Ho visto l’Italbasket senza Achille Polonara ma con Achille Polonara
È una fine d’estate bollente, non tanto per quanto riguarda le condizioni meteo, piuttosto per una fitta agenda di impegni sportivi che stanno già tirando scemi tutti gli appassionati come me. E allora siccome non bastava la serie A, non bastava il Mondiale di volley femminile, non basta il mondiale di volley maschile e quello di atletica prossimi al via, c’era bisogno anche dell’Europeo di basket maschile.
Ed ovviamente non dimentico gli Us Open, poi arriverà il Gp di Monza, inizia la Champions League, prosegue la serie A Women’s Cup, non c’è pace dai. Gli amici capiranno, e se non capiranno s’invitano a casa, non c’è altra soluzione.
Intanto Pozzecco e i suoi ragazzi hanno già messo in cascina la prima sfida di quest’Europeo. Un’Italia inferiore ma che non lascia il cuore a casa, perde con la Grecia di un super Antetokounmpo (75-66), mettendo a referto una prestazione dignitosa ma nulla più. Non che la Grecia fosse ostacolo semplice, sia chiaro. Ora testa alla Georgia, Bosnia-Erzegovina, Spagna campione in carica e Cipro, poi so vedrà, sono qui per analisi tecniche che non mi competono e di cui non sono all’altezza. C’è da arrivare tra le prime 4 per staccare il pass per gli ottavi, c’è da metterci qualcosa in più per chi quest’Europeo di basket lo guarderà da casa in attesa di un delicato trapianto di midollo.
Inutile girarci attorno, la storia di Achille Polonara è un colpo al cuore per chiunque. Il mio personalissimo fermo immagine è su quel fotogramma in cui torna a casa, dopo le prime terapie, ed abbraccia i suoi figli, in uno scambio d’amore che sa di purezza ed energia.
E così, mentre la Rai si è giocata il jolly optando per la trasmissione di tutte le partite dell’Italia su Rai 2, in diretta, persino in prima serata quando capita, proprio Polonara ha alzato la posta in palio, chiedendo alla vigilia una marcia in più ai suoi compagni di mille battaglie, ha chiamato il suo amico Spissu e recitato un paio di frasi che ad occhio e croce saranno andate così.
“Ehi Marco, mi è venuta un’idea”.
“Quale idea?”
“Tu ci tieni tanto al tuo numero 0?”
“Lo sai Achi, lo zero rappresenta il mio inizio, il mio volercela fare quando mi dicevano che ero bravo ma troppo basso e alla fine guarda dove sono arrivato…”
“Ok, ok, però pensavo, se ti va, visto che a me manca tanto non essere lì, ecco…si insomma, potresti giocare con il 33, potresti giocare con il mio numero, che dici?”.
Come è andata a finire lo abbiamo già visto ieri sera, o forse più che a finire a cominciare perché qui siamo alle prese con un campionato europeo di basket che necessita di una mezza impresa per vedere salire l’Italia sul podio ma che presumibilmente ha ancora molto da dire.
“Alla fine lo 0 è soltanto un numero – dirà Spissu – Il 33, invece, è un simbolo. Me lo ha chiesto Achille di indossarlo. È stato impossibile dirgli di no. Con me, in campo, ci sarà anche lui.“
Il ko in partenza può lascia pure presagire spedizioni nefaste o più semplicemente brevi, ma è pieno così lo sport d’imprese impossibili…lo sport come la vita, che ti gioca brutti scherzi ma che poi, se ci credi, ti dona una seconda possibilità. E adesso sta a voi ragazzi, sta a te Marco Spissu, sta a te Achille Polonara: c’è ancora tempo, c’è ancora vita, fateci sognare, siamo qui per questo…è una delle cose che ci riesce meglio.
Foto Raiplay










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