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Jannik Sinner, la grande bellezza di un “robot” più umano che mai

Jannik Sinner

Jannik Sinner si ritira dalla finale di Cincinnati dopo 20 minuti. Abbandona il cemento, cede il trono all’extraterrestre Carlos Alcaraz e poi si accomoda sconsolato in panchina, non provando nemmeno a nascondere le lacrime che gli rigano il viso e che gli annacquano gli occhi, ma che forse più di tutto, ancora una volta, dimostrano la sua umanità.

“Sono entrato in campo solo per i tifosi, mi spiace perchè magari il lunedì devono lavorare e fare altro”.

Jannik Sinner è un ragazzo che piace, un atleta che è riuscito a sbaragliare la concorrenza dentro le case degli italiani, quando si parla di lui c’è uno sguardo buono persino di una 70enne come mia madre che non riesce a trattenersi nel celebrare a suo modo questo campione. E così, mentre eravamo a cena in vacanza, al tavolo con mia mamma, appunto, mia zia e mio zio, succede che alla notizia del ritiro del campione altoatesino cala un po’ di amarezza mista a compassione tenera, parte un sentito “Nooo, che peccato”, che spinge a capire la grandezza dell’uomo.

Jannik Sinner ha appena 23 anni e non spetta a me stilare l’elenco dei suoi trofei, dei record, delle prime volte, del fare ciò che nessuno fino ad oggi è riuscito a fare, ma non posso fare a meno di trovare una formula adatta a quelle emozioni irreversibili che suscita dentro ognuno di noi, italiano e non, sportivo e non. Formula rigorosamente al quadrato, sia chiaro.

E così succede che ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, ti accorgi della grande bellezza, di come si possa essere vincenti con una coppa sollevata al cielo e allo stesso modo con il capo chino e le mani che raccolgono sogni infranti, di come quella vecchina di 82 anni non possa fare a meno di seguire il suo idolo in capo al mondo e lui di abbracciarla anche dopo una maratona di tennis di un paio d’ore, sotto un sole cocente mentre i crampi gridano vendetta.

Jannik Sinner è il campione di tutti perché proprio quei “tutti” non possono fare a meno di lui, non possono fare a meno di tifarlo con ossessione o dare una sbirciatina ogni tanto, non possono fare a meno della sua tenacia su un campo da tennis o del suo imbarazzo in uno spot pubblicitario, delle sue battute semplici nei commenti post vittoria o dell’eleganza innata nell’abbracciare un avversario vinto o vincitore.

E così, di fronte a tutti coloro che lo additano bonariamente come “disumano” per la maestria dei suoi colpi, per l’inesistente arrendevolezza anche di fronte a sfide ardue, per una bacheca già stracolma di coppe e trofei, io lo trovo così dannatamente e meravigliosamente umano, bello da non sembrare vero, orgoglio di un’epoca in cui si può ancora credere in qualcosa di valore assoluto. I sogni per esempio, o gli idoli, quelli di un tempo, che segnano tutta la tua vita e che trascini con te a distanza senza il necessario bisogno di urlarlo a squarciagola, basta l’emulazione di un gesto profondo come quello di non aver paura di lasciarsi andare alle emozioni ed essere spavaldamente se stessi.

Anche stavolta, grazie Jannik Sinner.

Foto: Aaron Doster IPA Sport

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