempre con la stessa intensità, con la stessa voglia, con lo stesso sacrificio, con lo stesso spirito da guerriero, appunto.

Ma poi succede che, d’un tratto, qualcosa cambia, ed il guerriero si ritrova ai margini dell’arena, ingabbiato in una prigione da cui non riesce più ad uscire, forse perché si ritrova a pagare un conto salatissimo o forse accusato colpevole di un crimine che non ha commesso.

Mario mandzukicMa anche quando la luce filtra tra quelle “sbarre” i perché scivolano via lasciando spazio ad un ricordo troppo ravvicinato alla realtà perchè possa essere sbiadito, dimenticato, nell’oblio della memoria, di gente che, invece, non ha mai dimenticato il brutto, figuriamoci il bello di certe avventure, di certi legami.

E se nell’ombra lascio i perbenisti, quelli che sanno tutto, quelli che non sanno lavare i panni di casa propria, o quelli che hanno regalato fasce di capitano come se piovessero, come pezzi di stoffa qualunque, per me, al di là del giusto o dello sbagliato, Mario Mandzukic resta questo, un “Tra gli uomini i guerrieri”.

Grazie di tutto, Marione.

È impossibile riassumere quattro anni e mezzo in un semplice arrivederci, ma spero abbiate visto la mia passione per questo club e per questa squadra in ogni singola partita che ho giocato per la Juventus. Un grande ringraziamento a Mr Allegri e a Mr Marotta per avermi voluto a Torino – è stato un privilegio giocare per la Juventus e gli ultimi mesi non cambieranno il rispetto e l’amore che provo per il club.

Ringrazio tutti i compagni che ho avuto in queste stagioni – ho davvero apprezzato ogni singola battaglia con voi e abbiamo vinto la maggior parte di queste battaglie! Non dimenticherò tutte le vittorie e i trofei, frutto della nostra qualità, del duro lavoro e dello spirito di squadra. Un grande grazie anche allo staff che lavora dietro le quinte – allenatori, staff medico, fisioterapisti e ogni altra persona che si preoccupa che i giocatori della Juventus siano nelle migliori condizioni per avere successo.

Infine, il ringraziamento più grande per i meravigliosi tifosi che sono la vera ragione per cui il club è così grande e vincente – ho apprezzato davvero molto il sostegno che mi avete dimostrato fin dal primo giorno. Concludendo, ho sempre cercato di dare il massimo per i Bianconeri, vi auguro il meglio! E per me, è tempo di un nuovo capitolo…  Per sempre vostro, Mario“.

cagliari esultanzaMister facciamo un patto, se il Cagliari va in Champions tifiamo Cagliari? 
È stata questa la curiosa richiesta di un mio pulcino qualche giorno fa. L’anno scorso sulla bocca di tutti c’era l’Atalanta e l’inebriante gioco di mister Gasperini, quest’anno è il Cagliari di Maran che si sta prendendo la scena. E lo sta facendo a suon di gol, punti, giocate incredibile, rimonte pazzesche e quel 4° posto che brilla. Sì brilla. Ed illumina una terra meravigliosa, ed illumina una classifica in cui le grandi o quasi tutte giganteggiano senza offuscare la luce di una realtà un po’ più “normale” che ci sta provando in tutti i modi ad essere speciale.
A Cagliari si sogna e si sogna in grande: quando vedi l’esultanza di Maran ed un’intervista che segue con occhi lucidi, quando quel rosso e quel blu si mischiano a tal punto da diventare vicinissimi, a patti non distinguibili l’uno dall’altro, quando percepisci che l’abbraccio collettivo a Cerri sia un qualcosa che va oltre, allora non solo sai di avere davanti agli occhi un sogno, ma sai quanto quel sogno sia genuino e quanto si stia affacciando alle finestre di un gran pezzo d’Italia, quella che sa ancora sognare a prescindere da tutto e tutti.
Sai che presto un tuo bambino nella partitella finale di allenamento dirà “Ho fatto un gol alla Simeone” e non vedi l’ora di sentirglielo dire. E niente, allora capirai quanto non reggano nemmeno i 1000 km che separano Cassano Magnago dal capoluogo sardo. I sogni son sogni, ma se riesci anche ad emozionare mentre ti stai sacrificando proprio per realizzarli i tuoi sogni, se riesci a far sì che quel sogno diventi un po’ il sogno di tutti, se riesci a tenere con te anche i pensieri dolci di un bambino di dieci anni, allora, forse, sei più vicino di quanto pensi al Paradiso.
A volte basta poco per passare dall’essere una squadra “normale” ad essere una squadra speciale.

I sogni fanno bene all’anima e rendono il mondo un posto migliore.
E allora non svegliateli.
E allora non svegliateci. 

Ok Simone, affare fatto: se il Cagliari va in Champions tifiamo Cagliari“.