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Il resto è tutto: quando lo sport diventa vita

Emozioni nello sport

Una scorpacciata di emozioni. Emozioni nello sport. Onestamente, non saprei come altro definirla. In questi giorni ho ripensato alle immagini, alle urla, alle mani giunte, agli abbracci condivisi con i colleghi, o forse amici, o forse compagni di quelle emozioni lì, gli unici in grado di capirle fino in fondo. E mi sono chiesta: cosa resta dopo? Oltre i record, oltre le medaglie poggiate sulle labbra o quelle masticate amare. Oltre la sabbia dorata che colora i capelli e le asticelle che vibrano senza cadere.

Oltre l’acqua che culla, corrode, luccica su occhi pronti a sgorgare. Oltre le parole che fluiscono nei microfoni e si confondono con il baccano di un affanno che rimarca il senso della fatica, all’unisono, però, con il battito di un cuore che racconta una vita. Intera, talvolta. Non solo sprazzi. Non solo quadri con firme d’autore, piuttosto schizzi, prove, bozze, ritenti continui, fogli appallottolati e finiti in un cestino. Andando persino oltre la cornice, per trovare il resto. Che poi, il resto, è tutto.

In quel tutto ci sono uomini scappati dalla propria terra in cerca di rifugio, ragazzine di 19 anni appena che frantumano record tra bracciate e sorrisi, così orgogliose delle proprie origini che, se potessero, le trascinerebbero sul podio. Ci sono infortuni che hanno condizionato carriere, facendo a cazzotti con il talento, ma anche muscoli improvvisamente intatti che sollevano macigni dalla mente e spediscono ai margini i dubbi del “non ce la faccio”. In quel tutto ci sono storie incredibili che elevano lo spessore umano, sogni infranti mai domi, miliardi di tentativi falliti, centimetri mancati, centesimi al sapore di condanna. Ma anche occhi che si dicono tutto tra una barriera e l’altra e compleanni da festeggiare in curva, tra le braccia di papà.

E poi ci sono corpi che richiedono respiro e panoramiche più rispettose, mani sui volti che provano a nascondere il dolore per un nonno volato via troppo presto, ma anche decisioni prese con un coraggio che non si sapeva di possedere. In quel tutto c’è tutto ciò che siamo. Che siamo stati. Che saremo. Che sogniamo di essere, senza la certezza di poterlo toccare con mano, ma con l’impressione che a volte basti respirarlo per sentirsi vivi. Spudoratamente perfetti. Anche al netto di prestazioni imbarazzanti, di misure, tempi e posizioni che sappiamo non rappresentarci, ma che riescono tanto a farci incazzare quanto a farci soffocare la delusione in una risata scomoda.

Forse ho fatto un po’ di confusione nelle mie parole, ma quello che voglio dire è che l’estate, incredibilmente, riesce sempre a raccontarci qualcosa di buono. A regalarci spunti di riflessione in habitat che non siamo soliti frequentare, a riempire pagine bianche o a colorare, con tinte accese, quelle più scure. E il filo conduttore, alla fine, si chiama sport. Si chiama passione, assemblato più banalmente in “emozioni nello sport”.

Dopo i Mondiali di calcio a fare da apripista, guardati su un divano scomodo, dentro una bolla incandescente di 42 gradi che soffocava tutto tranne la malinconia per non essere, ancora una volta, lì, è arrivato il resto. Mentre questa edizione di “Coppa del Mondo” extralarge si è persino permessa di solleticare la nostra curiosità, facendoci scoprire e riscoprire l’euforia di parti di mondo quasi invisibili persino sugli atlanti, “l’altro” ha suscitato “altro”, ha dato vita al “resto”. Dalla ginnastica, artistica e ritmica, ai tuffi, dal nuoto, all’atletica. Persino al flag football.

È stata una scorpacciata di emozioni, sì. Di confronti fra avversarie che sanno abbracciarsi dopo essersi scippate medaglie, di maledizioni per testimoni caduti e parole che provano a lenire, di urla di gioia lunghe 232 centimetri, di scommesse vinte, stomaci che si attorcigliano, occhialini che si appannano, tweet che strappano risate. È stato, ancora una volta, per me, “Casa Romagna”: fra tasti che non smettono di digitare e tifo sfrenato.

È stata davvero una scorpacciata di emozioni nello sport. E forse è proprio questo che mi porterò dietro quando tornerà la domenica, quando quel pallone che rotola mi innervosirà, quando i social si riempiranno dei soliti commenti beceri, quando una prestazione andrà storta e qualcuno proverà a convincerci che, in fondo, “sia solo un gioco”.

Ma anche quando sarà la vita a fare più rumore dello sport. Quando le giornate si faranno strette, quando qualcosa farà male, quando servirà ricordarsi che non tutto ciò che ci travolge è destinato a portarci via.

Perché le emozioni, in fondo, salvano. Anche quelle raccolte davanti allo schermo di una tv. Anche quelle maturate tra i tasti di un computer. Anche quelle che gli altri non capiscono, perché continuano a guardarle da fuori e a chiamarle semplicemente gioco.

No. Non è solo un gioco.

È quello che ci fa tremare, urlare, piangere, ridere. Quello che ci ricorda chi siamo quando ce ne dimentichiamo. Quello che ci insegna che si può cadere, mancare un centimetro, perdere un centesimo, e avere ancora voglia di riprovarci.

È lo sport.

Come la vita.

“Trust your mind. Trust your body. Trust yourself.”

Don’t forget who you are.

Foto di Grana/FIDAL

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