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Gennaro Gattuso, la notte prima degli esami

Gennaro Gattuso

Mancano ormai poche ore a Bosnia – Italia, ed io vorrei raccontarvi la mia ultima notte. No, nessuna notte di passione, figurati. Eh no, nemmeno una notte di bagordi, a ubriacarmi chissà dove e con chissà chi. Sono andata a letto, tardi come al solito, ed ho pensato ad un uomo.

In realtà mi sono sentita molto come uno di quei meme in cui lei si ritrova sotto le coperte con la mente parlante, secondo la quale il suo lui, dall’altro capo del letto, stia fantasticando sulla segretaria dell’ufficio di anni 23, quarta abbondante di reggiseno e senza un filo di buccia d’arancia, nemmeno nelle arance stesse appoggiate sopra il frigo. Ma visto e considerato che dall’altro capo del letto non c’era nessun “lui” con la mente impegnata in quella ragazzina, e nemmeno nella formazione del Fantacalcio (come tutti i buoni meme ci insegnano), nessun lui manco in versione poster da Cioè, zero assoluto proprio, mi sono lasciata andare. Oltre. Più o meno. Perché io, che sono single da quando Titanic naufragò in tutte le sale cinematografiche italiane, come minimo me li sarei pure meritati i pensieri sconci a tutti i fustaccioni che dall’asilo in poi non mi hanno mai degnata di uno sguardo, o quanto meno ai bellocci della palestra che lasciano i neuroni in spogliatoio per far esplodere, sotto improbabili canotte di dubbio gusto, bicipiti, tricipiti, quadricipiti e millecipiti. E invece la verità è che non vado in palestra. E questi discorsi finiscono nel bidone dell’umido del mio vicino di casa (il mio si è rotto. Di bidone, intendo, non di vicino… purtroppo).

Quindi, mentre nessun figo da paura è piombato nei miei pensieri nell’ultima notte, e mentre Stefano “Bello Culo” De Martino (copyright la mia amica Dona) anche ieri ha continuato ad aprire tutti i pacchi in tv, tranne il suo, io ho pensato all’altro uomo del momento. Moro, muscoloso… no, muscolo no. Alto… no, nemmeno troppo. Viso angelico… niente, manco quello. Però simpatico. Come tutti gli amici degli amici che mi hanno presentato negli ultimi 40 anni di vita. Simpatico e, azzardo, anche verace. Sì, proprio lui, Gennaro Gattuso. San Gennaro, per circa 60 milioni di italiani, uno più o uno meno.

E mi sono chiesta quante tisane senza effetto avesse consumato nell’ora precedente la fase rem, quante pecorelle avesse contato, quanti centimetri di soffitto bianco avesse analizzato, manco fosse Renzo Piano. Non sono mai arrivata a una conclusione. Ma sono certa che in quel momento i suoi occhi fossero sbarrati tanto quanto i miei. Lo confesso, senza atti impuri, avrei voluto abbracciarlo, e magari cantargli anche la ninna nanna, ma so che nessuno lo avrebbe distolto da un unico pensiero: “Mi gioco tutto”. E adesso gli vogliamo pure dare torto? Vogliamo fare gli ipocriti? Sì, Gennarino del mio cuore, ti giochi tutto.

Ma una roba te la voglio dire: qualunque cosa accadrà, ci sarà una fetta di tifo, forse minoritaria ma tendenzialmente intelligente, che la verità la conosce. Che il male di questo calcio lo ha toccato, respirato, vissuto, maledetto, sempre da vicino. Una fetta che saprà andare a fondo, una fetta che piangerà lacrime amare ma oneste, e che in te non ha voluto solo riporre responsabilità, bensì speranza. In te e in nessun altro che non sia tu.

Perché di te si fida. Perché tu sei uomo vero, ct della nazionale e tifoso. Padre di famiglia e campione del mondo. Scaricatore di pesce nella tua Gallarate e fratello fragile per quel tremendo dolore. Tu sei l’uomo della gente e la gente ha scelto te, voluto te, si è ispirata a te, agli ultimi che diventano primi, e ha pregato con te. Non solo oggi, non solo negli anni della tua carriera, ma sempre. Soprattutto in questa notte, in cui sei alle prese con un soffitto insipido, un vento leggero a cui chiedi carezze ed un cielo a cui affidare i sogni. Quel popolo ti tiene per mano. Non sei solo, Rino. Non sei solo, mister.

Siamo con te. Insieme. Ed insieme ce la faremo.

Foto FIGC

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